mercoledì 25 marzo 2026

Marzo




Marzo porta con sé una selezione di album che attraversa atmosfere e generi molto diversi, uniti però dalla stessa voglia di esplorare nuovi suoni. Dalle visioni elettroniche di Sassy 009 con Dreamer+ alle trame intense e notturne di Lucy Kruger e i suoi The Lost Boys in Pale Bloom. C’è spazio anche per il folk senza tempo di Bonnie "Prince" Billy con We Are Together Again e per il rock viscerale di The Black Crowes e Handsome Jack.
Ci avventuriamo poi in territori più sperimentali: le suggestioni cinematografiche di Hermann Kopp con la nuova sonorizzazione del film muto Der Golem, la spiritualità jazz di Shabaka in Of the Earth,  l’energia ruvida e alternativa di Kim Gordon con Play Me e infine le atmosfere elettroniche di Caterina Barbieri e Bendik Giske. Nove album diversi tra loro, ma perfetti per raccontare le tante sfumature musicali di questo marzo. 

DISCO DEL MESE


KIM GORDON - PLAY ME

Play Me di Kim Gordon è un disco affilato, contemporaneo e sorprendentemente coinvolgente, capace di fondere minimalismo elettronico e spirito sperimentale in una forma diretta ma ricca di personalità.
Le produzioni, essenziali e pulsanti, costruiscono un paesaggio sonoro asciutto in cui ogni elemento sembra scelto con precisione, mentre la voce, volutamente distaccata ma magnetica, diventa il filo conduttore di un racconto che riflette con intelligenza il presente digitale. Rispetto ad altri lavori, l’album appare più compatto e immediato, ma senza rinunciare a profondità e ricerca, trovando proprio nella sua apparente semplicità una forza espressiva notevole.
I testi, ironici e spesso taglienti, osservano il mondo contemporaneo con lucidità e senso critico, senza però perdere una certa leggerezza concettuale che rende l’ascolto dinamico e mai pesante.
Il risultato è un lavoro coerente, attuale e creativo, che conferma la capacità di Kim Gordon di rinnovarsi senza tradire la propria identità artistica.

ALtri ascolti


sassy009 - dreamer+

Con Dreamer+, Sassy009 costruisce un piccolo mondo sonoro fatto di atmosfere rarefatte e dettagli minimi, dove ogni brano sembra dissolversi lentamente nel successivo.
L’album rinuncia a strutture marcate per privilegiare una scrittura più libera e intuitiva, puntando tutto su sensazioni e sfumature piuttosto che su ritornelli memorabili.
La voce si inserisce come un elemento tra gli altri, quasi strumentale, contribuendo a un equilibrio delicato che non cerca mai il picco emotivo ma mantiene una costante sospensione, contribuendo così alla creazione di un disco discreto ma non per questo meno curato, che trova la sua forza nella coerenza e nella capacità di suggerire più che dichiarare.


Lucy kruger & the lost boys - pale bloom

Pale Bloom di Lucy Kruger & The Lost Boys è un disco magnetico e profondamente atmosferico. Trasforma frammenti di memoria e suggestioni infantili in un paesaggio sonoro denso e quasi rituale. Le canzoni si muovono tra tensione e abbandono alternando momenti di fragile intimità a improvvise aperture più ampie.
Chitarre, viola e rumori ambientali costruiscono una trama stratificata e inquieta mentre la voce di Lucy Kruger, sospesa tra sussurro e invocazione, ci guida in un lavoro che rinuncia a strutture tradizionali per privilegiare un flusso emotivo continuo. 
Il gruppo è stato fondato nel 2015 dalla cantautrice sudafricana Lucy Kruger e si è poi stabilito a Berlino negli anni successivi. Nel tempo ha costruito un percorso coerente tra art-pop, post-punk e sperimentazione. Dopo una serie di lavori pubblicati con grande continuità, la band ha affinato un linguaggio fatto di contrasti tra delicatezza e intensità nel quale Pale Bloom si inserisce come un capitolo maturo della loro carriera che amplia ulteriormente una poetica già riconoscibile e in costante evoluzione.


