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venerdì 24 luglio 2026

Nolan, l'ultimo mito


L'architettura cinematografica di Christopher Nolan si è sempre configurata come un gigantesco, meticoloso meccanismo a orologeria volto a esplorare l'entropia della memoria, la plasticità del tempo e la friabilità dei costrutti umani, una ricerca che, lungi dall'esaurirsi nelle trame labirintiche dei suoi esordi, trova oggi una sua sintesi – o forse una sua aporia – nell'imponente Odissea, approdata nelle sale proprio in questi giorni di metà luglio 2026. 
Analizzare l'opera di questo autore significa confrontarsi con un demiurgo che non si accontenta di raccontare storie, ma pretende di rimappare la percezione stessa dello spettatore, trasformando la sala cinematografica in uno spazio di sperimentazione metafisica dove il montaggio da mera tecnica di giunzione diventa il respiro stesso di una coscienza che tenta, disperatamente e talvolta ossessivamente, di dare ordine al caos. 
Dagli esordi di "Following", dove già si intravedeva quel gusto per la narrazione frammentata che avrebbe poi informato l'intera filmografia, fino alla vertigine intellettuale di "Memento", Nolan ha progressivamente elevato il concetto di identità a variabile dipendente della temporalità, una tesi che ha trovato terreno fertile nel noir metafisico di "Insomnia" e che ha avuto la sua massima espressione  nella trilogia de "Il cavaliere oscuro", capace di trasfigurare il mito dei cinecomics in una riflessione cupa e profondamente politica sull'anarchia e la stabilità sociale. 


Il passaggio alla grande speculazione scientifica con "Inception" e "Interstellar" ha segnato il momento in cui l'interesse di Nolan per la meccanica della psiche si è fuso con la fisica dei buchi neri e della dilatazione temporale, rendendo evidente come, per il regista britannico, il tempo non sia che un'altra dimensione da sottoporre a costante sovversione creativa, un materiale plastico da piegare alle esigenze del dramma umano. 
In questo senso, "Tenet" è apparso come il culmine quasi astratto di questo percorso, un film che ha spinto la struttura palindroma fino al punto di rottura, sfidando lo spettatore a guardare il film non come una linea, ma come un cerchio perfetto, una sfida alla linearità che ha diviso il pubblico ma che resta fondamentale per comprendere il suo rigetto verso qualsiasi forma di narrazione pigra. 
Dopo il rigore quasi documentaristico di "Dunkirk" e l'affondo biografico-nucleare di "Oppenheimer" – opera, quest'ultima, che sembrava aver raggiunto il limite massimo di densità espressiva del regista – ecco arrivare "Odissea", la sfida definitiva contro l'archetipo narrativo per eccellenza. 
In questo kolossal del 2026, interpretato da un intenso Matt Damon che presta il volto a un Ulisse svuotato di ogni aura eroica classica e trasformato in un reduce tormentato dal trauma bellico, Nolan compie un'operazione di decostruzione che appare come una naturale prosecuzione della sua poetica: l'Odissea non è più il poema del ritorno, ma il viaggio di una mente che tenta di rimettere insieme i pezzi di una realtà frantumata dal massacro di Troia. 
È qui che il linguaggio critico deve soffermarsi: la scelta di Nolan di abbandonare quasi totalmente la CGI, preferendo un realismo tattile e artigianale – basti pensare all'imponente ciclope animatronico – sottolinea la volontà di ancorare il mito a una fisicità brutale, quasi sporca, che contrasta con la levigatezza asettica di molta produzione contemporanea. 


Eppure, proprio questa insistenza sul realismo mitologico finisce per creare un cortocircuito: il film si muove in bilico tra una grandiosità sensoriale indiscutibile e un didascalismo che a tratti sembra voler spiegare l'inspiegabile, trasformando il mito di Omero in un caso clinico di disturbo post-traumatico da stress. 
L'Ulisse di Nolan non è l'astuto manipolatore del testo omerico, ma una figura tragicamente moderna che vaga tra le isole di un Mediterraneo che ha le sembianze di un limbo mentale, confermando come, per il regista, il centro di tutto resti sempre il singolo individuo, prigioniero dei propri ricordi e incapace di trovare una pace che non sia una costruzione puramente soggettiva. 
Se consideriamo la carriera di questo autore come un unico, grande film, "Odissea" ne rappresenta indubbiamente la chiusura di un cerchio: il ritorno a casa, dopo aver esplorato le galassie e le profondità dell'atomo, si rivela non una conquista, ma una resa. 
La cifra stilistica di Nolan, caratterizzata da un uso del suono che trasforma la musica di Ludwig Göransson in una presenza fisica e opprimente, continua a essere lo strumento attraverso il quale egli guida lo spettatore all'interno della propria visione, in un atto di controllo che è allo stesso tempo autoritario e profondamente affascinante. 


Resta, al termine di questa visione, l'impressione che Nolan stia cercando qualcosa che va oltre il cinema stesso, una sorta di "teoria del tutto" cinematografica dove l'emozione, la logica e il mito si fondono in un'esperienza totale, capace di interrogarci non tanto su Ulisse, quanto su noi stessi, sui nostri ritorni impossibili e sui fantasmi che continuiamo a trasportare in ogni porto in cui cerchiamo – vanamente – di gettare l'ancora, confermando la posizione di Nolan come l'unico vero architetto di sogni dell'era post-moderna, un regista che, nel suo ostinato rifiuto di piegarsi alle mode, continua a costruire labirinti in cui, fortunatamente, non smettiamo di volerci perdere.

venerdì 10 luglio 2026

Magnifiche Ossessioni: Il Grande Lebowsky (1998)


"Nel lontano Ovest conoscevo un tipo, un tipo di cui voglio parlarvi. Si chiamava Jeffrey Lebowski. O almeno così lo avevano chiamato gli amorevoli genitori. Ma lui non se ne serviva più di tanto. Jeffrey Lebowski si faceva chiamare “il drugo”. Già, Drugo. Dalle mie parti nessuno si farebbe chiamare così. Del resto con Drugo erano parecchie le cose che non mi quadravano. E lo stesso vale per la città in cui viveva. Però forse era proprio per questo che trovavo tanto interessante quel posto. La chiamavano Los Angeles, la città degli angeli. A me non sembrava che il nome le si addicesse molto, anche se devo ammettere che c’era parecchia gente simpatica. Certo, non ho mai visto Londra. E non sono mai stato in Francia. E non ho neanche mai visto la regina in mutande, come dicono alcuni. Però posso dirvi una cosa: dopo aver visto Los Angeles e vissuto la storia che sto per raccontarvi, be’, penso d’aver visto quanto di più stupefacente si possa vedere in tutti quegli altri posti, e in tutto il mondo. Perciò posso morire con un sorriso, senza la sensazione che il Signore mi abbia fregato. La storia che sto per raccontare è successa nei primi anni ’90, nel periodo del conflitto con Saddam e l’Iraq. Lo dico solo perché a volte si incontra un uomo, non dirò un eroe… perché, che cos’è un eroe? Ma a volte si incontra un uomo, e sto parlando di Drugo, a volte si incontra un uomo che è l’uomo giusto al momento giusto nel posto giusto, là dove deve essere. E quello è Drugo, a Los Angeles. E anche se quell’uomo è un pigro, e Drugo lo era di sicuro, forse addirittura il più pigro di tutta la contea di Los Angeles, il che lo mette in competizione per il titolo mondiale dei pigri… Ma a volte si incontra un uomo… a volte si incontra un uomo… Ah! Ho perso il filo del discorso! Bah, al diavolo! È più che sufficiente come presentazione." 
(Lo Straniero)

Il Grande Lebowski, opera del 1998 firmata dai fratelli Joel ed Ethan Coen, si erge nel panorama cinematografico contemporaneo non soltanto come una commedia degli equivoci venata di noir, ma come un monumentale trattato di filosofia esistenziale camuffato da farsa, un’opera che ha saputo cristallizzare lo spirito di un’epoca e trasformarsi, nel corso dei decenni, in un fenomeno di culto senza eguali la cui portata iconografica continua a riverberarsi ben oltre i confini della mera fruizione estetica. Al centro di questo caleidoscopio di personaggi bizzarri, intrighi raffazzonati e una Los Angeles che appare come il palcoscenico decadente di una commedia umana priva di redenzione, svetta la figura imponente eppure placidamente inerte di Jeffrey Lebowski, meglio noto come il Drugo, un’incarnazione del nichilismo zen interpretata con una dedizione quasi mistica da un Jeff Bridges in stato di grazia, la cui performance rappresenta probabilmente il vertice assoluto di un attore capace di fondersi completamente con il proprio alter ego fino a confondere i confini tra finzione e archetipo. 
Il Drugo non è un protagonista nel senso classico del termine, non guida l'azione, non risolve enigmi e non ambisce a trasformazioni morali; egli è, al contrario, l'occhio del ciclone, un centro di gravità permanente che subisce le sollecitazioni di un mondo frenetico, violento e pretenzioso rimanendo ancorato alla propria ritualità fatta di White Russian, piste da bowling e vestaglie consunte, offrendo allo spettatore una prospettiva di resistenza passiva che sfiora il sublime. La genialità dei Coen risiede nel contrapporre la vaghezza morale e la rilassatezza fisica del Drugo a una trama che è un groviglio inestricabile di avidità, arte concettuale, terrorismo politico di facciata e traumi bellici irrisolti, elementi che si scontrano con la semplicità francescana di un uomo che chiede solo che il proprio tappeto non venga rovinato, poiché quel tappeto, ci viene ricordato, "dava un tono all'ambiente"


