mercoledì 18 febbraio 2026

Looking back: Sonic Youth - Sister (1987)


Quando Sister uscì nel 1987, i Sonic Youth erano già una presenza influente nella scena underground americana, ma non ancora la band di culto globale che sarebbero diventati negli anni Novanta. Erano considerati pionieri di un rock rumorista, intellettuale e dissonante, più vicino alle gallerie d’arte del downtown newyorkese che ai circuiti radiofonici, eppure proprio con questo disco riuscirono a trovare un equilibrio quasi miracoloso tra sperimentazione e accessibilità, tra caos controllato e forma canzone, tra l’istinto punk e una visione sonora più ampia, quasi cinematografica. 
Sister rappresenta uno snodo fondamentale non solo nella loro discografia ma nell’intera storia del rock alternativo, perché anticipa in modo sorprendente molte delle coordinate sonore e concettuali che diventeranno centrali nel decennio successivo: chitarre accordate in modi inusuali, strutture aperte, tensione tra melodia e dissonanza, un senso di alienazione urbana che si trasforma in estetica. 
Per capire davvero l’importanza di questo album bisogna tornare alla metà degli anni Ottanta, un periodo in cui il rock mainstream era dominato da produzioni levigate, suoni sintetici e logiche da classifica, mentre nei circuiti indipendenti si sviluppavano linguaggi più ruvidi e radicali, dal post-punk al noise rock. 
I Sonic Youth si muovevano esattamente in quella terra di confine, tra l’eredità dei Velvet Underground, le intuizioni no wave di New York e l’energia del punk, ma senza appartenere del tutto a nessuna di queste correnti. Nei primi lavori avevano già mostrato una forte identità, ma con Sister quella identità si fa più compatta, più narrativa, più consapevole del proprio potenziale emotivo, e il disco suona come un viaggio dentro una mente irrequieta, una città notturna, una rete di connessioni culturali che vanno dalla letteratura alla filosofia, dal cinema underground alla fantascienza. 


Il titolo stesso, Sister, rimanda a un’immagine ambigua, quasi archetipica, che nel contesto del disco assume un valore simbolico: sorella come doppio, come riflesso, come presenza familiare e inquietante al tempo stesso. Molti hanno collegato il titolo a suggestioni provenienti da Philip K. Dick, autore amato dalla band, e in effetti l’album sembra attraversato da un senso di realtà instabile, di identità frammentata, di percezioni che si sovrappongono e si distorcono, proprio come nei romanzi dello scrittore americano. 
Dal punto di vista sonoro, Sister segna un passo avanti decisivo rispetto ai lavori precedenti perché le chitarre non sono più solo strumenti di disturbo, ma diventano veri e propri strumenti orchestrali, capaci di creare paesaggi sonori complessi e stratificati. Le accordature alternative, ormai marchio di fabbrica della band, permettono a Thurston Moore e Lee Ranaldo di costruire tessiture sonore che oscillano tra melodia e rumore, tra armonia e attrito, e ogni brano sembra nascere da un equilibrio precario, come se potesse crollare da un momento all’altro ma senza farlo mai davvero. L’apertura con Schizophrenia è già un manifesto estetico: un brano che inizia in modo quasi malinconico, con un arpeggio ipnotico, e poi si apre progressivamente a distorsioni e dissonanze, mentre la voce racconta un senso di smarrimento, di dissociazione, di alienazione mentale che sembra riflettere l’atmosfera della metropoli contemporanea. Non è un caso che il termine “schizofrenia” ricorra spesso nell’immaginario artistico degli anni Ottanta, come metafora di una società frammentata, dominata dai media e dalla velocità dell’informazione. Qui però non c’è alcuna retorica, nessuna denuncia esplicita: tutto passa attraverso il suono, attraverso l’attrito tra chitarre e voce, tra ritmo e melodia. 
Catholic Block accelera il passo, con un riff tagliente e una batteria che sembra correre su binari instabili, mentre il testo mescola immagini religiose, sessuali e urbane in un collage quasi surrealista. È uno dei momenti in cui la band mostra la sua capacità di trasformare il caos in struttura, di dare forma a qualcosa che sulla carta dovrebbe essere informe, e invece trova una logica interna, una coerenza emotiva. 
Beauty Lies in the Eye rallenta i tempi e introduce una dimensione più ipnotica, quasi meditativa, dove le chitarre si rincorrono come riflessi in uno specchio deformante. Il titolo stesso sembra una dichiarazione poetica: la bellezza non è un dato oggettivo, ma qualcosa che nasce nello sguardo, nella percezione, nell’interpretazione personale, proprio come la musica dei Sonic Youth, che può sembrare rumore a chi cerca strutture tradizionali e invece rivelarsi sorprendentemente melodica a chi accetta di entrarci dentro. Uno degli aspetti più affascinanti dell'intero album è il modo in cui la band riesce a unire un approccio quasi accademico alla musica con un’attitudine profondamente punk. 