The black crowes - a pound of feathers

A Pound of Feathers dei The Black Crowes segna un ritorno in grande stile per i fratelli Robinson. L’album cattura l’energia grezza e spontanea della band e la traduce in undici tracce vivaci, nervose e autentiche. 
Registrato in un arco di tempo sorprendentemente breve con il produttore Jay Joyce, fonde blues, soul e rock con un approccio ritmico potente. Il disco riflette sia la familiarità con il proprio linguaggio musicale sia la voglia di riscoprire una scintilla creativa fresca e incisiva. Le chitarre mordono con vigore e la sezione ritmica pulsa. 
La voce porta con sé l’esperienza di una carriera vissuta. Brani come “Profane Prophecy” e “Pharmacy Chronicles” mostrano una band che non si accontenta di ripetere sé stessa ma trova nuove sfumature nel suo sound classico. Il risultato è un album entusiasmante, immediato nelle performance e capace di rappresentare il ritorno pieno e convincente dei Robinson in studio dopo la recente rinascita artistica iniziata con Happiness Bastards. Conferma la loro capacità di reinventarsi restando fedeli alle proprie radici.


handsome jack - barnburners!

Barnburners! degli Handsome Jack è un disco energico, sincero e scorbutico che cattura il fascino grezzo del rock e del blues classico. Suona come una festa sonora in cui sudore, chitarre ruggenti e groove pulsante dominano ogni traccia. Il trio di Lockport, New York attinge dall’energia del rock ’n’ roll, del blues e del boogie old‑school con un suono tanto familiare quanto immediatamente personale e autentico. I pezzi scorrono con un ritmo deciso e senza fronzoli. Le aperture scatenate di “Barnburner” si alternano alle suggestioni più “swamp” di “Polk Salad Annie”. Linee di basso robuste, chitarre incandescenti e cori vibranti rendono il disco avvincente dall’inizio alla fine. La voce passionale di Jamison Passuite spinge i brani in avanti mentre la sezione ritmica mantiene il ritmo costante. Tutto ciò dona all'album una qualità organica e viva che ricorda il rock e il blues suonati dal vivo in un locale affollato. 
Questo è un album convincente e divertente che riesce a far battere il piede e scuotere la testa a tempo con la musica, restando fedele alle radici sonore dalle quali trae ispirazione.


bonnie "prince" billy - we are together again

We Are Together Again di Bonnie “Prince” Billy è un album intimo e profondamente umano che si muove tra folk, country e melodie essenziali. Ogni brano ha un sapore raccolto e meditativo, come se fosse stato pensato per essere sussurrato davanti a un fuoco al tramonto. 
La voce di Will Oldham, calda e vulnerabile, guida l’ascoltatore attraverso storie di connessione, perdita e memoria con una sincerità rara. Gli arrangiamenti, delicati ma mai fragili, lasciano spazio a strumenti acustici e a un senso di spazio aperto che amplifica l’emozione delle canzoni. L’album non punta a effetti spettacolari ma a una bellezza semplice e sincera che si rivela lentamente ad ogni ascolto. 
We Are Together Again è un lavoro raccolto e toccante, perfetto per chi cerca musica che parla al cuore senza inutili orpelli.


hermann kopp - der golem

Der Golem di Hermann Kopp è una colonna sonora ipnotica e profondamente evocativa, capace di trasformare frammenti di elettronica oscura, sintetizzatori retro e suoni industriali in un’esperienza sonora densa e inquietante, che si adatta alla perfezione all'atmosfera dell'omonima pellicola, opera  espressionista tedesca del 1920 diretta da Paul Wegener e Carl Boese. 
La storia si basa sulla leggenda del Golem, un essere di argilla animato tramite rituali cabalistici per proteggere il ghetto ebraico di Praga, ma che finisce per sfuggire al controllo dei suoi creatori, evocando temi di creazione e distruzione, potere e identità in un contesto visivo potente e simbolico.
Il lavoro di Hermann Kopp pulsa di tensione, muovendosi tra atmosfere cupe e spirali dissonanti che riflettono perfettamente un immaginario oscuro e fiabesco, facendo emergere un senso di mistero costante e una tensione sotterranea che trattiene l’ascoltatore in uno stato di sospensione. 
I timbri sono spesso minimali ma carichi di suggestione, creando paesaggi sonori che sembrano tanto abitati da ombre antiche quanto proiettati in una visione contemporanea del suono. 
Der Golem si distingue per la capacità di modulare inquietudine e fascinazione, restituendo un’esperienza che è al contempo critica, straniante e stranamente magnetica.