Bridges conferisce al Drugo una fisicità sgangherata, una cadenza lenta che trasforma ogni parola in un momento di riflessione esistenziale e un'andatura che pare una danza perpetua contro le imposizioni del sistema, creando un personaggio che pur vivendo ai margini della società ne diventa, paradossalmente, il cuore pulsante e la bussola morale. Attraverso il Drugo, i fratelli Coen operano una decostruzione lucida del mito del sogno americano, mettendo in luce l'inconsistenza delle strutture sociali e la vacuità delle ambizioni materiali, proponendo al contempo una forma di eroismo quotidiano che non passa per la vittoria, ma per la capacità di attraversare le avversità conservando intatta la propria identità, per quanto questa possa apparire bizzarra agli occhi del conformista di turno. 
Il film è una sinfonia di dettagli, dalle battute fulminanti che si sono radicate nel lessico popolare fino a una regia che alterna momenti di puro virtuosismo surrealista, come le leggendarie sequenze oniriche, a uno stile asciutto che non perdona alcuna ipocrisia, mantenendo sempre un equilibrio precario ma perfetto tra il ridicolo e il profondo, tra il cinismo più tagliente e una sincera, seppur bizzarra, forma di fratellanza che lega i protagonisti. 
La performance di Bridges è, in questo senso, il collante che permette alla narrazione di non sfaldarsi, poiché la sua interpretazione è permeata di una sorta di innocenza primordiale, una candida estraneità che lo rende l'unico personaggio autentico in un universo popolato da maschere, truffatori e idealisti falliti che cercano disperatamente di dare un senso a un caos che, come il Drugo comprende istintivamente, è intrinseco alla condizione umana e non necessita di spiegazioni, ma solo di essere accettato con la giusta dose di distacco. Ogni inquadratura dedicata al Drugo è un manifesto estetico, una celebrazione di un modo di essere che sfida la logica della produttività e dell'efficienza, eleggendo la pigrizia, intesa come virtù filosofica di astensione dal conflitto, a baluardo contro la brutalità del reale, rendendo il personaggio di Bridges non soltanto il protagonista di un film di culto, ma l'emblema di un'intera generazione che ha trovato in lui un modello di resistenza non violenta, una figura capace di affrontare il collasso dei propri valori con il sorriso rassegnato di chi sa che, in ultima analisi, il bowling è l'unica cosa che conta davvero. 


Il lavoro di regia dei Coen, supportato da una sceneggiatura che è un capolavoro di equilibrio narrativo, esalta la natura episodica e rapsodica della vicenda, permettendo al Drugo di muoversi in scenari che sembrano quasi alieni alla sua natura, garantendo che ogni interazione sia un microcosmo di scontro culturale, dal confronto con il magnate del tappeto che condivide il suo nome fino al bizzarro rapporto di amicizia con Walter Sobchak, il veterano del Vietnam perennemente in guerra con il mondo, un personaggio che rappresenta l'esatto opposto del Drugo, la paranoia che cerca di imporre ordine al caos contro la quiete che lo accoglie, creando una dinamica narrativa di una ricchezza psicologica straordinaria. 
Non si può ignorare, nel procedere in questa disamina, come il film riesca a mantenere una freschezza intellettuale intatta nonostante gli anni, proprio perché la sua critica alla società è trasversale, non legata a contingenze politiche effimere ma radicata in una comprensione profonda della natura umana, una natura fatta di contraddizioni, desideri malriposti e una costante, disperata ricerca di significato in un mondo che sembra fare di tutto per sottrarlo. 
Jeff Bridges, con una maestria che si percepisce in ogni gesto, nel modo in cui sorseggia un drink o in come osserva il mondo attraverso i suoi occhiali da sole perennemente storti, eleva Il Grande Lebowski a un livello di raffinatezza cinematografica che pochi altri film hanno raggiunto, trasformando una semplice storia di equivoci in un'epopea dello spirito, una parabola moderna dove il vero tesoro non è il riscatto economico o la giustizia trionfante, ma la libertà di essere sé stessi fino in fondo, senza compromessi, vivendo la propria esistenza come un'opera d'arte effimera che si consuma nel tempo di una partita di bowling. 
Il Grande Lebowski resta, in definitiva, una pietra miliare del cinema, un film che parla a chiunque abbia mai sentito il peso dell'assurdo e abbia scelto di affrontarlo non con la spada, ma con una risata, con la consapevolezza che, nonostante tutto, il Drugo vive, e finché esisterà qualcuno capace di guardare al vuoto cosmico con la stessa imperturbabile serenità del nostro eroe in vestaglia, avremo sempre una speranza, una pista libera su cui lanciare la nostra boccia e il conforto di sapere che, in qualche angolo remoto dell'immaginario collettivo, ci sarà sempre qualcuno a ricordarci di prenderla con calma, perché il resto è solo rumore di fondo in una partita già scritta dalle stelle, o forse dal caso, ma che comunque valeva la pena di giocare.

venerdì 3 luglio 2026

Il Pennello dell’Inconscio: Il Linguaggio Cromatico nel Cinema di Alfred Hitchcock


Il cinema di Alfred Hitchcock è stato spesso descritto come un universo di sguardi, di desideri e di paure. 
È un cinema che si costruisce attraverso il movimento della macchina da presa, l'architettura degli spazi, la precisione del montaggio e l'inesorabile meccanismo della suspense. 
Tuttavia, uno degli elementi più profondi e meno immediatamente percepiti della sua poetica risiede nel modo in cui il regista utilizza il colore. 
Per Hitchcock il colore non rappresenta mai un semplice abbellimento estetico né una componente accessoria dell'immagine cinematografica. Al contrario, esso costituisce un vero e proprio linguaggio parallelo, una forma di scrittura visiva che permette di dare corpo ai moti più segreti dell'inconscio. Verde, rosso, giallo, blu e persino l'assenza stessa del colore diventano segni che alludono a desideri repressi, sensi di colpa, ossessioni erotiche e crisi d'identità. Nessun altro regista del suo tempo ha saputo utilizzare la tavolozza cromatica con un simile grado di consapevolezza psicologica. Se esiste una trilogia ideale che consente di comprendere pienamente questa dimensione della sua opera, essa è costituita da Vertigo, Psycho e Marnie, tre film che raccontano in modi diversi il rapporto tra la mente e le immagini, tra il desiderio e la memoria, tra l'identità e il suo dissolvimento. 
In queste opere il colore non accompagna semplicemente la narrazione, ma la determina, la orienta e, in molti casi, la anticipa. 
Esso diventa la forma visibile dell'invisibile.
Fra tutti i film di Hitchcock, Vertigo rappresenta forse il punto più alto e sofisticato del suo pensiero cromatico. La storia dell'ex detective Scottie Ferguson, incapace di liberarsi dal ricordo di una donna perduta e progressivamente divorato dall'ossessione di ricrearla, è costruita attorno a una precisa organizzazione dei colori, dominata soprattutto dal verde. Sin dalle prime apparizioni di Madeleine, il verde assume una funzione magnetica. Quando Scottie la osserva per la prima volta al ristorante Ernie's, la sala è immersa in una luce calda, dominata da un rosso intenso e avvolgente. In mezzo a questa atmosfera quasi uterina, l'abito verde smeraldo di Madeleine produce un improvviso effetto di estraneità. La donna appare separata dal mondo che la circonda, quasi sospesa in una dimensione diversa da quella degli altri personaggi. 


Hitchcock non si limita a presentare un personaggio femminile affascinante; egli costruisce immediatamente un'apparizione, un fantasma destinato a impossessarsi dello sguardo del protagonista e, di conseguenza, anche di quello dello spettatore.
Il verde di Vertigo è un colore ambiguo e profondamente inquietante. Non è il verde rassicurante della natura o della rinascita, ma un colore legato al mistero, al ritorno dei morti, all'idea della reincarnazione e alla persistenza del desiderio. 
Madeleine è costantemente accompagnata da questa tonalità. La sua automobile è verde, alcuni elementi del suo abbigliamento richiamano il medesimo colore e perfino certi ambienti sembrano impregnarsi della sua presenza. Ogni apparizione della donna coincide con l'emergere di una dimensione sospesa tra la realtà e il sogno. Scottie non si innamora mai veramente di una persona in carne e ossa; egli si innamora di un'immagine, di una figura costruita e irraggiungibile, di una proiezione del proprio desiderio.


