mercoledì 17 giugno 2026

Inferno: l'Eco dell'abisso


L’attesa è una forma di architettura metafisica e i Boards of Canada, nella loro proverbiale, quasi esasperante reticenza, hanno costruito cattedrali di silenzio che per tredici lunghi anni hanno dominato il paesaggio dell’elettronica contemporanea come monoliti inaccessibili, rendendo il ritorno sulle scene con Inferno, pubblicato lo scorso 29 maggio 2026 per la Warp Records, non semplicemente un evento discografico, ma una sorta di riallineamento cosmico necessario, una correzione di rotta per un’umanità che nel frattempo aveva smarrito la capacità di ascoltare la stratificazione del tempo. 
Quando le prime note di Introit squarciano l’aria, si percepisce immediatamente che Michael Sandison e Marcus Eoin non sono tornati per replicare le formule nostalgiche che li avevano resi icone dell’hauntology, ma per spingersi oltre, in un territorio dove la memoria non è più un rifugio sicuro, bensì un labirinto di specchi in cui il passato remoto e il futuro distopico collidono in una sintesi di spaventosa bellezza, dando corpo a quello che si candida a essere il manifesto definitivo di questa epoca inquieta. 
Inferno non è un album che si lascia ascoltare, è un album che ti abita, che si insinua nelle sinapsi attraverso un uso ossessivo e maniacale di quel sound design granulare, polveroso e cromaticamente alterato che è diventato il loro marchio di fabbrica, ma qui portato a una rarefazione estrema, quasi dolorosa. 
In Prophecy at 1420 MHz, l’apertura vera e propria del disco, si avverte subito quel senso di presagio, una tensione elettromagnetica che vibra sotto la superficie di pattern ritmici ipnotici, una danza tribale di macchine che sembrano comunicare tra loro al di fuori della portata dell’orecchio umano, una frequenza che è al contempo annuncio e monito. 
La scelta del titolo, Inferno, non deve trarre in inganno verso letture dantesche scontate, sebbene la struttura dell’opera possa richiamare una discesa in gironi di densità sonora crescente; qui l’inferno è la contemporaneità, è il sovraccarico informativo, è la frammentazione della nostra identità in un mare di segnali digitali che Hydrogen Helium Lithium Leviathan esplora con una lucida ferocia, costruendo una narrazione sonora che si muove tra il respiro organico delle tastiere analogiche e la durezza glaciale di glitch improvvisi, creando una dicotomia che è il cuore pulsante dell’intera opera. 

Boards of Canada

Ogni traccia sembra una scatola nera recuperata da un disastro aereo o il reperto di una civiltà che ha appena compreso il proprio imminente collasso, eppure c’è, in questo scavo archeologico nelle macerie del presente, una qualità quasi estatica, una strana serenità che emerge in brani come Age of Capricorn o il notturno Father and Son, dove le melodie, sempre velate da un leggero vibrato di nastro magnetico, riescono a trasmettere un senso di abbandono che è al tempo stesso desolazione e liberazione. 
I Boards of Canada non hanno mai temuto il vuoto, al contrario, lo hanno sempre utilizzato come uno strumento armonico, ma in Inferno questo vuoto si fa colossale, una vastità che viene riempita da rumori bianchi, echi di trasmissioni radiofoniche interstellari e campionamenti che suonano come messaggi in bottiglia lanciati verso il nulla, una strategia che trova il suo apice in Somewhere Right Now in the Future, un pezzo che annulla la distanza tra qui e lì, tra il presente e un’ipotetica, gelida eternità in cui il suono diventa l’unica traccia della nostra esistenza biologica. 
La narrazione dell’album procede per accumuli e sottrazioni, con Naraka che si configura come il centro oscuro, il punto di massima pressione in cui la stratificazione dei sintetizzatori raggiunge un volume quasi insostenibile, una cascata di bit e risonanze che sembra voler sciogliere la struttura stessa del brano in un flusso informe, per poi precipitare improvvisamente nella brevità essenziale di Acts of Magic, un interludio che suona come una preghiera sussurrata in un mondo in cui gli dei hanno smesso di ascoltare. 
Memory Death è forse il vertice di questa riflessione sul declino, un pezzo che riesce a catturare il momento esatto in cui un ricordo sbiadisce, perdendo i contorni per trasformarsi in pura emozione astratta, un capolavoro di economia espressiva che si collega direttamente al cuore tematico dell’intero lavoro: la perdita, il lutto collettivo per un mondo che si sta dissolvendo mentre cerchiamo freneticamente di catalogarne i frammenti. 
Il passaggio alla seconda metà dell’album, introdotto dalla densità di The Word Becomes Flesh, segna una transizione verso atmosfere ancora più introspettive, in cui il duo scozzese sembra voler esplorare la natura stessa della percezione umana, interpellando l’ascoltatore attraverso Into the Magic Land e Blood in the Labyrinth, brani che riprendono elementi del loro canone stilistico — quel senso di smarrimento infantile, di scoperta di luoghi proibiti o dimenticati — ma li sottopongono a una torsione nichilista che li rende inquietanti, trasformando il parco giochi in un sito di scavo, la meraviglia in un sospetto che non ci sia più nulla da scoprire, se non la nostra stessa fine. 


