venerdì 5 giugno 2026

Morire d'amore

Marjane Satrapi e il marito Mattias Ripa

Il mondo dell'arte e della letteratura contemporanea si è risvegliato ieri, giovedì 4 giugno 2026, sotto il peso di una notizia che ha scosso le coscienze e toccato le corde più intime di chiunque abbia trovato, tra le pagine in bianco e nero dei suoi capolavori, una voce capace di raccontare la complessità, il dolore e la forza della vita umana: Marjane Satrapi, la visionaria autrice di Persepolis, si è spenta a Parigi all'età di cinquantasei anni, lasciando un vuoto incolmabile nel panorama culturale internazionale.
La causa della sua scomparsa, come dolorosamente confermato dalle agenzie di stampa e dalle comunicazioni ufficiali della famiglia, risuona con la forza di una tragedia greca, poiché l'artista non ha retto il peso di un lutto che l'aveva straziata nel profondo, quello di suo marito Mattias Ripa, lo sceneggiatore e produttore svedese che era stato per decenni il compagno di ogni sua battaglia e l'amore assoluto della sua vita, scomparso appena quattordici mesi fa, l'8 aprile 2025, in una successione di eventi che sembra quasi ricalcare la poetica del dolore che la stessa Satrapi aveva magistralmente esplorato in opere come Pollo alle prugne, dove il cuore, privato del proprio fulcro emotivo, cessa semplicemente di battere per scelta inconscia di non voler più abitare un mondo svuotato dell'anima gemella, trasformando la sua dipartita in un atto ultimo di incondizionata dedizione affettiva che lascia il pubblico sgomento di fronte a un legame così puro e devastante da superare i confini della finitezza umana per rifugiarsi in un eterno abbraccio simbolico con l'uomo a cui aveva dedicato ogni giorno della sua esistenza adulta. 
La figura di Marjane Satrapi non è stata solo quella di una straordinaria narratrice capace di trasformare il segno grafico in un linguaggio universale per denunciare le atrocità del regime iraniano e il trauma dell'esilio, ma è stata anche quella di una donna che, con coraggio indomito, ha sempre rifiutato le definizioni preconcette, scegliendo costantemente la via dell'autenticità radicale anche quando questa comportava il rischio di un isolamento intellettuale, come dimostrato dalla sua recente e controversa decisione di rifiutare la prestigiosa Legion d'Onore in segno di protesta contro l'ipocrisia diplomatica e politica del suo Paese d'adozione nei confronti dei diritti umani in Iran, un gesto che fotografa perfettamente la tempra di un'artista che non ha mai accettato di piegare la propria etica personale dinanzi alle convenzioni sociali, preferendo sempre la coerenza alla gratificazione del sistema e dimostrando, ancora una volta, che la sua opera non era che il riflesso speculare di un'anima che ha vissuto ogni istante come una testimonianza di verità e libertà. 


Con la morte di Marjane Satrapi, perdiamo non soltanto l'autrice di quel Persepolis che ha ridefinito le possibilità espressive del fumetto autobiografico all'inizio del nuovo millennio, aprendo la strada a una generazione di voci iraniane e internazionali pronte a reclamare il proprio spazio narrativo, ma assistiamo alla fine di un percorso intellettuale che ha saputo viaggiare tra Oriente e Occidente, tra il trauma della rivoluzione del 1979 e la sofisticata intellettualità parigina, mantenendo sempre intatta quella capacità infantile e lucidissima di guardare il mondo con stupore, rabbia e, soprattutto, una immensa, viscerale capacità di amare che, alla fine, si è rivelata essere la cifra stilistica più autentica di tutta la sua parabola umana e creativa. 
La scomparsa di Mattias Ripa, avvenuta nella primavera dello scorso anno, aveva segnato in modo indelebile il declino di una vitalità che fino a quel momento era sembrata inesauribile, rendendo Marjane una figura sempre più raccolta, insofferente a una quotidianità privata del confronto quotidiano con chi, per oltre trent'anni, aveva costituito il suo specchio e il suo porto sicuro.
Le testimonianze degli amici più cari descrivono una donna che aveva iniziato a congedarsi dal mondo già da tempo, in un lento e struggente processo di distacco che molti hanno interpretato come una resa consapevole dinanzi all'assenza incolmabile dell'altro, un'assenza che ha eroso la sua capacità di continuare a lottare su un piano terreno che non offriva più alcun riscatto per il vuoto lasciato dalla metà mancante del suo cielo. 
In un momento in cui il mondo celebra la sua immensa eredità artistica, dai suoi film d'animazione alle sue regie coraggiose, fino ai suoi graphic novel che rimarranno pietre miliari della letteratura per immagini, è impossibile non soffermarsi sulla tragica bellezza di una fine che eleva il sentimento amoroso a protagonista assoluto, ricordandoci che, dietro l'artista iconica, la militante instancabile e la figura pubblica che ha dato voce a migliaia di donne oppresse, c'era una donna che, spogliata del suo amore più grande, ha scelto di seguire il corso naturale di un dolore che non conosceva compromessi, in un atto finale che, per quanto straziante, porta con sé la dignità tragica delle grandi protagoniste dei racconti che lei stessa ha saputo rendere immortali. 