La celebre sequenza dell'hotel Empire costituisce probabilmente uno dei momenti più alti dell'intera storia del cinema. Judy, ormai completamente trasformata in Madeleine, esce dal bagno avvolta da una luce verde proveniente dall'insegna al neon esterna. Per alcuni istanti il personaggio sembra materializzarsi dal nulla come uno spettro ritornato dal regno dei morti. È un'immagine che possiede una straordinaria potenza simbolica. Scottie non sta abbracciando una donna reale ma la resurrezione di un fantasma. 
Il verde diventa così il colore della necrofilia simbolica che attraversa tutto il film, della volontà di possedere ciò che è irrimediabilmente perduto e di ricreare artificialmente un oggetto d'amore ormai scomparso.
L'ossessione di Scottie si esprime quindi attraverso un preciso codice cromatico. 
Ogni volta che il verde compare sullo schermo, la realtà sembra indebolirsi e lasciare il posto al desiderio, alla memoria e all'allucinazione. Il colore non descrive semplicemente uno stato emotivo ma ne diventa la sostanza stessa. La vertigine del titolo non è soltanto quella provocata dalle altezze, ma è soprattutto la vertigine di uno sguardo incapace di distinguere tra la vita e il sogno, tra la persona e la sua immagine.


In Vertigo il verde dialoga continuamente con un altro colore fondamentale, il rosso. Se il primo rappresenta l'ossessione e il fantasma, il secondo incarna la passione, l'eros e la morte. Il ristorante Ernie's, completamente dominato da un rosso intenso, è il luogo in cui nasce il desiderio di Scottie. È uno spazio quasi uterino, saturo di sensualità, nel quale prende forma il legame destinato a distruggere il protagonista. Il rosso è il colore del sangue, del pericolo e della pulsione erotica. 
Ogni volta che appare, suggerisce che l'ossessione amorosa possiede una componente distruttiva e autodistruttiva. Hitchcock costruisce così un vero e proprio sistema di opposizioni cromatiche. Da una parte il verde del fantasma e del desiderio impossibile, dall'altra il rosso della passione e della morte. La tensione continua tra queste due tonalità genera l'atmosfera unica del film e contribuisce a trasformarlo in una straordinaria meditazione sul rapporto tra eros e thanatos.


Quando si passa a Psycho, il discorso sul colore assume una forma apparentemente paradossale. Il film è infatti girato in bianco e nero e sembra dunque rinunciare a quella ricchezza cromatica che caratterizzava Vertigo
In realtà questa scelta rappresenta una delle decisioni più radicali e significative della carriera di Hitchcock. Il bianco e nero non costituisce una semplice limitazione produttiva o un omaggio al cinema del passato. 
Esso diventa una precisa strategia espressiva. 
In Psycho il colore viene sottratto per rendere ancora più evidente la natura patologica del racconto.
Il mondo di Norman Bates è infatti un universo privo di sfumature. Tutto appare dominato da una logica binaria, fatta di opposizioni nette e apparentemente inconciliabili. Vita e morte, innocenza e colpa, identità e dissociazione convivono in una forma di equilibrio precario e inquietante. Il bianco e nero accentua la sensazione di trovarsi all'interno di un incubo, di una dimensione sospesa e irreale. La celebre casa sulla collina emerge come una massa oscura e minacciosa, quasi una presenza gotica capace di dominare il paesaggio e di esercitare un potere magnetico sugli eventi.


La scelta di rinunciare al colore si rivela particolarmente significativa nella scena della doccia. Se Hitchcock avesse utilizzato il Technicolor, il sangue avrebbe probabilmente prodotto un effetto eccessivamente realistico e spettacolare. Il bianco e nero trasforma invece l'omicidio in una sorta di composizione astratta, fatta di linee, contrasti e frammenti visivi. La violenza non è tanto mostrata quanto suggerita. Il sangue, rappresentato con uno sciroppo al cioccolato, diventa una macchia grafica, un segno che allude alla morte senza esibirla.
Anche la costruzione dei personaggi è profondamente influenzata da questa scelta cromatica. Marion Crane compare inizialmente avvolta da tonalità chiare, che sembrano suggerire una certa innocenza o comunque una relativa trasparenza morale. Norman Bates, al contrario, è spesso associato a toni scuri, a ombre e a zone di penombra. Tuttavia il film si diverte continuamente a sovvertire queste opposizioni. Marion è una donna che ha commesso un furto e che cerca disperatamente di fuggire dalle proprie responsabilità. 
Norman, apparentemente timido e gentile, nasconde una personalità dissociata e un impulso omicida. 
Il bianco e nero diventa quindi il simbolo di una realtà in cui ogni distinzione morale è destinata a crollare.
L'assenza del colore in Psycho è in fondo un'altra forma di linguaggio cromatico. Hitchcock ci parla continuamente del rosso del sangue, del nero della colpa e del bianco dell'innocenza, ma lo fa attraverso la loro negazione visiva. È come se il regista avesse compreso che il colore non appartiene soltanto all'immagine ma anche alla memoria e all'immaginazione dello spettatore. 
La mente continua a percepirlo anche quando esso è stato eliminato dallo schermo.


Con Marnie il colore ritorna prepotentemente al centro della narrazione e lo fa attraverso una delle più radicali e sperimentali utilizzazioni cromatiche del cinema classico hollywoodiano. 
Se Vertigo è il film del verde, Marnie è indiscutibilmente il film del rosso. 
Mai come in questa opera il colore viene utilizzato per rappresentare un trauma psicologico. La protagonista vive infatti perseguitata da una paura che non riesce a comprendere e che affonda le proprie radici in un evento rimosso dell'infanzia. 
Ogni volta che un oggetto rosso entra nel suo campo visivo, la narrazione subisce una brusca interruzione. 
L'immagine sembra esplodere, invasa improvvisamente da un lampo cromatico che domina l'intero schermo.
Il rosso non appartiene al mondo reale ma al mondo interiore della protagonista. 
È il colore del ricordo represso, della colpa, della violenza e della sessualità negata. 
Quando compare, il film sembra improvvisamente aprire una ferita nella superficie della realtà. 
Lo spettatore comprende immediatamente che il passato sta tornando a reclamare il proprio posto.
Questa straordinaria intuizione rende Marnie uno dei film più moderni di Hitchcock. 
Il colore cessa definitivamente di rappresentare un elemento realistico e si trasforma in un sintomo psicoanalitico. Il rosso diventa la manifestazione visibile di un trauma che il personaggio non riesce ancora a nominare. 
In questo senso il film anticipa molte delle sperimentazioni del cinema europeo degli anni Sessanta e Settanta, nelle quali il colore verrà utilizzato sempre più frequentemente come espressione di stati mentali e di processi inconsci.


Il rosso di Marnie è anche il colore della sessualità. La protagonista vive infatti un rapporto estremamente problematico con il desiderio e con il proprio corpo. 
Ogni esperienza erotica è accompagnata da paura, disagio e senso di colpa. 
La dimensione sessuale appare costantemente intrecciata alla violenza e al ricordo traumatico. 
Il colore diventa quindi il segno di un conflitto irrisolto tra desiderio e rimozione.
Accanto al rosso assumono importanza altre tonalità, in particolare il giallo e l'oro. I capelli biondi di Marnie e alcuni elementi del suo abbigliamento suggeriscono un'idea di femminilità artificiale e costruita. 
La protagonista cambia continuamente identità, nomi e aspetto. Ogni trasformazione rappresenta un tentativo di fuggire da se stessa e dal proprio passato. 
Il biondo, così importante anche in altre opere di Hitchcock, non è mai il simbolo dell'innocenza. 
Al contrario, esso allude all'enigma, alla menzogna e alla costruzione di una maschera.
Anche Madeleine di Vertigo è bionda. Scottie si innamora di quell'immagine proprio perché essa appare distante, irraggiungibile e quasi irreale. 
Il biondo diventa così il colore dell'artificio, della donna trasformata in icona e privata della propria concretezza. In Hitchcock la celebre figura della bionda non coincide mai con una semplice tipologia estetica. 
È piuttosto la rappresentazione di un ideale femminile costruito dallo sguardo maschile, un'immagine sulla quale si proiettano desideri, fantasie e paure.
I colori freddi, come il blu e il grigio, occupano un ruolo meno appariscente ma non per questo meno importante. In Vertigo le tonalità azzurre e grigiastre della città di San Francisco contribuiscono a creare un'atmosfera malinconica e sospesa. La città sembra vivere in uno stato di eterno crepuscolo, come se il tempo si fosse fermato. Questo paesaggio cromatico riflette perfettamente la condizione di Scottie, prigioniero di un passato che non riesce a lasciarsi alle spalle.