Deep Time e All Reason Departs chiudono idealmente questo cerchio, offrendo un’immersione in una temporalità sospesa, dove il ritmo si dilata fino a diventare statuario e le melodie si inabissano in riverberi profondissimi, lasciando che il silenzio diventi l’elemento predominante, una scelta che non è rinuncia, ma accettazione della fine del discorso, il riconoscimento che oltre una certa soglia non esistono più parole, né suoni, ma solo la vibrazione residua di un’esistenza che è stata.
Arena Americanada è forse la traccia più enigmatica, un titolo che suggerisce derive geopolitiche o culturali, una cartolina da una nazione che brucia, tradotta in una tessitura sonora intricata che alterna momenti di una bellezza quasi pastoral-elettronica a improvvise deflagrazioni di distorsione, un contrasto che definisce bene la natura ambivalente del disco: un oggetto di rara raffinatezza compositiva che tuttavia nasconde, nel suo codice sorgente, un virus distruttivo. 
The Process è un ritorno alla razionalità che si sgretola, un pezzo che sembra descrivere, con una freddezza clinica, il meccanismo di disfacimento di ogni cosa, una marcia verso l’entropia che viene infine accolta con una sorta di distaccata rassegnazione, mentre You Retreat in Time and Space opera una sorta di congedo, un ritorno verso una dimensione atemporale in cui le distinzioni tra inizio e fine perdono di significato, una fuga che è, in fondo, l’unica scelta possibile davanti all’ineluttabilità di quanto descritto fino a quel momento. 
I Saw Through Platonia, il brano finale, è un epitaffio di una brevità folgorante, un’ultima visione che attraversa il velo della realtà per svelare l’illusione di fondo, una nota sostenuta che svanisce nel buio lasciando dietro di sé il vuoto pneumatico, il silenzio post-apocalittico che segue il disastro, una chiusura che non cerca la catarsi, ma che semplicemente prende atto della fine del gioco. 
Tecnicamente, Inferno è una lezione magistrale di produzione, una masterclass su come l’imperfezione digitale e il calore analogico possano coesistere in un equilibrio precario che definisce l’estetica di questa nuova fase dei Boards of Canada, un’estetica che rinuncia alla nostalgia per abbracciare un pessimismo cosmico espresso attraverso una cura maniacale per il dettaglio, un suono che si sente come tattile, che si può quasi toccare, fatto di frequenze basse che scuotono le fondamenta e alte frequenze che pungono come aghi, una stratificazione sonora che premia l’ascolto in cuffia, rivelando dettagli nascosti, rumori di fondo e sottili distorsioni che emergono solo dopo ripetuti passaggi, trasformando ogni riascolto in un nuovo viaggio di scoperta all’interno della stessa, inesauribile sostanza sonora. 
La maestria nel manipolare i campionamenti, che qui appaiono sempre più come detriti di una cultura pop ormai inerte, privati del loro contesto originario e riassemblati per formare una nuova, disturbante cosmogonia, dimostra quanto il duo sia ancora in grado di interrogare la cultura del presente, sottraendola alla sua linearità per riconsegnarcela sotto forma di un enigma indecifrabile. 
Se Geogaddi era il vertice del loro oscuro esoterismo e Tomorrow’s Harvest la messa in scena del crollo sociale, Inferno si posiziona esattamente all’incrocio tra queste due dimensioni, una sintesi che è anche un superamento, un’opera che accetta la propria natura di manufatto digitale destinato a durare quanto il supporto che lo ospita, e proprio per questo dotata di una dignità tragica, di una bellezza che nasce dalla consapevolezza della sua caducità. 


