venerdì 17 luglio 2026

Squallor: Un virus nel sistema


Per comprendere l’essenza ultima degli Squallor occorre innanzitutto operare una necessaria sospensione del giudizio critico tradizionale. Approcciarsi alla loro produzione con le classiche categorie analitiche della sociologia della musica o della storiografia culturale significa mancare sistematicamente il bersaglio di una traiettoria artistica che ha deliberatamente scelto la scomposizione del linguaggio come propria cifra stilistica fondamentale. 
Dunque, se proviamo a chiederci chi fossero veramente gli Squallor, ci scontriamo subito con la natura proteiforme di un collettivo che ha saputo incarnare le contraddizioni più viscerali dell’Italia tra gli anni Settanta e gli Ottanta, muovendosi con un’agilità tattica che li ha resi inafferrabili sia ai critici impegnati sia ai moralisti di ogni risma.
Per rispondere alla domanda se fossero anarchici, qualunquisti, conservatori o semplicemente goliardi, dobbiamo guardare alla genesi del progetto, nato nelle stanze dei bottoni della discografia italiana per mano di autentici pesi massimi del settore come Giancarlo Bigazzi, Totò Savio, Daniele Pace, Alfredo Cerruti ed Elio Gariboldi. 
Questi personaggi operavano su due binari paralleli: scrivevano successi melensi e rassicuranti per i grandi interpreti della musica leggera nazionalpopolare e, al contempo, liberavano in studio di registrazione tutto il loro nichilismo represso attraverso la creazione di personaggi grotteschi e storie al limite dell’assurdo che non avrebbero mai potuto trovare spazio nel mercato mainstream ufficiale, ma che contenevano una carica eversiva infinitamente superiore a gran parte del cantautorato politico coevo.
In quest'ottica, è possibile leggere l'intera opera degli Squallor come una vera e propria manifestazione situazionista. 
Essi agivano dall'interno del sistema discografico, stravolgendo sistematicamente i prodotti musicali che spesso avevano contribuito a creare, proprio per ribaltarne il significato e diffondere il loro messaggio corrosivo. 
Utilizzavano le stesse strutture produttive che rendevano "accettabile" la musica leggera per iniettare una critica radicale che, proprio perché inserita in un contesto di apparente normalità, risultava ancora più destabilizzante.


Se volessimo definirli anarchici, dovremmo intenderli nell'accezione nichilista del termine, ovvero come portatori di una distruzione del senso che non mira alla costruzione di una nuova società utopica, ma alla demolizione sistematica di ogni residuo di buon senso borghese e di ogni ipocrisia linguistica. Attraverso questa tecnica di capovolgimento situazionista, essi trasformavano le canzoni d’amore in parodie oscene e il linguaggio della televisione in un flusso ininterrotto di turpiloquio e cinismo, svelando la vacuità dei messaggi mediatici del tempo. 
In questo senso, gli Squallor sono stati i più grandi sovvertitori del sistema proprio perché ne erano parte integrante: ne conoscevano perfettamente i meccanismi di produzione del consenso e i limiti della censura, che sistematicamente violavano con una consapevolezza tecnica disarmante.
Sarebbe tuttavia riduttivo incasellarli solo nel campo dell’anarchismo, poiché emerge in loro una vena di qualunquismo che non è ingenuità, ma scelta metodologica. 
Di fronte alla complessità degli "anni di piombo" e alla polarizzazione estrema dello scontro ideologico, l’aver scelto il territorio del non-senso e della battuta ha rappresentato una forma radicale di rifiuto della partecipazione al "gioco delle parti"
In un’epoca in cui il linguaggio si faceva arma di battaglia politica, loro hanno preferito essere i clown grotteschi che ridevano di tutti indistintamente, colpendo con la stessa ferocia il potente di turno, il democristiano impomatato, il sessantottino fanatico e il perbenismo cattolico, trasformando l’Italia in un grande teatro delle maschere in cui nessuno si salva e in cui la risata è l’unico atto di sopravvivenza possibile.
Inoltre, pur utilizzando i cliché della società patriarcale e maschilista per costruire i propri sketch, ne hanno operato di fatto una decostruzione corrosiva. Hanno trasformato quegli stessi stereotipi in parodie così spinte da far apparire ridicola la visione del mondo che avrebbero dovuto rappresentare. 
In questo processo di esagerazione iperbolica, gli Squallor non hanno rafforzato lo status quo, ma lo hanno esposto nella sua nudità più volgare e deprimente, rendendo impossibile qualsiasi forma di identificazione seria con i personaggi portati in scena da Alfredo Cerruti o  dalla voce inimitabile di Daniele Pace.