In Marnie i colori freddi sono invece associati alla distanza emotiva della protagonista. Le tonalità grigie e azzurre accompagnano i momenti di maggiore isolamento psicologico, suggerendo l'impossibilità di stabilire un autentico contatto con gli altri. Il freddo cromatico diventa il correlativo oggettivo di un'incapacità affettiva.
Perfino in Psycho il grigio svolge una funzione essenziale. 
Il motel e i suoi interni sembrano sospesi in una perenne zona d'ombra, in un territorio moralmente ambiguo dove ogni certezza è destinata a dissolversi. Il grigio rappresenta l'indeterminatezza, l'impossibilità di distinguere nettamente il bene dal male, la vita dalla morte, la normalità dalla follia.
L'elemento più straordinario del linguaggio cromatico hitchcockiano è tuttavia il rapporto tra colore e identità. 
In tutti e tre i film l'identità appare fragile, instabile e continuamente minacciata. In Vertigo il verde rappresenta l'identità immaginaria di Madeleine, una costruzione fittizia destinata a sostituire la realtà. In Psycho il bianco e nero traduce visivamente la dissociazione di Norman Bates, diviso tra la propria personalità e quella della madre. 
In Marnie il rosso è il segno di una memoria rimossa che impedisce alla protagonista di comprendere se stessa.
I colori non descrivono dunque semplicemente i personaggi, ma ne rivelano le fratture interiori. Essi mostrano ciò che i protagonisti ignorano o tentano disperatamente di nascondere. In questo senso il cinema di Hitchcock appare straordinariamente moderno. Il regista comprende che il colore può diventare una forma di conoscenza, uno strumento capace di rendere visibile l'invisibile.
Si potrebbe addirittura parlare di una vera e propria grammatica dell'inconscio. 
Il verde diventa il colore dell'ossessione e del desiderio impossibile. 
Il rosso è il colore del trauma, della colpa e della sessualità. 
Il nero allude alla rimozione e alla pulsione distruttiva. 
Il bianco suggerisce un'innocenza soltanto apparente, una maschera pronta a cadere. 
Il blu e il grigio evocano la malinconia, la distanza emotiva e l'incertezza morale. 
Il giallo e l'oro rimandano invece all'artificio e alla costruzione di identità fittizie.


Attraverso questo straordinario sistema di corrispondenze, Hitchcock riesce a trasformare il colore in un elemento narrativo di primaria importanza. Le sue immagini non si limitano a raccontare una storia; esse penetrano nella mente dei personaggi e ne rendono percepibili le emozioni più segrete. 
Il verde che avvolge Madeleine, il bianco e nero che imprigiona Norman Bates e il rosso che perseguita Marnie non sono semplici scelte stilistiche. Sono emozioni che si sono fatte materia visibile. Sono il desiderio, la colpa, la paura e l'ossessione che assumono la forma di una luce.
È probabilmente per questa ragione che i film di Hitchcock continuano ancora oggi a esercitare un fascino quasi ipnotico. Essi parlano direttamente a una dimensione profonda dello spettatore, a quella parte della mente che riconosce i simboli prima ancora di comprenderli razionalmente. 
I colori di Hitchcock non vengono soltanto visti. Vengono percepiti, ricordati e, in qualche modo, vissuti. Essi trasformano il cinema in un'esperienza psicologica totale, nella quale ogni sfumatura cromatica diventa il segno di una verità nascosta. In Vertigo, Psycho e Marnie il colore smette definitivamente di essere un semplice attributo dell'immagine per diventare una forma di pensiero. 
È il linguaggio segreto dell'inconscio, il luogo in cui il desiderio e la paura trovano finalmente una rappresentazione visibile, ed è proprio in questa capacità di rendere tangibile l'invisibile che risiede una parte fondamentale della grandezza di Alfred Hitchcock e della modernità inesauribile del suo cinema.

lunedì 8 giugno 2026

Magnifiche Ossessioni: Vertigo/La donna che visse due volte (1958)


Vertigo occupa un luogo unico nella storia del cinema. Non soltanto perché rappresenta uno dei vertici assoluti dell’opera di Alfred Hitchcock, ma perché sembra contenere, come un vortice capace di risucchiare immagini, desideri e fantasmi, l’intera essenza del suo cinema. 
Pochi film sono riusciti a trasformare l’ossessione in una materia visiva tanto concreta, fisica e quasi palpabile. Ancora oggi, a distanza di decenni dalla sua uscita, l’opera continua a esercitare sullo spettatore un fascino ipnotico e disturbante, come se la sua vera natura fosse quella di un sogno ricorrente dal quale è impossibile liberarsi. 
Non è soltanto un thriller, né soltanto una storia d’amore malata, e nemmeno un semplice gioco di suspense. È piuttosto una meditazione oscura sul desiderio, sulla manipolazione dell’immagine, sulla morte e sul tentativo disperato di ricostruire ciò che il tempo ha distrutto. Guardare Vertigo significa entrare in uno spazio mentale dove la realtà perde consistenza e viene lentamente sostituita dalla proiezione ossessiva di un ideale irraggiungibile. 
È proprio questa qualità onirica e spettrale a rendere il film straordinariamente moderno. In un’epoca come quella attuale, dominata dalle immagini, dai simulacri e dalla continua reinvenzione dell’identità, l’opera di Hitchcock appare persino più attuale di quanto non fosse nel 1958. Il regista britannico aveva intuito con lucidità inquietante la fragilità dello sguardo umano, la sua incapacità di accettare il reale senza deformarlo attraverso il desiderio. 
Il protagonista Scottie Ferguson, interpretato da James Stewart, è uno dei personaggi più tormentati mai apparsi nel cinema hitchcockiano. Ex detective traumatizzato da un incidente che gli ha provocato una paralizzante acrofobia, Scottie viene incaricato di sorvegliare Madeleine Elster, incarnata dalla magnetica Kim Novak, donna enigmatica e apparentemente perseguitata dal fantasma di una morta appartenente al proprio passato familiare. 
Hitchcock costruisce fin dalle prime sequenze una sensazione di instabilità percettiva. Nulla sembra realmente solido. Le strade di San Francisco appaiono sospese in un’atmosfera irreale. Gli interni sono immersi in colori innaturali. I movimenti della macchina da presa producono una sensazione continua di scivolamento e smarrimento. Il celebre effetto ottico noto come “dolly zoom”, creato proprio per il film, traduce visivamente la vertigine del protagonista e diventa uno degli strumenti più celebri dell’intera storia del cinema. 
Non si tratta soltanto di un virtuosismo tecnico. 


Hitchcock usa l’immagine per rappresentare un trauma mentale, trasformando il linguaggio cinematografico in esperienza emotiva diretta. 
La vertigine non è semplicemente un problema fisico di Scottie. 
È una condizione esistenziale. 
Il protagonista è incapace di mantenere un contatto stabile con la realtà. Tutto gli sfugge, tutto precipita, tutto si dissolve davanti ai suoi occhi.
 In questo senso il titolo stesso del film assume un significato molto più ampio. 
La vertigine è quella dell’amore, della memoria, dell’identità e dell’immagine. È la perdita del centro. È il momento in cui il desiderio diventa una forza incontrollabile capace di annientare il soggetto che ne viene travolto. 
Hitchcock racconta questa discesa nell’ossessione con una precisione formale quasi maniacale. Ogni dettaglio sembra studiato per alimentare il senso di inquietudine. La fotografia di Robert Burks è uno degli elementi fondamentali dell’opera. Il film utilizza il colore non come semplice decorazione estetica, ma come linguaggio psicologico e simbolico. 
Il verde domina gran parte della messa in scena e diventa il colore dell’illusione, del mistero e della dimensione spettrale. Madeleine appare spesso avvolta da luci verdastre o circondata da ambienti nei quali questa tonalità sembra insinuarsi come una presenza fantasmagorica. Hitchcock utilizza il verde come una materia emotiva capace di alterare la percezione dello spettatore. Non è un colore naturale. È il segnale di qualcosa che appartiene a un’altra dimensione. 
Fin dal primo incontro al ristorante, Madeleine indossa un abito verde smeraldo che emerge con forza da una sala dominata dal rosso intenso degli arredi e delle pareti. Il contrasto cromatico è violentissimo e immediatamente magnetico. 
Scottie resta ipnotizzato da quella figura irreale che sembra galleggiare in mezzo al calore quasi carnale dell’ambiente circostante. 
Hitchcock trasforma il verde in una calamita visiva. 
Lo sguardo del protagonista viene catturato senza possibilità di fuga, mentre il rosso che avvolge il locale suggerisce già la nascita dell’ossessione e del desiderio. I due colori diventano così le coordinate emotive dell’intero film. 
Il verde rappresenta il mistero, il fantasma, l’illusione e il distacco dalla realtà. Il rosso, al contrario, rappresenta la passione, il possesso e la tensione ossessiva che consumerà Scottie fino alla distruzione. Questa opposizione cromatica attraversa tutto il film e ne costituisce una delle strutture simboliche più raffinate. 


Anche nelle sequenze ambientate al cimitero Hitchcock accentua il carattere ultraterreno della figura di Madeleine utilizzando filtri atmosferici e leggere velature capaci di produrre un riverbero verdastro sull’immagine. L’effetto è quasi impercettibile e proprio per questo straordinariamente inquietante. Madeleine sembra appartenere già al regno dei morti. 
La donna appare sfuggente, evanescente, come se il suo corpo fosse soltanto una manifestazione temporanea destinata a dissolversi. 
Il verde diventa così il colore della presenza fantasma, dell’ambiguità tra vita e morte, memoria e allucinazione. Hitchcock comprende che il vero terrore non nasce dall’apparizione esplicita del soprannaturale, ma dall’insinuarsi di un dubbio visivo dentro la realtà quotidiana. 
In Vertigo nulla è apertamente fantastico, eppure tutto sembra contaminato da una dimensione irreale. 
È un cinema di fantasmi psicologici più che soprannaturali. 
Il momento forse più celebre dell’intera costruzione simbolica del verde arriva però nella seconda parte del film, quando Scottie incontra Judy e la costringe progressivamente a trasformarsi nella copia perfetta di Madeleine. 
La stanza dell’Empire Hotel nella quale la donna alloggia è continuamente invasa dalla luce verde dell’insegna al neon esterna. Hitchcock utilizza questo artificio luminoso con un’intelligenza visiva impressionante. 
Non servono effetti ottici complessi. 
Basta quella luce intermittente per trasferire su Judy l’aura spettrale e ossessiva che apparteneva a Madeleine. Quando Judy esce finalmente dal bagno completamente trasformata, immersa nella fosforescenza verde della stanza, la sequenza assume un carattere quasi necromantico. 