Non c’è speranza in questo disco, ma c’è verità, la verità di chi ha guardato dritto negli occhi il vuoto e ha deciso di trasformarlo in una composizione complessa, in un ordito di onde sonore che descrivono, meglio di mille saggi, la condizione di smarrimento in cui ci troviamo, sospesi in un eterno presente che non promette alcun futuro. 
È un album necessario, pur nella sua durezza, un lavoro che chiede molto all’ascoltatore, richiedendo tempo, concentrazione e la disponibilità ad accettare che la musica possa essere un’esperienza di smontaggio della realtà piuttosto che di sua edificazione. 
I Boards of Canada, con Inferno, confermano di essere ancora gli unici in grado di costruire mondi che sembrano nati da un tempo altro, da una dimensione parallela che però parla, con una precisione chirurgica, alle paure più profonde del nostro presente, utilizzando le armi della musica elettronica non per alienare, ma per costringerci a guardare le crepe nel muro, i cortocircuiti logici, le zone d’ombra che preferiremmo ignorare. 
Ogni brano è una cellula di un organismo più vasto, una parte di un discorso coerente che si dipana lungo settanta minuti di un’intensità raramente riscontrata in anni recenti, una tensione che non viene mai sciolta, ma mantenuta alta fino all’ultimo istante, in una sospensione che è la vera cifra stilistica del duo, la loro firma indelebile in un mare di produzioni che tendono alla risoluzione immediata, al consumo rapido, alla gratificazione istantanea. 
Inferno si pone invece come un’opera di resistenza, una testimonianza di come l’arte possa ancora essere un atto di scavo profondo, un’operazione di pulizia che rimuove gli strati di incrostazioni mediatiche che ricoprono la nostra percezione, per restituirci la musica nella sua essenza pura, cruda, priva di orpelli, una vibrazione che parla direttamente al sistema nervoso, bypassando le sovrastrutture cognitive per scuotere le fondamenta stesse del nostro sentire. 
È, in definitiva, un disco che definisce lo stato dell’arte della musica elettronica del 2026, una pietra miliare che verrà studiata, analizzata e citata per i decenni a venire, proprio come è successo con i loro capolavori del passato, ma con una consapevolezza nuova, una maturità che trasforma l’oscurità del loro suono in una luce abbagliante, capace di illuminare, seppur brevemente, le profondità abissali della condizione umana, lasciandoci, dopo l’ultimo secondo, in un silenzio carico di nuove domande, pronti, forse, a ricominciare il viaggio. 

lunedì 15 giugno 2026

L'estetica del rumore


"Da 25 secoli la cultura occidentale cerca di guardare il mondo. Non ha capito che il mondo non si guarda, si ode. 
Non si legge, si ascolta.
La nostra scienza ha sempre voluto controllare, contare, astrarre e castrare i sensi, dimenticando che la vita è rumore e solo la morte è silenzio."