È doveroso, oggi, tributare a Marjane Satrapi non solo gli onori dovuti a una delle voci più originali e necessarie del nostro tempo, capace di sfidare i censori di ieri e di oggi con la sola forza di un pennino e di una visione etica granitica, ma anche il rispetto riservato a chi ha saputo vivere e morire seguendo le uniche leggi che contano davvero, quelle del cuore, in una coerenza esistenziale che oggi ci lascia orfani di una guida, di una amica del pensiero e di una donna che, pur conoscendo le ombre più cupe della storia del Novecento e le ferite aperte della nostra contemporaneità, non ha mai rinunciato a cercare la luce, anche quando questa si è rivelata troppo lontana o troppo debole per illuminare il sentiero dopo la partenza definitiva della persona amata. 
Mentre le librerie di tutto il mondo tornano a riempirsi di copie delle sue opere, attirando nuovi lettori desiderosi di scoprire quella ragazza di Teheran che è diventata, suo malgrado, il simbolo di una generazione globale, il ricordo di Marjane Satrapi si intreccia indissolubilmente con la sua capacità di trasformare la sofferenza in arte, una capacità che oggi, nella luce del suo epilogo, appare sotto una luce nuova e più dolorosa, quella di una verità che non ammette mediazioni e che ci costringe a fare i conti con l'essenza stessa di cosa significhi dedicarsi totalmente all'altro, fino a smarrire la propria ombra quando quella dell'amato si dissolve nel tempo. 
La memoria di questa grande artista sarà conservata nelle tavole di Persepolis, dove la piccola Marjane, con il suo velo e la sua curiosità ribelle, continuerà a correre libera tra le strade di una Teheran che non esiste più, così come continuerà a risuonare nelle sale cinematografiche dove la sua opera ha saputo emozionare milioni di spettatori.
Ma la vera eredità di Marjane resterà legata a quella tenacia intellettuale e umana che l'ha resa inattaccabile, a quel rifiuto di ogni compromesso che ha guidato la sua vita privata tanto quanto quella professionale, rendendola un esempio di integrità che, in questo momento di dolore collettivo, brilla con un'intensità particolare, ricordandoci che, al di là dei riconoscimenti, dei premi e della fama internazionale, ciò che resta di noi è l'amore che abbiamo saputo dare e quello che abbiamo, nel bene e nel male, portato dentro fino all'ultimo respiro. 
Parigi, la città che l'aveva accolta e dove aveva costruito la sua esistenza, oggi piange non solo un talento straordinario, ma un'anima nobile che ha scelto, in un modo tanto intimo quanto universale, di ricongiungersi con il suo Mattias, lasciandoci però in dono un universo di storie, di lotte e di riflessioni che, pur nella tristezza del momento, continueranno a nutrire la nostra immaginazione e a spronarci a non abbassare mai lo sguardo di fronte alle ingiustizie, onorando così, nel migliore dei modi possibili, la vita di una donna che ha saputo essere, in ogni singola battuta, una voce assolutamente, ferocemente, meravigliosamente libera.