Scottie non sta semplicemente vedendo una donna amata. 
Sta evocando un fantasma. 
Sta tentando di riportare in vita un’immagine morta attraverso la manipolazione del corpo di un’altra persona. 
Hitchcock filma quel momento come una resurrezione artificiale e disturbante, una delle scene più morbose e romantiche della storia del cinema. Il verde, in quella scena, non è più soltanto il colore del mistero. È il colore della negazione della realtà. Scottie rifiuta il presente e cerca disperatamente di sostituirlo con una proiezione ideale. 
È un gesto tragico, impossibile e profondamente malato. Hitchcock usa il colore con una consapevolezza pittorica straordinaria, trasformando Vertigo in una delle opere visivamente più sofisticate del cinema classico americano. 
Ogni inquadratura sembra concepita come un quadro mentale nel quale gli spazi e le tonalità raccontano ciò che i personaggi non riescono a esprimere apertamente. Questa dimensione simbolica si lega perfettamente alla struttura narrativa del film. 
Hitchcock abbandona progressivamente le convenzioni del thriller tradizionale per addentrarsi in territori quasi astratti. A metà dell’opera il mistero viene apparentemente risolto, ma proprio in quel momento il film cambia natura e si trasforma in una dolorosa riflessione sulla manipolazione del desiderio. 
Scottie incontra Judy, una donna che assomiglia incredibilmente a Madeleine, e tenta ossessivamente di trasformarla nella copia perfetta dell’amata perduta. È qui che Vertigo raggiunge la propria dimensione più disturbante. 
Hitchcock mostra senza filtri la violenza implicita nello sguardo maschile. 
Scottie non ama Judy come persona reale. 
Ama un’immagine. Ama una costruzione mentale. 
Vuole cancellare l’identità della donna per sostituirla con il simulacro del proprio desiderio. In questo senso il film anticipa riflessioni che diventeranno centrali nella cultura contemporanea, dal tema dell’oggettivazione femminile fino alla costruzione artificiale dell’identità attraverso l’immagine. 
È impressionante osservare quanto il cinema di Hitchcock sia stato capace di influenzare generazioni intere di registi e teorici. Autori come Brian De Palma, David Lynch e Martin Scorsese hanno assorbito profondamente la lezione di Vertigo
L’idea del doppio femminile, dell’identità frammentata e dell’immagine come ossessione ritorna continuamente nel cinema moderno e contemporaneo. Eppure nessuno è riuscito a raggiungere la stessa perfezione ipnotica ottenuta da Hitchcock. Il regista britannico possedeva infatti una qualità rarissima: la capacità di fondere controllo formale e intensità emotiva. 


Il suo cinema appare sempre rigorosamente costruito, ma sotto la superficie geometrica pulsa una tensione emotiva devastante. Ridurre Hitchcock alla definizione di “maestro del brivido” significa impoverire enormemente la portata della sua opera. 
Certamente il regista ha rivoluzionato il thriller e la suspense, ma il suo cinema è molto più complesso. Film come Psycho, La finestra sul cortile, Uccelli, mostrano la straordinaria capacità del regista di trasformare paure collettive e nevrosi individuali in puro linguaggio cinematografico. 
Hitchcock ha indagato l’ossessione, il voyeurismo, il senso di colpa, il desiderio repressivo e la fragilità dell’identità con una profondità che molti autori considerati “intellettuali” non hanno mai raggiunto. La sua grandezza consiste anche nell’essere riuscito a nascondere questa complessità dentro forme narrative apparentemente popolari. 
Il pubblico veniva attratto dalla suspense, ma dietro il meccanismo spettacolare si agitavano temi oscuri e profondamente inquietanti. Vertigo rappresenta forse il momento in cui questa dimensione sotterranea emerge con maggiore evidenza. 
Non esiste consolazione nel film, non esiste redenzione. Tutto appare segnato da una malinconia irreparabile. 
Anche la relazione tra Scottie e Madeleine sembra appartenere fin dall’inizio a una dimensione funebre. Madeleine non è mai veramente viva agli occhi del protagonista. È già un fantasma prima ancora di morire. Hitchcock costruisce questa percezione attraverso dettagli minimi, movimenti lenti, silenzi, sguardi e soprattutto attraverso la musica straordinaria di Bernard Herrmann. 
La colonna sonora è essenziale nel creare il clima ipnotico del film. Herrmann compone temi circolari, avvolgenti e quasi ossessivi che sembrano imitare il movimento stesso della vertigine. La musica non accompagna semplicemente le immagini. Le trascina in una dimensione emotiva sospesa tra romanticismo e incubo. È impossibile immaginare Vertigo senza quelle orchestrazioni malinconiche e tormentate. Hitchcock comprendeva perfettamente il potere della musica nel manipolare la percezione dello spettatore e collaborò con Herrmann in maniera straordinariamente efficace. 


La relazione tra i due artisti produsse alcune delle pagine più memorabili della storia del cinema. Anche la scelta di ambientare il film a San Francisco è fondamentale. La città appare come un labirinto verticale, pieno di salite, discese e spazi sospesi. Hitchcock trasforma l’architettura urbana in un’estensione dello stato mentale del protagonista. I campanili, le scale e le strade scoscese diventano simboli della precarietà emotiva di Scottie. 
Nulla nel film è casuale. 
Ogni elemento dello spazio contribuisce alla costruzione dell’atmosfera ossessiva. Persino i luoghi storici visitati da Madeleine sembrano appartenere più al regno della memoria che a quello della realtà concreta. Il cimitero, il museo, la sequoia millenaria, tutto suggerisce il rapporto disturbante tra tempo, morte e identità. 
Madeleine appare continuamente attratta dal passato, come se fosse risucchiata da una forza invisibile. Scottie tenta disperatamente di salvarla, ma in realtà sta già precipitando con lei dentro un universo dominato dall’illusione. 
È significativo che Hitchcock scelga di mostrare allo spettatore la verità prima del finale. In un thriller tradizionale il colpo di scena verrebbe conservato fino all’ultimo momento. Qui invece il regista preferisce rivelare il meccanismo dell’inganno e concentrarsi sulle conseguenze psicologiche. Questo spostamento narrativo è fondamentale. A Hitchcock interessa molto più il processo dell’ossessione che il semplice mistero poliziesco. La seconda parte del film diventa quindi un’esperienza dolorosa e quasi insostenibile. Scottie costringe Judy a cambiare abiti, colore dei capelli e acconciatura per renderla identica a Madeleine. 
È un atto di violenza psicologica terribile, ma Hitchcock lo racconta senza moralismi espliciti. Il regista osserva il protagonista con lucidità chirurgica, mostrando la devastazione prodotta dal desiderio quando si trasforma in volontà di possesso assoluto. 
James Stewart offre probabilmente una delle interpretazioni più complesse della sua carriera. Lontanissimo dall’immagine rassicurante dell’americano idealista che aveva incarnato in molti film precedenti, qui l’attore costruisce un personaggio fragile, ossessivo e profondamente ambiguo. Scottie suscita empatia, ma anche disagio. Lo spettatore comprende il suo dolore senza poter giustificare il modo in cui tenta di dominare Judy. 
Kim Novak, dal canto suo, dona al doppio personaggio una qualità enigmatica straordinaria. La sua presenza sembra continuamente oscillare tra realtà e apparizione. Hitchcock la filma come un fantasma erotico, una figura sfuggente che esiste soprattutto attraverso lo sguardo maschile che la costruisce e la distrugge. 
Proprio questa riflessione sullo sguardo rende Vertigo un’opera centrale nella teoria cinematografica contemporanea. Il film è stato analizzato da studiosi e critici come una delle rappresentazioni più potenti del desiderio maschile e del meccanismo voyeuristico del cinema stesso. 
Scottie guarda Madeleine così come lo spettatore guarda il film. Hitchcock crea un cortocircuito inquietante nel quale il pubblico diventa complice dell’ossessione del protagonista. 


