M – Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang è uno dei film più importanti e inquietanti della storia del cinema europeo, un’opera che trascende il genere del thriller per diventare una riflessione profonda sulla crisi morale, politica e sociale della Germania alla fine della Repubblica di Weimar.
Uscito nel 1931, in un momento di gravissima instabilità economica e istituzionale, il film racconta la caccia a un assassino di bambine (si ispira ai numerosi omicidi effettivamente commessi nella Germania negli Anni Venti da Peter Kürten) , ma dietro la struttura narrativa poliziesca si nasconde un’analisi lucidissima delle dinamiche collettive che stavano preparando il terreno all’ascesa del nazismo.
"Penso che ogni film serio, che descriva i contemporanei, dovrebbe essere una sorta di documentario del suo tempo. Solo allora, secondo me, si raggiunge un certo grado di verità in un film. In questo senso Fury è un documentario, M è un documentario."
(Peter Bogdanovich, Il cinema secondo Fritz Lang, p. 21)
Fritz Lang, al suo primo film sonoro, utilizza in modo innovativo il nuovo mezzo espressivo per costruire un’opera tesa, angosciante, moderna, in cui ogni scelta stilistica diventa portatrice di un significato storico.
La Germania di quegli anni era un paese ferito dalla sconfitta nella Prima guerra mondiale, gravato dalle riparazioni imposte dal Trattato di Versailles, devastato dalla crisi economica seguita al crollo di Wall Street del 1929 e attraversato da un conflitto politico sempre più violento tra forze estremiste. Milioni di disoccupati, governi deboli, scontri di piazza e una diffusa sfiducia nella democrazia alimentavano un clima di paura e di frustrazione che trovava sbocco nella ricerca di capri espiatori e nella tentazione di soluzioni autoritarie.
In questo contesto, la figura dell’assassino interpretato da Peter Lorre, Hans Beckert, assume un valore che supera il semplice personaggio criminale: egli diventa il catalizzatore delle ansie collettive, l’oggetto su cui una società disorientata proietta le proprie ossessioni.
Fin dalle prime sequenze, Lang costruisce un’atmosfera di inquietudine che non deriva dalla rappresentazione esplicita della violenza, ma dalla sua evocazione.
La celebre scena iniziale, con i bambini che cantano una filastrocca macabra mentre la macchina da presa indugia su una sedia vuota, su un pallone che rotola, su un palloncino rimasto impigliato ai fili del telegrafo, mostra come l’assenza possa essere più perturbante della presenza.
La morte non viene mostrata, ma suggerita attraverso oggetti quotidiani improvvisamente privati della loro funzione, trasformati in segni di una tragedia invisibile. Questa scelta stilistica non solo aumenta la tensione narrativa, ma suggerisce anche che il male è qualcosa che si insinua silenziosamente nella normalità, senza bisogno di spettacolarizzazione. L’uso del sonoro rappresenta uno degli aspetti più innovativi del film. Lang comprende che il suono può essere un elemento strutturale della narrazione e non semplice accompagnamento. Il motivo fischiettato dall’assassino, tratto dal Peer Gynt di Edvard Grieg, diventa una vera e propria firma sonora del personaggio.
Beckert non controlla quel fischio: esso lo tradisce, lo identifica, lo smaschera.
È come se il suo inconscio emergesse attraverso il suono, rendendo udibile ciò che resta invisibile. Questa idea introduce una dimensione psicologica nuova e allo stesso tempo suggerisce una metafora più ampia: il male non è solo un atto individuale, ma una pulsione che attraversa la società, qualcosa che può manifestarsi improvvisamente e che non sempre è pienamente governabile dalla ragione.
Il film è costruito su un parallelo costante tra l’azione della polizia e quella della malavita organizzata. Lang alterna riunioni di funzionari, perquisizioni, schedature, a incontri tra criminali che discutono strategie e organizzano una rete di mendicanti per sorvegliare la città.
Le due organizzazioni appaiono speculari nei metodi e nelle strutture.
Questo parallelismo è fondamentale per comprendere la portata politica dell’opera: quando le istituzioni democratiche perdono credibilità ed efficacia, altri poteri si sostituiscono a esse, adottando strumenti simili ma privi di legittimazione giuridica. La malavita decide di catturare l’assassino non per senso morale, ma per interesse: la presenza del mostro attira troppa attenzione della polizia e ostacola i traffici illegali.