I Sonic Youth erano musicisti colti, interessati all’arte contemporanea, alla letteratura sperimentale, al cinema underground, ma non hanno mai perso il gusto per la distorsione, per l’errore, per l’energia grezza. In Pacific Coast Highway questa tensione si traduce in una ballata disturbante, lenta e ipnotica, dove la voce femminile racconta una storia ambigua e inquietante, mentre le chitarre costruiscono un paesaggio sonoro quasi desertico, sospeso tra romanticismo e minaccia. 
È uno dei brani più memorabili del disco proprio perché riesce a essere accessibile e perturbante allo stesso tempo, come un sogno che lentamente si trasforma in incubo. Hot Wire My Heart riporta invece il disco su territori più aggressivi, con un’energia quasi hardcore, ma filtrata attraverso il linguaggio tipico della band, fatto di dissonanze e incastri ritmici insoliti. 
In questo continuo alternarsi di tensione e distensione, di rumore e melodia, sta gran parte del fascino di Sister. Non c’è mai una direzione unica, una formula ripetuta, e ogni brano sembra esplorare un angolo diverso dello stesso universo sonoro. Kotton Krown è uno dei momenti più lirici dell’album, una sorta di sogno sonoro in cui le chitarre creano un tappeto quasi etereo, mentre la voce si muove in modo più delicato, quasi timido. 
Qui emerge la componente più romantica dei Sonic Youth, quella che spesso viene dimenticata quando si parla della loro musica come puro rumore, e che invece è fondamentale per capire la loro poetica: la bellezza nasce proprio dall’attrito tra elementi opposti, tra dolcezza e distorsione, tra ordine e caos. Il cuore teorico del disco è probabilmente White Kross, un brano che gioca su ripetizioni ossessive e su una struttura quasi circolare, come se la musica fosse intrappolata in un loop mentale. Il testo, come spesso accade nei Sonic Youth, è frammentario, allusivo, pieno di immagini che non si risolvono mai in un significato univoco, ma proprio per questo riescono a evocare una sensazione precisa, un’atmosfera. È un modo di scrivere molto lontano dal rock narrativo tradizionale, e più vicino alla poesia contemporanea o al montaggio cinematografico. 
L’album si chiude con Master-Dik, un brano rumorista e quasi ironico, che sembra voler sabotare ogni tentazione di chiusura armoniosa. È come se la band volesse ricordare all’ascoltatore che tutto ciò che ha appena sentito è instabile, provvisorio, destinato a dissolversi. Anche questo gesto, apparentemente caotico, ha un senso preciso all’interno della poetica dei Sonic Youth: la musica non come oggetto finito e perfetto, ma come processo, come flusso, come esperienza. 