La macchina da presa accarezza il volto di Kim Novak con la stessa fascinazione morbosa di Scottie. In questo modo il regista costringe lo spettatore a confrontarsi con il proprio desiderio di possedere l’immagine. È uno degli aspetti più moderni e radicali dell’opera. 
Il cinema di Hitchcock è sempre stato profondamente consapevole del proprio potere manipolatorio. In La finestra sul cortile il voyeurismo era già al centro della narrazione, ma in Vertigo questa riflessione assume una dimensione ancora più tragica e ossessiva. 
Il protagonista non si limita a osservare. Vuole ricreare il mondo secondo la propria fantasia. Vuole negare la morte attraverso la riproduzione artificiale dell’immagine amata. È un gesto disperato e impossibile. Per questo il finale del film possiede una forza devastante. Hitchcock chiude la vicenda senza offrire alcuna liberazione emotiva. 
Rimane soltanto il vuoto, la vertigine. 
Rimane la consapevolezza che il desiderio assoluto conduce inevitabilmente alla distruzione. 
Questa conclusione cupissima contribuì inizialmente all’accoglienza tiepida del film. Molti spettatori e critici dell’epoca rimasero spiazzati dalla sua lentezza, dalla sua atmosfera morbosa e dalla sua struttura anomala. Solo negli anni successivi Vertigo venne progressivamente riconosciuto come un capolavoro assoluto. Oggi occupa stabilmente le prime posizioni nelle classifiche dei migliori film di tutti i tempi e continua a esercitare una influenza immensa sul cinema mondiale. 
La sua forza deriva probabilmente proprio dalla capacità di parlare direttamente all’inconscio dello spettatore. Hitchcock non costruisce semplicemente una storia. Costruisce un’esperienza emotiva totalizzante. Ogni elemento del film contribuisce alla creazione di un universo dominato dall’ossessione, dalla perdita e dal desiderio impossibile. È un’opera che non si esaurisce mai completamente, ogni visione rivela dettagli nuovi, connessioni invisibili e significati nascosti. 
Forse è proprio questo il segno dei grandi capolavori. Non smettono mai di interrogare chi li guarda. Vertigo continua ancora oggi a trascinare lo spettatore dentro il proprio labirinto di immagini e fantasmi, dimostrando come il cinema possa diventare non soltanto racconto, ma autentica esperienza psichica. Hitchcock aveva compreso meglio di chiunque altro che il cinema è innanzitutto manipolazione dello sguardo e del desiderio. 
In nessun’altra opera questa intuizione raggiunge una forma tanto perfetta e dolorosa. 
Vertigo non racconta semplicemente un’ossessione. 
È esso stesso un’ossessione cinematografica. 
Un film che continua a perseguitare la memoria collettiva come un fantasma impossibile da seppellire.



lunedì 18 maggio 2026

Cinema invisibile: Smog (1962)


Cinema invisibile sarà uno spazio dedicato ai film che, per ragioni diverse, sono scomparsi dalla circolazione, rimasti ai margini della storia o semplicemente dimenticati dal tempo. Opere che hanno attraversato festival, sale e archivi lasciando tracce fragili, talvolta quasi impercettibili, e che oggi riaffiorano come presenze inattese, pronte a essere riscoperte. Questa rubrica nasce dal desiderio di riportare alla luce questi oggetti invisibili, restituendo loro uno sguardo, un contesto e una possibilità di esistenza nel presente. Perché il cinema non è fatto solo di capolavori celebrati, ma anche di immagini perdute, storie interrotte e visioni che attendono ancora di essere viste.

Smog di Franco Rossi occupa un posto singolare, quasi spettrale, nella storia del cinema italiano, come un oggetto rimasto per decenni ai margini della visibilità, presente e insieme assente, evocato raramente eppure capace, una volta riportato alla luce, di rivelare una sorprendente ricchezza di temi, intuizioni e soluzioni formali che lo rendono oggi un’opera di straordinario interesse critico. Non si tratta semplicemente di un film dimenticato, ma di un caso emblematico di rimozione culturale, legato a dinamiche industriali, economiche e perfino simboliche che ne hanno determinato la sparizione quasi totale dalla circolazione dopo un debutto che, paradossalmente, era stato tra i più prestigiosi possibili, ovvero l’inaugurazione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia nel 1962, un palcoscenico che solitamente consacra e rende visibili le opere, ma che in questo caso sembra aver coinciso con una sorta di apparizione fugace, destinata a dissolversi rapidamente senza lasciare tracce durature nella memoria collettiva. 
Smog è, innanzitutto, un film pionieristico: il primo film italiano girato interamente negli Stati Uniti, a Los Angeles, e già questo elemento basterebbe a collocarlo in una posizione di rilievo, perché testimonia una fase di espansione e di apertura internazionale del nostro cinema che, nei primi anni Sessanta, cercava nuovi spazi produttivi e nuove prospettive narrative, confrontandosi con il modello americano non solo sul piano industriale ma anche su quello estetico e culturale. 
Tuttavia, ciò che rende Smog davvero interessante non è tanto il fatto di essere stato girato in America, quanto il modo in cui l’America viene osservata e rappresentata: non come un mito da celebrare, ma come un territorio ambiguo, contraddittorio, attraversato da tensioni sotterranee che il film coglie con uno sguardo lucido e disincantato, anticipando quella crisi dell’immaginario americano che diventerà più evidente negli anni successivi. 


La vicenda narrativa è, in apparenza, semplice e quasi minimale: un avvocato italiano, interpretato da Enrico Maria Salerno, si trova a Los Angeles per una sosta imprevista prima di proseguire verso il Messico, e in questo tempo sospeso, limitato ma densissimo, entra in contatto con una serie di personaggi che incarnano diverse modalità di relazione con il contesto americano, tra cui emigrati italiani che cercano di reinventarsi e una giovane donna, interpretata da Annie Girardot, la cui figura rappresenta una sorta di nodo emotivo e simbolico attorno a cui si organizza parte del racconto, oscillando tra desiderio di autonomia e bisogno di appartenenza. 
Attraverso questi incontri, il film costruisce una sorta di itinerario esistenziale, in cui lo spazio urbano di Los Angeles diventa il riflesso di una condizione interiore segnata da spaesamento, solitudine e difficoltà di comunicazione, e in questo senso la città non è mai un semplice sfondo, ma una presenza attiva, quasi opprimente, che influenza i comportamenti e le percezioni dei personaggi. 
Le architetture moderniste, le strade infinite, le ville con piscina, gli aeroporti e gli spazi di transito contribuiscono a creare un paesaggio che è al tempo stesso reale e simbolico, un luogo in cui tutto sembra possibile ma in cui, paradossalmente, è difficile trovare un senso stabile, e proprio questa ambiguità costituisce uno degli elementi più affascinanti del film. 
Dal punto di vista stilistico, Smog si colloca in una zona di confine tra diversi registri: non è una commedia, anche se contiene momenti di ironia; non è un dramma tradizionale, anche se affronta temi esistenziali; non è un vero e proprio film di viaggio, anche se il movimento e lo spostamento sono elementi centrali. 


È, piuttosto, un’opera ibrida, che utilizza la struttura del viaggio per esplorare una condizione di transizione, sia individuale sia collettiva, e che riflette le trasformazioni profonde che stavano attraversando la società occidentale all’inizio degli anni Sessanta. 
In questo senso, il film può essere letto anche come una riflessione sul rapporto tra Europa e America, un rapporto complesso, fatto di attrazione e diffidenza, di imitazione e distanza critica, e il punto di vista italiano si rivela particolarmente interessante proprio perché non completamente assimilato al contesto che osserva, mantenendo una certa capacità di distacco. 
La vicenda produttiva del film è altrettanto significativa e contribuisce a spiegare, almeno in parte, il suo destino di invisibilità. La Titanus, una delle principali realtà produttive del cinema italiano, attraversava in quegli anni una fase di grande ambizione ma anche di estrema fragilità economica. Dopo aver investito ingenti risorse in produzioni monumentali come Il Gattopardo e Sodoma e Gomorra, la società si trovò in una situazione finanziaria critica, che la costrinse a prendere decisioni drastiche per evitare il fallimento. 
Tra queste, la vendita di un pacchetto di film alla Metro-Goldwyn-Mayer rappresentò un passaggio decisivo, e Smog fu uno dei titoli inclusi in questa operazione. 
Questo trasferimento contribuì in modo determinante alla sua scomparsa, perché il film venne di fatto sottratto alla circolazione nel contesto italiano e non trovò una reale distribuzione internazionale, rimanendo sospeso in una sorta di limbo, né pienamente valorizzato né completamente accessibile. 
È in questo senso che si può parlare di Smog come di un “oggetto invisibile”, un film che esiste ma che non è stato visto, o che è stato visto da pochissimi, e che proprio per questo ha acquisito nel tempo un’aura quasi leggendaria. 
Un ruolo fondamentale nella costruzione dell’identità del film è svolto dalla colonna sonora, firmata da Piero Umiliani, uno dei più importanti e versatili compositori italiani del periodo. La musica di Umiliani non si limita ad accompagnare le immagini, ma contribuisce in modo decisivo a definirne il tono e l’atmosfera, attraverso un uso raffinato del jazz, in particolare del cosiddetto west coast jazz, che si integra perfettamente con l’ambientazione californiana e con il clima emotivo del film. 