shabaka - of the heart

Of the Earth di Shabaka, musicista e polistrumentista britannico, è un album intenso e avvolgente che fonde jazz, ritmi elettronici, fiati tradizionali e sperimentazione sonora in un’unica esperienza organica. Le composizioni si muovono tra passaggi ancestrali e improvvisazioni contemporanee, con linee di fiato e sax che dialogano con percussioni e melodie stratificate, creando un flusso continuo e coinvolgente. 
Per la prima volta l’artista esplora anche l’uso della voce in forme quasi rappate, aggiungendo un ulteriore strato narrativo al tessuto sonoro. Il disco suona come un dialogo tra impulsi primordiali e sensibilità moderna, capace di affascinare tanto gli appassionati di jazz quanto chi cerca nuove sonorità ricche di profondità.
Shabaka Hutchings con questo album, oltre a ribadire il suo ruolo di personaggio centrale della nuova scena jazz contemporanea, riafferma la sua visione creativa, unendo la padronanza dei fiati e del sax alla sperimentazione ritmica e alla produzione autonoma. 


caterina barbieri/bendik giske - at source
 
At Source di Caterina Barbieri e Bendik Giske è un album ipnotico e profondamente immersivo che nasce dall’incontro tra due esploratori del suono elettronico e dei fiati. Le tracce si sviluppano come una lunga meditazione pulsante, dove sequenze di sintetizzatori modulari si intrecciano con fiati che risuonano e si espandono nello spazio sonoro, creando tensione e rilascio in un flusso continuo. L'album non segue strutture convenzionali: ogni elemento si evolve lentamente, come se fosse parte di un’unica forma sonora viva, capace di trasformarsi senza distinzioni nette tra introspezione e intensità. 
L’ascolto diventa un’esperienza avvolgente, quasi fisica, in cui i pattern ripetitivi e le sonorità astratte generano un senso di profondità e connessione emotiva difficile da descrivere a parole.
Caterina Barbieri è una compositrice e musicista italiana nota per il suo lavoro con sintetizzatori modulari e per l’esplorazione di pattern ipnotici e strutture sonore profonde. Il suo lavoro si muove ai confini tra elettronica sperimentale, minimalismo e ambient, con una particolare attenzione al modo in cui i suoni si intrecciano nel tempo e nello spazio. 
In At Source porta questa sensibilità nel dialogo con Bendik Giske, creando un album che riflette la ricerca continua di linguaggi sonori innovativi e di un’immediatezza emotiva nel suono.






lunedì 23 marzo 2026

Shane MacGowan: il poeta ubriaco


Shane MacGowan è stato molto più di un cantante: è stato una voce, un simbolo, una ferita aperta e luminosa dentro la tradizione musicale irlandese, un poeta ruvido capace di trasformare la polvere dei pub, le strade bagnate di pioggia e le vite degli ultimi in un canto epico e struggente che ha attraversato generazioni.
Ricordarlo significa ricordare una forma di musica che non separa mai la festa dalla malinconia, la risata dalla perdita, la bellezza dalla rovina, perché nella sua figura convivevano tutte queste cose e lo facevano con una forza primitiva e autentica che pochi artisti sono riusciti a possedere davvero.
Nato nel 1957 da famiglia irlandese e cresciuto tra l’Irlanda e l’Inghilterra, Shane MacGowan portò sempre dentro di sé il senso di esilio e appartenenza che attraversa la storia del suo popolo, e quando negli anni Ottanta fondò i Pogues diede vita a qualcosa che fino ad allora sembrava impossibile: unire la tradizione folk irlandese con l’energia sporca e ribelle del punk, creando un suono che era al tempo stesso antico e moderno, ubriaco e poetico, scatenato e malinconico.