mercoledì 3 giugno 2026

Tapum. Memoria di una strage



C’è qualcosa di profondamente disturbante nel modo in cui la memoria collettiva ha assorbito la Prima guerra mondiale. A differenza della Seconda, che continua ancora oggi a occupare una porzione enorme dell’immaginario culturale attraverso cinema, letteratura, documentari e celebrazioni pubbliche, il primo grande conflitto del Novecento sembra spesso confinato a un ricordo scolastico fatto di trincee fangose, fotografie sbiadite e soldati immobili sotto montagne che paiono appartenere a un’altra era geologica e morale.
Eppure fu proprio quella guerra a inaugurare la modernità del massacro industriale. Fu la guerra che trasformò l’uomo in materiale sacrificabile, la vita in statistica, il corpo umano in elemento logistico. La Seconda guerra mondiale avrebbe successivamente ampliato e perfezionato la macchina della distruzione attraverso ideologie totalitarie e genocidi pianificati, ma il laboratorio della carneficina moderna fu il fronte del 1914-1918. 
È dentro questo scenario storico, umano e psicologico che si colloca Tapum, il sorprendente fumetto di Leo Ortolani, autore che per decenni il pubblico italiano ha identificato quasi esclusivamente con l’ironia corrosiva, la comicità surreale e la parodia supereroistica di Rat-Man. 
Con quest’opera, però, Ortolani compie una svolta radicale. Non si limita a cambiare tono narrativo. Cambia prospettiva sul mondo. Abbandona la protezione del grottesco per entrare nel territorio della memoria storica e della tragedia collettiva, affrontando uno degli episodi più feroci e assurdi della partecipazione italiana alla Prima guerra mondiale: la Battaglia dell’Ortigara.
L’Ortigara non è soltanto una montagna. È un simbolo. Una ferita ancora aperta nella memoria italiana. Tra il giugno e il luglio del 1917, sull’Altopiano dei Sette Comuni, migliaia di soldati italiani vennero mandati all’assalto delle postazioni austro-ungariche in una delle operazioni più sanguinose e inutili dell’intero fronte alpino. Per conquistare pochi metri di roccia, intere brigate furono sacrificate sotto il fuoco delle mitragliatrici e dell’artiglieria nemica. I soldati avanzavano in salita, nel fango, tra le esplosioni, spesso senza copertura adeguata e con ordini impartiti da ufficiali lontani dalla realtà concreta del massacro. Il risultato fu un’enorme e insensata carneficina. Migliaia di giovani morirono nel giro di pochi giorni per conquistare una posizione che sarebbe stata presto perduta. È difficile immaginare un’immagine più precisa dell’assurdità della guerra moderna.
Tapum sceglie di raccontare proprio questa assurdità. Ortolani non costruisce un fumetto patriottico, non celebra l’eroismo militare, non trasforma i soldati in statue morali. 
Al contrario, li restituisce alla loro dimensione più fragile e umana. 
I protagonisti del libro sono uomini stanchi, sporchi, terrorizzati, spesso incapaci persino di comprendere il senso della battaglia che stanno combattendo. Ed è proprio questa scelta a rendere il fumetto così potente. Perché la guerra, vista dal basso, perde immediatamente ogni retorica. Rimangono soltanto la paura, il gelo, la fame e l’istinto di sopravvivenza.