Dal punto di vista storico, Sister arriva in un momento cruciale. Il rock alternativo americano sta iniziando a trovare una sua identità, ma non ha ancora conquistato il grande pubblico. Band come i Dinosaur Jr., i Hüsker Dü o i Replacements stanno costruendo un nuovo linguaggio, ma è ancora una scena di nicchia, lontana dai riflettori. I Sonic Youth, con questo disco, diventano una sorta di punto di riferimento, una band che dimostra come si possa essere radicali senza rinunciare alla forma canzone, come si possa fare musica rumorosa e allo stesso tempo emotiva, strutturata, persino orecchiabile a modo suo. 
Molti dei gruppi che esploderanno negli anni Novanta, dal grunge all’indie rock, guarderanno a Sister come a un modello, a un esempio di libertà creativa. Anche la produzione del disco riflette questo spirito. Non c’è la ricerca della perfezione tecnica, ma nemmeno l’approssimazione totale: il suono è ruvido, ma controllato, e ogni dettaglio sembra pensato per creare un’atmosfera specifica. 
Le chitarre non sono mai semplicemente distorte, ma costruiscono spazi, ambienti, stanze sonore in cui l’ascoltatore può muoversi. La batteria di Steve Shelley, entrato nella band poco prima di questo album, gioca un ruolo fondamentale in questo equilibrio: il suo stile è più preciso e lineare rispetto a quello dei predecessori, e questo permette alle chitarre di muoversi con maggiore libertà, senza perdere coesione. Sister è anche un disco profondamente urbano. 
Anche quando non parla esplicitamente di città, ne porta addosso l’odore, il rumore, la tensione. È un album notturno, fatto di luci al neon, strade vuote, pensieri che si accavallano mentre si cammina senza meta. 
Non c’è nostalgia, non c’è romanticismo in senso classico: c’è piuttosto una forma di poesia metropolitana, fatta di frammenti, di immagini improvvise, di sensazioni più che di storie. Questo lo rende ancora oggi sorprendentemente attuale, perché parla di una condizione esistenziale che non appartiene solo agli anni Ottanta, ma a ogni epoca in cui le persone si sentono disorientate, sovrastate dal flusso di informazioni, in cerca di un’identità stabile. 
Riascoltato oggi, l'album conserva una freschezza quasi disarmante. 
Non suona come un reperto storico, come un documento d’epoca, ma come qualcosa di vivo, pulsante, ancora capace di sorprendere. 
Molte delle soluzioni sonore che all’epoca sembravano radicali sono diventate nel frattempo parte del linguaggio comune del rock alternativo, ma proprio per questo il disco appare ancora più importante: è una delle fonti da cui quel linguaggio è nato. 


In definitiva, Sister è un album di transizione, ma nel senso più nobile del termine: non un’opera minore, ma un ponte tra due fasi, tra il rumorismo più estremo degli esordi e l’apertura melodica e strutturata dei lavori successivi. È il momento in cui i Sonic Youth capiscono davvero chi sono e cosa vogliono fare, e lo fanno senza rinunciare al rischio, all’imperfezione, all’energia anarchica che li ha sempre caratterizzati. 
Per questo Sister resta uno dei loro dischi più amati, uno di quelli che meglio raccontano la loro essenza: una band capace di trasformare il rumore in linguaggio, la dissonanza in emozione, l’errore in stile, e di farlo con una naturalezza che ancora oggi, a distanza di decenni, continua a suonare come una piccola rivoluzione.


lunedì 16 febbraio 2026

La biblioteca di Babele: Keanu Reeves/China Mielville - Il libro dell'Altrove (2025)


Il libro dell’altrove è un’opera che si presenta fin da subito come un oggetto narrativo anomalo, un testo che non chiede soltanto di essere letto ma di essere attraversato, abitato, interrogato, come se ogni pagina fosse una soglia e ogni frase un varco verso una regione instabile dell’immaginazione. 
Nella collaborazione tra Keanu Reeves e China Mielville si avverte una tensione costante tra racconto e riflessione, tra impulso mitopoietico e consapevolezza metaletteraria, come se la storia narrata fosse solo una delle molte possibili superfici attraverso cui il libro parla di sé, del suo statuto e del rapporto che intrattiene con chi legge. Al centro della narrazione si colloca la figura di un guerriero immortale, noto come Unute, condannato a vivere attraverso i secoli senza poter morire, costretto a reincarnarsi continuamente in contesti storici e geografici differenti, portando con sé il peso della memoria di tutte le vite precedenti e l’impossibilità di trovare una conclusione, una fine che dia senso all’inizio. 
Questa condizione di eterna sopravvivenza non è presentata come un dono ma come una ferita ontologica, una condanna che isola Unute dal resto dell’umanità e lo rende al tempo stesso testimone e prigioniero del tempo. La storia segue Unute attraverso una serie di episodi frammentari, che lo vedono combattere in guerre antiche e moderne, attraversare civiltà scomparse e metropoli future, stringere legami destinati a spezzarsi e affrontare antagonisti che spesso sembrano incarnazioni di idee più che semplici nemici fisici. 
Tra questi emerge una figura ricorrente, una sorta di controparte speculare che incarna il desiderio di controllo, di dominio sul flusso caotico dell’esistenza, e che vede nell’immortalità non una maledizione ma uno strumento per imporre un ordine definitivo al mondo. La narrazione non procede in modo lineare ma per accumulo e risonanza: ogni episodio aggiunge un frammento alla comprensione della condizione di Unute, senza mai offrire una sintesi definitiva. In uno dei nuclei centrali del libro, Unute viene a conoscenza dell’esistenza di un luogo metafisico, l’Altrove, uno spazio che non appartiene a nessun tempo né a nessun luogo preciso, una sorta di interstizio tra le possibilità del reale, dove tutte le versioni del mondo e dell’identità coesistono. 