Eppure, una volta catturato Beckert, i criminali organizzano un processo improvvisato che assume i toni di una parodia inquietante del sistema giudiziario. La grande scena del tribunale clandestino, con la folla che urla e reclama vendetta, è una delle sequenze più potenti del film. Qui Lang mette in scena la trasformazione della collettività in massa isterica.
Non si cercano prove, non si ascoltano argomentazioni: la colpa è già data per certa, la condanna è decisa prima ancora che l’imputato possa parlare.
Il desiderio di giustizia si confonde con quello di vendetta.
In questa rappresentazione si può leggere una chiara metafora della distruzione dello stato di diritto e della progressiva accettazione di forme di giustizia sommaria che caratterizzeranno i regimi totalitari. La folla che grida contro Beckert anticipa simbolicamente le masse manipolate dalla propaganda, pronte a identificare nel nemico designato la causa di ogni male. La dinamica del capro espiatorio è centrale: una società in crisi ha bisogno di concentrare la propria rabbia su una figura concreta, di rendere visibile e punibile ciò che in realtà è frutto di tensioni molto più profonde e diffuse.
Hans Beckert, nel suo celebre monologo finale, implora di essere compreso.
Egli sostiene di non poter controllare i propri impulsi, di essere perseguitato da una forza interiore che lo spinge a uccidere contro la sua volontà. Questa scena, straordinariamente intensa grazie all’interpretazione di Peter Lorre, introduce un’ambiguità morale destabilizzante.
Beckert è un mostro, ma è anche un essere umano terrorizzato dalla propria malattia. Lang non lo assolve, ma lo sottrae alla dimensione puramente demoniaca. Così facendo, sposta l’attenzione dalla semplice eliminazione del colpevole alla complessità del problema.
Se il male è anche una patologia, una devianza, una fragilità, allora la risposta puramente punitiva appare insufficiente. In un periodo storico in cui si diffondeva una retorica fondata sull’eliminazione fisica del diverso e sulla purificazione del corpo sociale, questa scelta narrativa assume un valore fortemente critico. Il film suggerisce che la civiltà si misura non solo nella capacità di difendersi, ma anche nella fedeltà ai propri principi giuridici e morali anche di fronte all’orrore.
La città rappresentata da Lang non è un ambiente stilizzato come quello dell’espressionismo più radicale, ma uno spazio urbano concreto, realistico, fatto di strade, cortili, scale, interni borghesi e ambienti degradati.
Tuttavia, l’eredità espressionista si avverte nell’uso delle ombre, nella composizione delle inquadrature, nella costruzione di un’atmosfera oppressiva. La modernità del film sta proprio in questa fusione tra realismo e stilizzazione: il male non appartiene a un mondo fantastico, ma si annida nella quotidianità. Questo rende ancora più efficace la dimensione allegorica.
La sorveglianza costante che attraversa il film, con mendicanti che osservano, poliziotti che pedinano, cittadini che si scrutano con sospetto, prefigura una società in cui il controllo reciproco diventa norma. È l’immagine di una comunità che ha perso la fiducia e che sostituisce alla solidarietà la diffidenza.
In controluce, si può intravedere una riflessione sulla fragilità della democrazia: quando la paura domina la ragione, quando l’emergenza diventa permanente, quando la sicurezza viene anteposta ai diritti, il terreno è pronto per l’autoritarismo.
Il fatto che il film preceda di due anni l’ascesa definitiva di Hitler al potere rende ancora più impressionante la sua capacità di cogliere i sintomi di una malattia politica in atto.
Lang non realizza un film di propaganda, né un attacco diretto a un partito specifico.
La sua è piuttosto un’analisi delle dinamiche psicologiche e sociali che possono condurre una società verso la perdita delle proprie garanzie democratiche.
M – Il mostro di Düsseldorf resta così un’opera di straordinaria attualità, capace di parlare non solo del proprio tempo ma di ogni epoca in cui la paura collettiva rischia di trasformarsi in giustificazione della violenza. Il mostro non è soltanto l’assassino, ma la folla che rinuncia alla giustizia per abbracciare la vendetta, lo Stato che rischia di somigliare ai criminali che combatte, la comunità che, nel tentativo di proteggersi, smarrisce la propria umanità.
In questa ambivalenza risiede la grandezza del film: un’opera che utilizza il linguaggio del cinema per interrogare la storia e che, attraverso la vicenda di un singolo individuo, mette in scena il dramma di un’intera nazione sull’orlo della catastrofe.