La partecipazione di Chet Baker rappresenta un elemento di ulteriore prestigio e contribuisce a creare una dimensione sonora sospesa, malinconica, capace di evocare una sensazione di distanza e di inafferrabilità che rispecchia perfettamente la condizione dei personaggi. 
La tromba di Baker, con il suo timbro inconfondibile, diventa quasi una voce interiore, un commento emotivo che attraversa il film e ne amplifica le sfumature più sottili, trasformando la colonna sonora in un elemento narrativo autonomo. 
Nonostante queste qualità, Smog non riuscì a trovare il suo pubblico al momento dell’uscita. La sua natura ibrida, la sua ambientazione insolita per un film italiano dell’epoca e la sua struttura narrativa non convenzionale contribuirono a renderlo difficile da collocare all’interno del sistema produttivo e distributivo, e la crisi della Titanus fece il resto, privandolo del sostegno necessario per una diffusione adeguata. 
Così, dopo l’inaugurazione veneziana, il film scomparve letteralmente dalla circolazione, diventando sconosciuto ai più per decenni. Solo in tempi relativamente recenti, grazie a operazioni di restauro e di recupero del patrimonio cinematografico, è stato possibile rivederlo e rivalutarlo, riconoscendone finalmente il valore e l’importanza. 
Oggi, Smog appare come un’opera sorprendentemente moderna, capace di parlare al presente con una lucidità che forse non era stata compresa all’epoca. 
I temi che affronta — l’alienazione urbana, la crisi dell’identità, la difficoltà di comunicazione, il rapporto tra individuo e ambiente — sono ancora estremamente attuali, e il modo in cui li mette in scena, attraverso una combinazione di realismo e astrazione, lo rende un film che sfugge alle categorie e che continua a in.terrogare lo spettatore. 
In definitiva, Smog non è soltanto un film ritrovato, ma un’opera che invita a riflettere sul modo in cui la storia del cinema viene costruita, su ciò che viene ricordato e su ciò che viene dimenticato, e sulla necessità di riportare alla luce quei lavori che, per ragioni contingenti, non hanno avuto la possibilità di essere visti e compresi nel loro tempo, ma che proprio per questo possono oggi offrirci uno sguardo nuovo e prezioso su un’epoca e sulle sue trasformazioni.



venerdì 8 maggio 2026

Ladri di Cinema

I soliti ignoti - Mario Monicelli (1958)

Il declino del cinema italiano non è soltanto una suggestione nostalgica, ma un dato sempre più evidente che riguarda la perdita di centralità culturale e il progressivo distacco dal pubblico, un distacco che oggi appare profondo e difficilmente colmabile senza un ripensamento radicale del sistema, e continuare a evocare il passato come un rifugio consolatorio serve ormai solo a evitare il confronto con una realtà che è sotto gli occhi di tutti. 
Non basta più citare i grandi nomi o ricordare le stagioni irripetibili, perché il presente racconta un’altra storia, fatta di sale vuote, o peggio chiuse, di film che non lasciano traccia, di un’industria che sembra aver perso il senso della propria funzione, e la cosa più preoccupante è che questa crisi viene spesso negata o ridimensionata proprio da chi avrebbe il compito di affrontarla.
Un paragone può aiutare a rendere ancora più chiara la portata del problema: nel calcio italiano la crisi è stata recentemente certificata dall’ennesima mancata partecipazione della squadra nazionale dai prossimi campionati mondiali, dato che diventa simbolico perché rende visibile un declino altrimenti difficile da quantificare.
Ebbene, qualcosa di molto simile sta accadendo nel cinema, dove il segnale più evidente è rappresentato dalla presenza nei grandi festival internazionali. Il fatto che quest’anno non ci sarà alcun film italiano a rappresentare il paese al Festival di Cannes, cosa che non accadeva dal 2017, non è un semplice incidente di percorso ma un indicatore preciso di una perdita di peso e di credibilità che si riflette anche all’estero, dove il cinema italiano fatica sempre più a trovare spazio e riconoscimento.
Tra le cause di questa situazione, il sistema di finanziamento pubblico occupa un posto centrale, ma non nel senso in cui viene solitamente raccontato, perché il problema non è l’esistenza del sostegno statale, che resta indispensabile in un settore fragile come quello cinematografico, bensì il modo in cui questo sostegno è stato gestito e progressivamente trasformato in una sorta di meccanismo autoreferenziale, capace di alimentare sempre gli stessi percorsi e le stesse dinamiche, senza interrogarsi davvero sui risultati. 
Il finanziamento pubblico, che dovrebbe incentivare il rischio e favorire la diversità, si è invece spesso ridotto a uno strumento di conservazione, una rete di protezione per pochi soggetti ben inseriti nei circuiti giusti, mentre all’esterno si accumula una quantità crescente di talenti esclusi, idee non sviluppate e progetti che non trovano spazio non perché privi di valore, ma perché privi delle giuste "connessioni".

Mediterraneo - Gabriele Salvatores (1991)

Ed è qui che la polemica diventa inevitabile, perché il nodo dei cosiddetti “circoletti” non è una caricatura ma una realtà strutturale, una rete di relazioni trasversali che attraversa ambienti culturali e politici diversi ma che funziona secondo logiche sorprendentemente simili, in cui il riconoscimento reciproco conta più della qualità e in cui l’accesso alle risorse è spesso mediato da appartenenze implicite, mai dichiarate ma perfettamente operative. 
Non importa se si tratti di ambienti che si definiscono progressisti o conservatori, perché il risultato non cambia: si crea un ecosistema chiuso, nel quale le stesse persone si ritrovano a valutare, finanziare e promuovere progetti che rispondono a codici condivisi, generando una omogeneità che soffoca ogni tentativo di reale innovazione.
Questa chiusura ha effetti devastanti soprattutto sul piano creativo, e in particolare sulla qualità delle sceneggiature, che rappresentano oggi il vero punto debole del cinema italiano, un punto debole così evidente da essere spesso rimosso dal dibattito ufficiale, come se bastasse parlare di budget o di distribuzione per evitare la questione centrale, che è quella delle storie. 
Senza storie forti, senza personaggi memorabili, senza conflitti capaci di coinvolgere lo spettatore, il cinema perde la sua ragion d’essere, e il fatto che questa verità elementare venga sistematicamente ignorata o aggirata è forse il segnale più chiaro della crisi in atto.
Negli ultimi anni si è assistito a una proliferazione di film che sembrano concepiti più per soddisfare le aspettative interne al sistema che per incontrare il pubblico, opere che adottano un linguaggio riconoscibile agli addetti ai lavori ma che risultano opache o poco interessanti per chi non appartiene a quel mondo, e questa tendenza ha contribuito a creare una frattura sempre più ampia tra il cinema italiano e i suoi spettatori, una frattura che non può essere spiegata semplicemente con il cambiamento delle abitudini di consumo o con la concorrenza delle piattaforme. 
Il pubblico non è scomparso, né ha smesso di amare le storie, ma ha smesso di riconoscersi in un’offerta che appare sempre più distante, ripetitiva e priva di slancio, e la responsabilità di questa situazione ricade in larga misura su chi continua a produrre e finanziare film senza interrogarsi seriamente sulla loro capacità di coinvolgere.
Anche il passato, spesso evocato come un modello ideale, meriterebbe una rilettura meno indulgente, perché è vero che il cinema italiano ha conosciuto momenti di straordinaria vitalità, ma è altrettanto vero che quella vitalità era sostenuta da una capacità narrativa che oggi sembra smarrita, una capacità di costruire storie che parlavano a tutti, che riuscivano a essere al tempo stesso radicate nel contesto nazionale e aperte a un respiro universale. 
Oggi, al contrario, si assiste a un progressivo restringimento dell’orizzonte, a una tendenza a raccontare sempre le stesse dinamiche, spesso con uno sguardo autoreferenziale che finisce per escludere chi non condivide gli stessi codici culturali.

Amarcord - Federico Fellini (1973)

Il problema delle sceneggiature, dunque, non è un dettaglio tecnico ma il cuore stesso della crisi, e ignorarlo significa condannarsi a una spirale di irrilevanza sempre più difficile da invertire, perché senza una base narrativa solida ogni altro intervento, per quanto ben intenzionato, è destinato a fallire. Eppure, nonostante questa evidenza, si continua a investire poco nello sviluppo delle storie, a lavorare in tempi ridotti, a considerare la scrittura come una fase secondaria rispetto alla produzione, con il risultato di ottenere film che raramente riescono a generare interesse o a lasciare un segno duraturo.
In questo contesto, i “circoletti” svolgono un ruolo decisivo nel perpetuare la situazione, perché tendono a premiare ciò che è già noto, ciò che rientra nei parametri condivisi, e a guardare con sospetto tutto ciò che potrebbe mettere in discussione gli equilibri esistenti, e questo atteggiamento si traduce in una selezione dei progetti che privilegia la sicurezza apparente rispetto al rischio creativo, alimentando una produzione che appare sempre più prevedibile e incapace di sorprendere. Non si tratta solo di una questione estetica, ma di una vera e propria strategia di autoconservazione, in cui l’obiettivo principale sembra essere quello di mantenere il controllo delle risorse piuttosto che di far crescere il settore.
La critica e i festival, ben lungi dal rappresentare un contrappeso ma anzi molto spesso anch'essi "omologhi" a questo sistema, finiscono spesso per rafforzare queste dinamiche, adottando criteri di valutazione che rispecchiano quelli del sistema produttivo, contribuendo a legittimare opere che difficilmente incontrano il favore del pubblico, creando una situazione paradossale in cui il successo critico non coincide con il successo commerciale, ma viene comunque utilizzato come prova della vitalità del cinema italiano, alimentando una narrazione che appare sempre più scollegata dalla realtà.
Nel frattempo, il contesto internazionale si muove in una direzione opposta, investendo in modo massiccio nello sviluppo delle sceneggiature e riconoscendo che la qualità della scrittura è il fattore determinante per il successo di un’opera, e questo rende ancora più evidente il ritardo del sistema italiano, che sembra incapace di adeguarsi a standard ormai consolidati altrove. 
Non si tratta di inseguire modelli stranieri, ma di comprendere che senza storie capaci di appassionare non esiste alcuna possibilità di competere, né sul piano economico né su quello culturale.
Continuare a ignorare questo dato significa accettare implicitamente un declino che rischia di diventare irreversibile, e significa anche rinunciare a una funzione fondamentale del cinema, che è quella di raccontare il presente e di contribuire alla costruzione di un immaginario condiviso, un immaginario che oggi appare sempre più frammentato e dominato da prodotti esterni. 
Il cinema italiano, in questa situazione, rischia di trasformarsi in un fenomeno marginale, destinato a sopravvivere grazie ai finanziamenti pubblici ma incapace di incidere realmente sulla società, e questa prospettiva dovrebbe preoccupare non solo gli addetti ai lavori, ma chiunque consideri la cultura come un elemento essenziale della vita collettiva.