Infine, ridurre tutto a semplice goliardia sarebbe l’errore più grave di tutti. Se è vero che la loro produzione è intrisa di un umorismo viscerale tipico della tradizione cabarettistica italiana, è altrettanto vero che dietro la risata sguaiata si nascondeva un’intelligenza affilata, capace di decodificare il cambiamento dei consumi culturali del paese meglio di qualsiasi saggio accademico. 
Gli Squallor erano chirurghi del costume che operavano a cuore aperto una nazione che stava perdendo la propria innocenza per tuffarsi a capofitto nell’edonismo reaganiano. 
La loro eredità non risiede tanto nell’aver creato un genere, quanto nell’aver insegnato al pubblico che il linguaggio è una costruzione fragile, manipolabile e stravolgibile per rivelare verità inquietanti che la musica "seria" non osava nemmeno sussurrare.
Analizzando la loro discografia, da Troia del 1973 fino alle ultime prove degli anni Novanta, si nota un’evoluzione costante nel metodo di decostruzione. Si parte da una critica più diretta alla musica leggera per arrivare a una costruzione narrativa complessa, fatta di frammenti radiofonici, interviste impossibili e personaggi ricorrenti come Pierpaolo. 
Questi diventano icone di un mondo sotterraneo che viveva parallelamente alla storia ufficiale, quella dei telegiornali e della politica spettacolo, che gli Squallor osservavano dal loro osservatorio privilegiato: lo studio di registrazione.
Probabilmente la risposta definitiva alla nostra domanda su chi fossero realmente gli Squallor sta nel fatto che essi erano tutto questo contemporaneamente. 
Proprio per questo non erano nessuno in particolare: erano l’incarnazione dello spirito stesso di un’epoca caratterizzata dal cinismo necessario per non impazzire di fronte alla cronaca nera e alla vacuità culturale dilagante. 
La loro forza risiedeva nella capacità di restare outsider pur essendo interni ai meccanismi del business musicale; una posizione che ha permesso loro una libertà creativa totale, al riparo dai dogmi dell'underground così come da quelli del mainstream. 
Potevano permettersi di essere insopportabilmente volgari e profondamente geniali nello stesso istante.


La loro goliardia era una maschera tattica, un cavallo di Troia per introdurre nella casa degli italiani una critica radicale che, se proposta con i crismi della serietà, avrebbe generato un rifiuto immediato. Somministrata sotto forma di canzonaccia sguaiata, veniva invece assimilata da milioni di persone. Questa è la vera cifra degli Squallor: aver agito come agenti destabilizzanti camuffati da intrattenitori di serie B. 
Un’operazione di disturbo capillare che ha avuto effetti profondi sul modo in cui l’ironia è stata usata nella cultura di massa italiana, influenzando generazioni di comici e autori.
Chi oggi prova a studiare il fenomeno Squallor si imbatte in una massa informe di riferimenti alla cultura pop, spazzatura televisiva, tic linguistici dialettali e citazioni colte che si mescolano in un magma indistinto. Non c’è bisogno di etichettarli, perché la loro grandezza sta proprio nella negazione di qualsiasi etichetta e nella rivendicazione di un diritto al caos. In un’Italia ossessionata dalla forma, il loro approccio ha rappresentato un atto di libertà pura e incondizionata.
Ascoltare oggi brani come 38 Luglio o Cornutone significa confrontarsi con un’architettura del paradosso che non invecchia, perché le dinamiche umane che gli Squallor esploravano — la frustrazione, il tradimento, l’avidità, la libidine repressa e l’incomunicabilità — sono immutabili. Trattare questi temi senza mai cadere nella retorica, esaltandone anzi la dimensione più meschina, li rende ancora oggi un oggetto di studio imprescindibile per chiunque voglia comprendere le viscere dell’identità italiana, al di là della facciata rassicurante.