Chiunque abbia ascoltato i Pogues almeno una volta sa che quella musica non è semplice intrattenimento ma un viaggio emotivo che attraversa la storia di emigranti, marinai, perdenti gloriosi e sognatori irriducibili, e MacGowan ne era il narratore perfetto, con la sua voce roca e lacerata, una voce che sembrava arrivare direttamente dal fondo di una notte troppo lunga.
La sua scrittura possedeva una qualità letteraria rara nella musica popolare, e nelle sue canzoni si incontrano spesso immagini degne dei grandi poeti irlandesi, ma raccontate con il linguaggio semplice e diretto delle strade e dei pub, perché Shane non scriveva per le accademie ma per chi vive davvero, per chi lavora, beve, ama e soprattutto perde.
Quando i Pogues pubblicarono alcune delle loro canzoni più celebri, il mondo capì di trovarsi davanti a qualcosa di unico, e pezzi come quelli che contengono versi brevi e fulminanti come “You’re a bum, you’re a punk, you're an old slut on junk (sei un barbone, sei un teppista, sei una vecchia troia drogata)”, peraltro contenuti in quella che dovrebbe essere una canzone "natalizia" (l'immortale Fairytale of New York"), dimostrano come Shane sapesse racchiudere un’intera storia umana in poche parole.


Uno degli aspetti più affascinanti della sua arte era la capacità di raccontare l’Irlanda senza trasformarla in cartolina, senza romanticismi facili, ma mostrando invece il lato più umano e contraddittorio di quella cultura fatta di nostalgia, ironia, rabbia e amore. Nei suoi testi compaiono spesso i fantasmi dell’emigrazione, il ricordo di una patria lontana, le città straniere in cui gli irlandesi hanno cercato fortuna e dignità, e tutto questo si intreccia con un senso di comunità che esplode nei ritornelli cantati a squarciagola.
Ascoltare Shane MacGowan significa spesso immaginare una stanza piena di gente che canta insieme, bicchieri che si alzano, violini e fisarmoniche che accelerano il ritmo mentre la voce del cantante guida la festa e allo stesso tempo racconta una storia di perdita.
Questa tensione tra celebrazione e dolore è forse il cuore della sua poetica, e rende la sua musica incredibilmente umana, perché la vita stessa è fatta di questi contrasti.
Non bisogna dimenticare che MacGowan era anche un personaggio profondamente segnato dagli eccessi, dalla fragilità e da una vita vissuta sempre sul limite, e proprio questa vulnerabilità contribuiva alla sua autenticità, rendendolo un artista impossibile da separare dalla sua opera; la sua figura spettinata, i denti rovinati, lo sguardo ironico e malinconico sono diventati nel tempo un’icona della musica alternativa, ma dietro quell’immagine c’era soprattutto un uomo con una sensibilità letteraria straordinaria, capace di scrivere testi che sembrano piccoli racconti.