Il titolo stesso dell’opera contiene già il cuore del discorso. Tapum richiama infatti il celebre canto degli alpini nato proprio durante la Grande Guerra. Quel suono secco riproduce il colpo del fucile. Ta-pum. Una sillaba quasi infantile, apparentemente innocente, che nel fumetto assume invece il ritmo ossessivo della morte ripetuta.
Ta-pum. Un uomo cade. 
Ta-pum. Un altro avanza. 
Ta-pum. Un altro ancora viene cancellato dalla montagna. 
Ortolani comprende perfettamente la forza simbolica di quella parola e la utilizza come una sorta di battito meccanico che accompagna l’intera narrazione. La guerra diventa un processo automatico. Un sistema che continua a divorare uomini indipendentemente dal valore strategico delle sue azioni.
La grande sorpresa dell'opera è il modo in cui Ortolani riesce a mantenere parte della propria identità artistica pur affrontando un materiale tanto tragico. I personaggi conservano infatti il tratto caricaturale tipico dell’autore. Hanno visi deformati, espressioni grottesche, corpi che sembrano provenire ancora dall’universo umoristico di Rat-Man. 
In teoria questa scelta avrebbe dovuto distruggere ogni possibilità di coinvolgimento emotivo. In teoria la tragedia avrebbe dovuto risultare ridicolizzata. E invece accade l’opposto. 
Proprio quel contrasto tra stile grafico e contenuto genera un effetto devastante. Quei volti buffi e quasi infantili vengono travolti dalla violenza della storia. Le esplosioni li dilaniano. Il freddo li consuma. La paura li svuota. Il lettore assiste così a una progressiva distruzione dell’innocenza visiva del fumetto. È come se il linguaggio stesso dell’autore venisse trascinato dentro la guerra e costretto a cambiare insieme ai suoi personaggi.
La forza di Tapum sta anche nella capacità di mostrare la guerra come esperienza materiale. Ortolani insiste continuamente sul fango, sul freddo, sull’umidità delle trincee, sulla decomposizione dei corpi, sul peso della stanchezza. Le montagne dell’Ortigara non appaiono mai sublimi o romantiche. Non sono il paesaggio epico della retorica patriottica. Sono enormi masse di pietra indifferente che divorano esseri umani. 
Le trincee sembrano viscere aperte nella terra, i soldati si confondono col terreno, il sangue si mescola all’acqua piovana e alla neve residua. 
Tutto appare sporco, consumato, marcio. 
In molte tavole il lettore percepisce quasi fisicamente il senso di oppressione e di annientamento psicologico che dominava il fronte alpino.
Uno degli aspetti più particolari del fumetto è il modo in cui viene raccontata la distanza tra i soldati e i vertici militari. 
La Prima guerra mondiale italiana fu anche una guerra di incomprensioni linguistiche e sociali. Molti soldati provenivano dalle campagne. Parlavano dialetti, erano analfabeti o semi-analfabeti. Spesso non comprendevano nemmeno gli ordini impartiti in italiano ufficiale. 


Eppure venivano mandati avanti come carne da macello all’interno di strategie militari elaborate da ufficiali convinti che il sacrificio umano fosse un prezzo inevitabile. Tapum mostra molto bene questa frattura. Gli ufficiali appaiono spesso intrappolati in una logica astratta nella quale la perdita di migliaia di uomini diventa un semplice dato operativo. La disciplina assume contorni disumani. Gli assalti frontali vengono ordinati anche quando risultano chiaramente suicidi. Le fucilazioni sommarie servono più a mantenere il controllo psicologico che a punire reali colpe. 
La guerra diventa così un gigantesco meccanismo burocratico che trasforma l’obbedienza in una forma di suicidio collettivo.
In questo senso il fumetto di Ortolani appartiene a quella lunga tradizione culturale italiana che ha cercato di smontare la retorica patriottica della Grande Guerra. Da Emilio Lussu a Mario Rigoni Stern, passando per il Mario Monicelli de "La Grande Guerra" e per molti poeti del Novecento, diversi autori hanno raccontato il fronte italiano come luogo dell’assurdo e della disumanizzazione.
Tapum si inserisce perfettamente in questa linea. La differenza è che lo fa attraverso il linguaggio del fumetto e soprattutto attraverso lo sguardo di un autore proveniente dalla comicità. È proprio questa provenienza a rendere l’opera ancora più destabilizzante. Ortolani non rinuncia completamente all’ironia. Alcuni dialoghi conservano un umorismo amaro e disperato. Ma è un’ironia che non alleggerisce mai davvero il racconto. Al contrario, lo rende ancora più crudele. 
Il lettore ride e subito dopo prova disagio per aver riso. 
È la stessa dinamica psicologica che attraversa molti racconti dei reduci: l’umorismo come ultimo strumento di sopravvivenza mentale dentro un sistema privo di senso.
La Battaglia dell’Ortigara rappresenta probabilmente uno degli esempi più evidenti dell’inutilità strategica di gran parte della guerra combattuta sul fronte italiano. Migliaia di uomini vennero sacrificati per conquistare posizioni quasi impossibili da mantenere. Le montagne diventavano obiettivi simbolici più che strategici. La conquista di una cima veniva pagata con quantità di vite umane sproporzionate rispetto a qualsiasi vantaggio reale. Tapum insiste molto su questa dimensione. 
Non c’è gloria nella montagna, non c’è vittoria. 
C’è soltanto un continuo consumo di giovani corpi. 
Il fumetto sembra suggerire che la vera protagonista della guerra non sia nemmeno la morte, ma la sostituibilità degli individui. 
Un soldato cade. 
Un altro prende il suo posto. 
E poi un altro ancora. 
La macchina continua a funzionare indipendentemente dall’identità delle persone coinvolte.