In definitiva, gli Squallor sono stati gli unici veri anarchici in un paese che ha sempre preferito la menzogna rassicurante alla verità sgradevole. Per farlo, hanno adottato la maschera del qualunquista, dell’uomo qualunque che non crede in nulla, per colpire più a fondo nel cuore del sistema. 
Questa strategia di mimetizzazione è stata talmente efficace che ancora oggi ci si interroga se fossero dei geni incompresi o dei cinici opportunisti. 
La risposta è che erano entrambi, senza contraddizione. 
In un mondo dominato dal "pensiero unico", la forma più alta di resistenza è quella di non essere mai uguali a se stessi, di mutare continuamente pelle. 
L'eredità degli Squallor non è un corpus di canzoni, ma un’attitudine: una resistenza al senso comune che passa attraverso la decostruzione del linguaggio.
Con la pazienza di artigiani del ridicolo e la ferocia di veri nichilisti dell’anima, erano pronti a bruciare i ponti dietro di sé dopo ogni singola uscita discografica, lasciando una scia di stupore, sdegno e ammirazione. Il vero atto di sovversione situazionista consiste nel non lasciare che la realtà ci definisca, ma nell'imporsi sulla realtà attraverso la risata, l'unica arma in grado di distruggere ogni monumento alla falsa coscienza collettiva. Sebbene molti abbiano provato a imitarli, nessuno è mai riuscito a raggiungere la profondità dell'abisso in cui gli Squallor si tuffavano quotidianamente per riportare in superficie le scorie della nostra anima collettiva, per poi servircele in un piatto condito con una risata amara che ci lasciava un retrogusto di inquietudine.


Questo è il segno distintivo di ogni opera d'arte autenticamente sovversiva: non si limita a compiacere lo spettatore, ma lo costringe a guardarsi allo specchio e a vedere quanto di quell'assurdità e di quella volgarità descritte nelle canzoni appartenga in realtà a lui stesso e alle sue piccole meschinità quotidiane. Smascherando così il grande inganno del decoro e della moralità pubblica, che spesso non è altro che una vernice sottile, gli Squallor giocavano costantemente con il limite, rendendo il confine tra il lecito e l'illecito, tra il comico e il tragico, totalmente evanescente. 
Alla fine di ogni ascolto, non restava che la consapevolezza che il mondo è un teatro di follia in cui l'unica posizione possibile è quella di osservatori distaccati che ridono di tutto, perché sanno che in fondo non c'è nulla di veramente serio da prendere sul serio, se non la propria libertà di pensiero. 
Una libertà che gli Squallor hanno rivendicato fino all'ultimo giorno, con una coerenza spaventosa che li rende forse i personaggi più integri del panorama culturale italiano del secondo Novecento.

mercoledì 15 luglio 2026

Turn on, Tune in, Drop out!


"Turn on, tune in, drop out." ("Accenditi, sintonizzati, esci dagli schemi")
Le parole di Timothy Leary risuonano come un mantra ancestrale, un richiamo magnetico che attraversa il tempo e lo spazio per depositarsi, vibrante e carico di elettricità statica, tra i solchi digitali e le architetture sonore di Inward Eye, il capolavoro allucinato di Spacemoth. 
Ma dimenticate le stantie atmosfere, i colori sbiaditi dal sole di un passato idealizzato o le polverose visioni da figli dei fiori; qui, nel 2026, non siamo nel 1967. 
Siamo catapultati in un futuro distopico, un non-luogo dove Maryam Qudus, mente geniale dietro il progetto Spacemoth, ha deciso di hackerare la nostra comune percezione della realtà, utilizzando esclusivamente una batteria di sintetizzatori analogici, una sensibilità compositiva che rasenta la chiaroveggenza e una dose massiccia di quel genio visionario che solo pochi eletti possiedono. Appena premete play, la gravità smette di funzionare, le pareti della vostra stanza diventano membrane traslucide e il concetto stesso di "album musicale" si polverizza, lasciando spazio a un'esperienza immersiva, una sonda spaziale lanciata alla velocità della luce direttamente dentro la ghiandola pineale. È musica che ha mangiato troppi pixel, che ha fatto indigestione di segnali radio interstellari e ha bevuto lunghi sorsi di elisir di distorsione armonica. 
Maryam Qudus costruisce, pezzo dopo pezzo, cattedrali sonore che sembrano fatte di gelatina quantistica, strutture fluide che cambiano forma sotto lo sguardo dell'ascoltatore. 
Ogni traccia è un mandala in continua rotazione: un momento vi sentite cullati da una melodia pop che ricorda un’innocenza perduta, un’infanzia mai vissuta, e un attimo dopo il pavimento si scioglie sotto i vostri piedi, trasformandosi in un mare di frequenze acide, riverberi infiniti e beat sincopati che vi costringono, quasi per inerzia cinetica, a ballare un valzer ossessivo e bellissimo con il vostro io speculare.