Shane MacGowan insieme a Joe Strummer

Molte delle sue canzoni sono popolate da personaggi memorabili: marinai perduti, immigrati solitari, amanti che litigano e si riconciliano, sognatori che non hanno mai smesso di credere nella possibilità di una vita migliore. Uno dei segreti della sua scrittura era proprio questo amore per le storie, una qualità narrativa che rende le sue canzoni simili a ballate tradizionali tramandate per generazioni.
E infatti MacGowan conosceva profondamente la tradizione musicale irlandese, dalle antiche ballate alle melodie dei pub, e riuscì a inserirsi in quella tradizione senza imitarla passivamente ma trasformandola con l’energia del suo tempo.
Quando ascoltiamo le sue canzoni possiamo quasi sentire il legno del bancone di un pub, il rumore delle sedie, il coro improvvisato degli amici che cantano insieme, e in mezzo a tutto questo la sua voce che racconta la storia.
Uno dei momenti più intensi della sua carriera resta senza dubbio la capacità di scrivere canzoni  che non sono affatto sentimentaliste, ma al contrario raccontano momenti di nostalgia, memoria e speranza nelle quali troviamo versi che restano impressi proprio perché sono semplici e veri, come quando sempre nella sopranominata "Fairytale of New York", la voce di Kirsty McColl canta “Happy Christmas your arse, i pray God it's our last (Buon Natale str**zo, prego Dio che sia il nostro ultimo)” oppure quando la malinconia affiora in frasi che parlano di promesse non mantenute e sogni infranti; Shane MacGowan riusciva a fare qualcosa di rarissimo: trasformare il sarcasmo in poesia.
Proprio questa combinazione di ironia e sentimento rende la sua musica incredibilmente potente e non sorprende quindi che i Pogues siano diventati una band amatissima in tutto il mondo, capace di riempire sale da concerto ma anche di rimanere profondamente legata alla cultura popolare da cui proveniva.
Nel corso degli anni la figura di Shane MacGowan è diventata quasi mitologica, come quella di un poeta maledetto che continua a cantare nonostante tutto, un uomo che sembra portare sulle spalle secoli di storie irlandesi e allo stesso tempo la ribellione punk del ventesimo secolo.
Chi lo ha visto dal vivo racconta spesso di concerti caotici e meravigliosi, in cui la musica sembrava sul punto di crollare da un momento all’altro ma alla fine trovava sempre una forma di equilibrio emotivo; ed è forse proprio questa imperfezione a rendere indimenticabile la sua arte, perché MacGowan non cercava mai la perfezione tecnica ma la verità emotiva.

The Pogues

Nelle sue canzoni non c’è distanza tra artista e pubblico, tra palco e platea, perché tutto sembra nascere dallo stesso luogo: la vita vissuta; nel ricordarlo oggi è impossibile non pensare a quanto la sua musica abbia influenzato generazioni di artisti che hanno visto in lui la prova che la tradizione può essere reinventata senza perdere la sua anima.
La sua eredità non è soltanto musicale ma culturale, perché ha dimostrato che le storie degli emigranti, dei lavoratori e degli outsider meritano di essere cantate con la stessa dignità delle grandi narrazioni epiche.
Shane MacGowan era, in fondo, un narratore del popolo, uno di quei rari artisti che riescono a trasformare la memoria collettiva in canzone.
Nei suoi testi si percepisce sempre l’eco di una storia più grande, quella di un’isola segnata da partenze e ritorni, da rivolte e nostalgia, da feste interminabili e mattine malinconiche; forse è proprio per questo che le sue canzoni continuano a essere cantate ovunque ci sia qualcuno disposto a sollevare un bicchiere e a ricordarlo. Quando una folla intona insieme una melodia dei Pogues non sta soltanto ascoltando una band ma partecipando a una tradizione viva, e in quella tradizione la voce di Shane MacGowan continuerà a risuonare ancora a lungo, come il narratore di una grande ballata che non smette mai davvero di essere cantata.
La sua vita è stata disordinata, eccessiva, a tratti autodistruttiva, ma anche straordinariamente creativa e generosa; molti artisti cercano di sembrare autentici, mentre MacGowan lo era semplicemente perché non sapeva essere altro; nel suo modo di cantare e scrivere c’era qualcosa di profondamente umano che rendeva impossibile ignorarlo e forse è proprio questo il motivo per cui, anche dopo la sua scomparsa, la sua figura continua a occupare un posto speciale nell’immaginario musicale: perché rappresenta un’idea di arte libera, imperfetta, passionale, legata alle radici ma aperta al caos della vita; ricordarlo significa quindi ricordare la potenza della musica quando nasce dalla verità di chi la crea; significa ricordare che una canzone può essere allo stesso tempo una storia, una confessione, una risata e una lacrima; significa soprattutto ricordare un uomo che ha trasformato la sua voce ruvida in uno strumento capace di raccontare l’Irlanda, l’esilio, l’amicizia, la sconfitta e la speranza; e mentre il tempo passa e nuove generazioni scoprono quelle melodie, la sensazione è che Shane MacGowan continui a vivere proprio lì dove è sempre stato: dentro le canzoni, dentro i cori improvvisati dei pub, dentro quelle brevi frasi che restano impresse nella memoria e che qualcuno, da qualche parte, continua a cantare sottovoce come se fossero parte della propria storia.



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