Per invertire la tendenza sarebbe necessario un cambiamento profondo, che metta in discussione non solo i meccanismi di finanziamento ma anche le logiche di selezione e di legittimazione, rompendo il monopolio dei “circoletti” e aprendo il sistema a una maggiore pluralità di voci e di esperienze, ma soprattutto sarebbe necessario rimettere al centro le storie, restituendo alla scrittura il ruolo che le spetta e investendo seriamente nello sviluppo delle sceneggiature. 
Senza questo passaggio, ogni riforma rischia di essere superficiale, e ogni tentativo di rilancio destinato a fallire.
La vera sfida, in fondo, è semplice da enunciare ma difficile da affrontare: tornare a fare film che le persone abbiano voglia di vedere, che le coinvolgano, che le sorprendano, che le facciano discutere, e per farlo non servono soltanto più risorse, ma un cambio di mentalità, una disponibilità a mettere in discussione abitudini consolidate e a rinunciare a posizioni di rendita che, nel lungo periodo, stanno contribuendo a impoverire l’intero settore. 
Fino a quando questo non accadrà, il cinema italiano continuerà a muoversi in un circuito chiuso, parlando a pochi e perdendo progressivamente il contatto con la realtà, e il suo declino, più che un rischio, diventerà una certezza.

venerdì 1 maggio 2026

Magnifiche Ossessioni: Barry Lyndon (1975)


Barry Lyndon, realizzato nel 1975 da Stanley Kubrick, rappresenta una delle più alte espressioni del cinema come forma d’arte totale, un’opera che sfugge a classificazioni semplici e che continua, a distanza di decenni, a esercitare un fascino magnetico e quasi ipnotico su spettatori e studiosi. Tratto dal romanzo The Luck of Barry Lyndon di William Makepeace Thackeray, il film racconta l’ascesa e la caduta di Redmond Barry, giovane irlandese animato da ambizione e desiderio di affermazione sociale.
Ma ridurre il film alla sua trama significherebbe tradirne la natura più profonda, perché Kubrick costruisce un affresco storico che è al tempo stesso una riflessione universale sul destino, sul caso e sull’illusione del libero arbitrio. 
Sin dalle prime inquadrature, accompagnate dalla voce narrante che anticipa eventi e conseguenze, lo spettatore è posto di fronte a una struttura narrativa che sembra negare ogni suspense tradizionale, eppure proprio in questa scelta risiede uno degli elementi più radicali del film, poiché Kubrick sposta l’attenzione dal “cosa accade” al “come e perché accade”, trasformando la storia in una sorta di inevitabile marcia verso la rovina. 
La voce fuori campo, apparentemente distaccata e quasi ironica, diventa uno strumento fondamentale per sottolineare la distanza tra le aspirazioni del protagonista e la realtà dei fatti, creando un effetto di straniamento che impedisce allo spettatore di identificarsi completamente con Barry e lo costringe invece a osservarlo come un soggetto di studio, quasi un esperimento umano inserito in un contesto storico rigidamente codificato. 
Dal punto di vista visivo, Barry Lyndon rappresenta una rivoluzione senza precedenti, poiché Kubrick decide di abbandonare l’illuminazione artificiale tradizionale per avvicinarsi il più possibile alla pittura del XVIII secolo, ottenendo immagini che sembrano letteralmente uscire da un quadro di Gainsborough o di Watteau; l’uso della luce naturale, reso possibile grazie a speciali obiettivi Zeiss sviluppati per la NASA, consente di girare scene illuminate esclusivamente da candele, creando un’atmosfera di intimità e realismo che conferisce al film una qualità quasi tattile, come se lo spettatore potesse percepire la consistenza dei tessuti, il calore della luce, il silenzio degli ambienti. 


Ogni inquadratura è costruita con una precisione maniacale, spesso utilizzando composizioni simmetriche e movimenti di macchina lenti e controllati, in particolare lo zoom all’indietro che progressivamente allontana lo spettatore dai personaggi, suggerendo visivamente la loro insignificanza rispetto al contesto che li circonda.
Questo stile, apparentemente freddo e distaccato, in realtà amplifica il senso di fatalismo che permea l’intera opera, trasformando ogni scena in una rappresentazione della fragilità umana di fronte al tempo e alla storia. 
Anche il ritmo del film, deliberatamente lento e contemplativo, contribuisce a questa sensazione di inevitabilità, poiché Kubrick rifiuta qualsiasi forma di spettacolarizzazione per privilegiare un andamento che ricorda quello della vita reale, con i suoi momenti di stasi, le sue ripetizioni e le sue improvvise svolte. 
Il personaggio di Barry, interpretato da Ryan O'Neal, è al centro di questo universo narrativo e rappresenta una figura complessa e contraddittoria, al tempo stesso vittima e artefice del proprio destino, poiché se da un lato le sue azioni sono guidate da ambizione e opportunismo, dall’altro egli appare spesso come un individuo trascinato dagli eventi, incapace di comprendere pienamente le conseguenze delle proprie scelte.
La sua ascesa sociale, ottenuta attraverso il matrimonio con Lady Lyndon, interpretata da Marisa Berenson, sembra inizialmente sancire il suo successo, ma in realtà segna l’inizio della sua caduta, poiché l’ingresso nell’aristocrazia lo costringe a confrontarsi con un mondo di regole rigide e implacabili, nel quale egli rimane sempre un estraneo. 
Kubrick costruisce così una critica sottile ma incisiva alla società del tempo, mettendo in luce l’ipocrisia e la vacuità dell’aristocrazia, ma senza mai indulgere in facili moralismi, preferendo invece adottare uno sguardo lucido e distaccato che lascia allo spettatore il compito di trarre le proprie conclusioni. 
La dimensione musicale gioca un ruolo altrettanto fondamentale, con una colonna sonora che combina brani di George Frideric Handel, Franz Schubert e altri compositori dell’epoca, utilizzati non come semplice accompagnamento ma come elemento strutturale della narrazione, capace di enfatizzare le emozioni e di creare contrasti significativi tra ciò che si vede e ciò che si sente; in particolare, il tema principale tratto dalla Sarabanda di Handel contribuisce a definire il tono solenne e malinconico del film, diventando quasi una presenza costante che accompagna il destino del protagonista. 


Un altro elemento centrale è il tema del duello, che ricorre in diversi momenti del film e culmina nella scena finale tra Barry e il figliastro Lord Bullingdon, un confronto che assume un valore simbolico profondo, rappresentando non solo la resa dei conti tra due individui ma anche la definitiva sconfitta di Barry e la sua esclusione dal mondo che aveva cercato di conquistare.
La tensione di questa scena, costruita con una lentezza esasperata e un’attenzione quasi ossessiva ai dettagli, dimostra ancora una volta la capacità di Kubrick di trasformare un evento relativamente semplice in un momento di straordinaria intensità emotiva. 
Ciò che rende Barry Lyndon un capolavoro assoluto è la sua capacità di operare su più livelli simultaneamente, combinando una ricostruzione storica estremamente accurata con una riflessione filosofica sul tempo, sul destino e sulla condizione umana.
Il film non offre risposte facili né consolazioni, ma invita lo spettatore a confrontarsi con la propria percezione della realtà, mettendo in discussione l’idea stessa di progresso e di successo. L’epilogo, con la celebre scritta che ricorda come tutti i personaggi, nobili e plebei, siano ormai uguali nella morte, rappresenta la sintesi perfetta della visione kubrickiana, una visione profondamente pessimista ma anche straordinariamente lucida, che riconosce l’ineluttabilità del destino umano senza rinunciare a una forma di bellezza estetica che rende questa consapevolezza ancora più potente. 


Barry Lyndon non è soltanto un film, ma un’esperienza visiva e intellettuale che continua a interrogare e affascinare, un’opera che dimostra come il cinema possa raggiungere livelli di complessità e profondità paragonabili a quelli della grande letteratura e della pittura, e che conferma il genio di Stanley Kubrick come uno dei più grandi artisti del Novecento, capace di trasformare ogni suo lavoro in un’indagine rigorosa e implacabile sulla natura dell’uomo e sul senso stesso dell’esistenza.

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