Maryam Qudus/Spacemoth

Ciò che rende questo disco una gemma così rara, così spiazzante nel panorama contemporaneo, è la sua capacità intrinseca di essere simultaneamente immensamente cosmico e spaventosamente intimo. 
Le atmosfere sono sintetiche, sì, ma mantengono una traccia di vita organica, pulsante, come un giardino botanico alieno coltivato con cura maniacale sulla superficie desolata di Marte. 
La voce di Maryam Qudus non è un semplice strumento di accompagnamento, ma una forza ipnotica, una guida spirituale che accarezza il vostro lobo frontale, sussurrando segreti in codice prima di esplodere in stratificazioni vocali, cori sovrapposti che sembrano provenire da una dimensione alternativa dove il tempo non scorre in avanti, ma si ripiega su se stesso in spirali dorate. 
La produzione è di una nitidezza che quasi ferisce: è come guardare un caleidoscopio rotante attraverso un microscopio elettronico, dove ogni frammento di suono è un cristallo perfetto, ogni sbavatura di distorsione è una scelta stilistica calcolata per ferire la perfezione digitale. 
Inward Eye diventa quindi la colonna sonora inevitabile, il battito cardiaco artificiale per chiunque si sia mai sentito un alieno su questo pianeta, un estraneo in attesa di un segnale dalla casa madre. 
È un album che vi prende per mano senza chiedere permesso, vi conduce in un tour fuori dall'orbita terrestre, vi mostra l'universo che pulsa freneticamente dentro le vostre cellule e, alla fine di questo viaggio estenuante e magnifico, vi riporta a casa, ma con la consapevolezza bruciante che quella "casa", quella realtà rassicurante e solida, era solo un'illusione ottica, una scenografia di cartapesta pronta a crollare al minimo soffio di vento quantistico.

"We are all alone in this world, we are all alone in this world..."


Se avete sete di perdere la bussola, di far tremare i vostri neuroni, di distruggere le coordinate cartesiane che tengono insieme il vostro mondo e di lasciarvi inondare da un'estasi elettro-psichedelica che non ha eguali nell'attuale offerta musicale, non avete altra scelta: dovete lasciarvi guidare da Spacemoth. Attenzione però, perché l'avvertenza è d'obbligo: l'ascolto prolungato, o magari quello fatto in un momento di particolare apertura mentale, potrebbe causare visioni improvvise di geometrie sacre che danzano nel vuoto, un desiderio incontrollato di comunicare con le stelle lontane, di decifrare il silenzio tra le note, e una strana, pervasiva consapevolezza che la realtà sia solo un menu da cui scegliere, un’interfaccia grafica ben disegnata ma puramente arbitraria. 
Siamo di fronte a un'opera che non chiede di essere ascoltata, ma vissuta come un rito, una cerimonia di iniziazione ai misteri del sintetizzatore. 
Voto: 10 galassie su 10. 
Indossate le cuffie, chiudete gli occhi, spegnete la gravità e lasciate che la materia si dissolva. 
Ogni singola nota di questo disco è un frammento di specchio che riflette non ciò che siete, ma ciò che potreste diventare se solo smetteste di resistere alla corrente. 
Maryam Qudus non si limita a comporre canzoni; tesse arazzi di suono che avvolgono l'ascoltatore in una coperta di frequenze altissime, un'esperienza che va oltre la semplice analisi critica, che scavalca la recensione tecnica per trasformarsi in una dichiarazione di intenti. 
È, in tutto e per tutto, la colonna sonora ideale per il momento in cui decidete che il mondo esterno non è più sufficiente, che le risposte devono essere cercate altrove, o meglio, più in profondità, in quel pozzo senza fondo che chiamiamo mente. 
Inward Eye è la chiave, la serratura è il vostro timpano, e il mondo che troverete dall'altra parte è vibrante, pericoloso, bellissimo e terribilmente strano.


Non cercate coerenza, cercate l'intensità. Non cercate il conforto, cercate la trasformazione. 
Questo album è un atto di coraggio creativo, un tuffo nel vuoto senza paracadute, sicuro che, in qualche modo, imparerete a volare prima di toccare il suolo. 
Lasciate che la melodia vi consumi, lasciate che il ritmo vi riprogrammi, lasciate che Maryam Qudus vi porti dove nessuno è mai stato prima, non perché il luogo sia distante, ma perché è talmente vicino da essere diventato invisibile. 
È il ritorno all'origine, il primo vagito di una nuova era sonora in cui l'uomo e la macchina non sono più entità separate, ma una cosa sola, un unico organismo pulsante capace di generare universi con la sola pressione di un tasto. 
Ascoltate, e lasciate che il mondo come lo conoscevate scivoli via, come polvere cosmica tra le dita.
"Turn on, tune in, drop out." 

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Quello che sta per finire è stato un anno in cui la musica ha mostrato una tensione sotterranea verso l’ambiguità emotiva. Dopo stagioni imp...

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