Keanu Reeves & China Mielville

L’Altrove non è semplicemente un mondo parallelo, ma una dimensione che riflette la struttura stessa della narrazione e della coscienza: un archivio vivente di possibilità, memorie e storie non realizzate. Attraverso l’accesso a questo spazio, Unute inizia a comprendere che la sua immortalità non è solo una condanna individuale, ma il sintomo di una frattura più ampia nella trama dell’esistenza, una discontinuità che riguarda il rapporto tra tempo, identità e narrazione. La breve ricostruzione della storia, tuttavia, non esaurisce il senso dell’opera, perché Il libro dell’Altrove utilizza la vicenda di Unute come un dispositivo simbolico per interrogare questioni più ampie. 
L’immortalità diventa metafora della memoria che non può essere cancellata, dell’esperienza che si accumula fino a diventare peso insostenibile, ma anche della letteratura stessa, che sopravvive ai suoi autori e ai suoi lettori, continuando a generare significati attraverso epoche e interpretazioni diverse. La struttura frammentaria del racconto riflette questa concezione: ogni episodio è come un libro all’interno di una biblioteca infinita, un volume che contiene una storia parziale ma che rimanda costantemente ad altre storie, ad altri mondi possibili. 
In questo senso la narrazione di Reeves e Mielville dialoga implicitamente con l’idea di una biblioteca totale, un luogo in cui tutte le narrazioni esistono simultaneamente e in cui il senso non è dato una volta per tutte ma emerge dall’atto stesso della lettura. La scrittura è densa, stratificata, spesso aspra, e alterna momenti di azione brutale a passaggi di intensa riflessione interiore, in cui Unute si interroga sul valore della propria esistenza e sul significato del continuare a vivere quando ogni legame è destinato a dissolversi. La violenza, presente in modo esplicito, non è mai fine a sé stessa ma funziona come manifestazione esterna di un conflitto più profondo, quello tra il desiderio di appartenere e l’impossibilità di farlo pienamente. 
L’Altrove, come concetto e come luogo narrativo, si configura allora come lo spazio in cui questa tensione trova una forma simbolica: è il luogo di ciò che non può essere risolto, di ciò che resta sospeso tra possibilità incompatibili. 


Il lettore, seguendo Unute in questo viaggio, è chiamato a confrontarsi con una narrazione che rifiuta soluzioni semplici e finali consolatori. Anche quando la storia sembra avvicinarsi a una possibile conclusione, a una scelta definitiva che potrebbe porre fine alla condanna dell’immortalità, il testo si sottrae deliberatamente alla chiusura, suggerendo che ogni fine è solo un’altra soglia, un altro inizio mascherato. 
In questo modo Il libro dell’altrove diventa una riflessione sulla natura stessa del raccontare: raccontare come atto di resistenza contro l’oblio, ma anche come perpetuazione di una ferita aperta. La collaborazione tra Reeves e Mielville produce un ibrido narrativo che mescola elementi del fumetto, del mito, della fantascienza e della filosofia, dando vita a un’opera che sfida le categorie e invita a una lettura lenta, meditativa, disposta ad accettare l’ambiguità come valore. 
Inserito idealmente nella nostra Biblioteca di babele, questo libro appare come uno dei volumi impossibili di quella biblioteca infinita, un testo che parla di infiniti testi, una storia che contiene in sé il riflesso di tutte le storie non raccontate. 
La breve ricostruzione della vicenda di Unute, con il suo eterno vagare tra epoche e mondi, non è che la superficie di un’opera che scava molto più a fondo, interrogando il lettore sul proprio rapporto con il tempo, con la memoria e con il desiderio di trovare un senso ultimo. 
Il libro dell’altrove non offre risposte definitive, ma pone domande che continuano a risuonare anche dopo la fine della lettura, come se l’Altrove non fosse un luogo da visitare una sola volta, ma una condizione mentale a cui tornare, ancora e ancora, ogni volta che ci si interroga su chi siamo e su quali storie ci tengono in vita.

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Quello che sta per finire è stato un anno in cui la musica ha mostrato una tensione sotterranea verso l’ambiguità emotiva. Dopo stagioni imp...

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