Dal punto di vista narrativo, Ortolani costruisce un’opera che evita accuratamente la monumentalità. Non ci sono eroi puri nè tantomeno discorsi solenni. I personaggi appaiono spesso vigliacchi, egoisti, disperati, umanissimi. Ed è proprio questa normalità a rendere il fumetto credibile. La guerra non viene mostrata come esperienza eccezionale, ma come progressiva degradazione dell’essere umano. 
I soldati si abituano alla morte, ai cadaveri, alla paura. 
Questa normalizzazione dell’orrore è forse l’aspetto più inquietante dell’intero libro. Perché suggerisce quanto rapidamente l’uomo possa adattarsi anche alle condizioni più disumane.
Tapum parla inevitabilmente anche del presente. 
Pur raccontando eventi del 1917, il fumetto sembra rivolgersi direttamente al lettore contemporaneo. In un’epoca nella quale il linguaggio bellico è tornato con forza dentro il dibattito pubblico europeo, Ortolani ricorda cosa significhi davvero la guerra quando smette di essere astratta geopolitica televisiva e torna a essere esperienza concreta. 
Fango, fame, freddo. 
Corpi mutilati. 
Giovani mandati a morire per obiettivi incomprensibili. 
È forse questa la dimensione più importante del libro: la capacità di riportare la guerra alla sua realtà fisica e umana.

Naturalmente il fumetto affronta anche il rapporto problematico tra memoria e identità nazionale. La Prima guerra mondiale occupa infatti un posto ambiguo nella storia italiana. Da una parte è stata a lungo celebrata come momento fondativo dell’unità nazionale. Dall’altra è rimasta una ferita difficilmente elaborabile a causa dell’enorme quantità di vite sacrificate. Ortolani sceglie chiaramente da che parte stare. 
Non deride i soldati. 
Non desacralizza il loro dolore. 
Ma rifiuta completamente l’idea che quella carneficina possa essere raccontata attraverso categorie eroiche. 
La guerra appare soprattutto come il fallimento morale di una classe dirigente incapace di attribuire valore reale alla vita umana.

Leo Ortolani

Il confronto con la Seconda guerra mondiale emerge inevitabilmente lungo tutta la lettura. Dal punto di vista numerico il secondo conflitto provocò un numero di vittime molto superiore. Tuttavia la Prima guerra mondiale rappresentò il primo enorme esperimento di distruzione industriale su scala continentale. Fu il momento in cui l’Europa scoprì di poter consumare milioni di uomini attraverso apparati logistici e tecnologici progettati per la morte di massa. Le trincee del 1914-1918 distrussero un’intera generazione e prepararono il terreno psicologico e politico per tutto ciò che sarebbe venuto dopo: rivoluzioni, totalitarismi, fascismi, crisi economiche, nuove guerre. 
In questo senso la Grande Guerra rimane il vero trauma originario del Novecento europeo.
La grandezza di Tapum sta proprio nel riuscire a trasformare questa consapevolezza storica in esperienza emotiva. Ortolani non costruisce una lezione scolastica, ma costruisce un'immersione nell'assurdo. Il lettore non osserva semplicemente la guerra, ma la attraversa insieme ai personaggi. Sente il peso dello zaino, il gelo della montagna, il terrore dell’assalto, la stanchezza infinita di uomini costretti a vivere sottoterra aspettando il prossimo bombardamento.
Alla fine della lettura rimane soprattutto un senso di vuoto. 
Non c’è catarsi, non c’è redenzione, non c’è vera vittoria. 
Ed è probabilmente l’unica conclusione possibile quando si racconta la Prima guerra mondiale con onestà. 
Troppi morti, troppa sofferenza inutile, troppe giovani vite cancellate per pochi metri di roccia. 
Tapum riesce così in qualcosa di rarissimo: trasformare un fumetto in un’opera di memoria civile senza perdere forza narrativa, umanità e identità artistica. 
È il lavoro di un autore che ha compreso come la comicità e la tragedia non siano opposti assoluti, ma linguaggi capaci di convivere dentro la stessa rappresentazione del mondo. 
Ed è anche un promemoria necessario in un tempo che sembra avere nuovamente dimenticato il vero significato della parola guerra.




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