Questa frase del filosofo francese Jacques Attali traccia una linea di demarcazione netta nel campo della percezione umana, definendo il rumore non come un’anomalia del sistema, ma come l’ossigeno stesso dell’esperienza vitale, un elemento che la modernità ha cercato di normalizzare attraverso le gabbie della tonalità e della misura, fallendo miseramente dinanzi all’irriducibile caos della realtà. 
L’estetica del rumore, lungi dall’essere una semplice curiosità per accademici o una provocazione dadaista, si configura oggi come la lingua franca di una contemporaneità che ha smesso di temere la distorsione per abbracciarla come specchio fedele della propria frammentazione. 
Se guardiamo alla scena musicale attuale, appare evidente che il rumore ha finalmente occupato il centro della scena, superando definitivamente la dicotomia tra suono armonico e disturbo, in una fusione che trasforma l’atto dell’ascolto in una pratica di resistenza consapevole. 
Artisti come Merzbow, autentico pioniere del noise estremo, hanno dimostrato che la saturazione del segnale non è una negazione dell’arte, ma una sua radicalizzazione, un modo per spingere l’ascoltatore oltre i confini del comfort acustico, verso una zona dove il suono cessa di essere oggetto di rappresentazione per farsi pura materia, vibrazione che attraversa il corpo prima ancora di essere elaborata dal pensiero razionale. 
In questa stessa direzione si muove la ricerca di Keiji Haino, figura carismatica e profonda di un’avanguardia che non cerca il consenso ma la verità, usando la chitarra elettrica non per costruire architetture melodiche, ma per scavare abissi di feedback che rivelano la vacuità del linguaggio codificato e la potenza primordiale del silenzio che si fa urlo. 
La scena contemporanea, ricca di fermenti e spregiudicata nelle sue esplorazioni, non si limita però ai padri fondatori, trovando nuova linfa in collettivi e solisti che declinano il rumore secondo le urgenze del presente, dove la tecnologia digitale non è più un mezzo per pulire il suono, ma uno strumento per esacerbarne le imperfezioni, rendendo il glitch e la rottura formale elementi centrali di una nuova grammatica sonora. Jerusalem In My Heart, con la sua capacità di tessere trame elettroniche dense e oscure attorno a radici culturali profondamente radicate, offre un esempio magistrale di come il rumore possa farsi veicolo di una narrazione politica, capace di unire il dolore del vissuto alla violenza del suono industriale senza mai scadere nella retorica. 

Jerusalem in my Heart

Allo stesso modo, le incursioni di Meitei nel campo dell’ambient distorta rivelano come anche nei territori apparentemente più tranquilli risieda una tensione inespressa, una crepa sonora pronta a spalancarsi per rivelare il vuoto sottostante, dimostrando che la musica, se veramente onesta, non può che essere un atto di scavo nelle ombre del quotidiano. 
È in questa prospettiva che artisti come i Mind/Knot o le realtà che orbitano attorno a circoli di sperimentazione sonora in tutto il globo rappresentano una sorta di avanguardia necessaria, un presidio contro l’appiattimento sensoriale di una società che ci vorrebbe spettatori passivi di un flusso informativo costantemente edulcorato e depurato da ogni spigolosità. 
L’estetica del rumore, intesa in questo senso, diventa un esercizio di purificazione dei sensi, una sfida lanciata all’ascoltatore affinché riprenda possesso della propria capacità di distinguere la trama dal rumore di fondo, trasformando l’atto di ascoltare in una scelta etica prima ancora che estetica. 
Quando ci immergiamo nelle trame complesse e spesso brutali di questo tipo di musica, non stiamo semplicemente subendo un bombardamento acustico, ma stiamo attivando una facoltà critiche che ci permettono di rileggere il mondo attraverso le sue pieghe, le sue interruzioni e quel battito irregolare che è, in ultima istanza, l’unica prova tangibile della nostra vitalità in un universo che, per sua stessa natura, tende all’entropia. 
La musica contemporanea ci insegna che non esiste bellezza senza il rischio della distorsione, e che ogni sforzo di ordine assoluto è destinato a scontrarsi con l’impetuosità del reale, rendendo il rumore il vero protagonista di una sinfonia perpetua che non conosce fine, proprio perché è la musica stessa della vita in continuo divenire. 
Se pensiamo a figure come Simon Hanes, emerge con chiarezza la volontà di esplorare le possibilità timbriche del rumore non come fine a se stesso, ma come mezzo per costruire spazi emotivi inesplorati, dove la dissonanza non è un errore ma una necessità espressiva, un elemento di disturbo che diventa chiave di volta per comprendere la complessità delle emozioni umane in un tempo in cui le parole sembrano non bastare più. Il noise, in questo contesto, diventa un linguaggio di estrema precisione, capace di descrivere stadi della psiche che la musica tonale ha sempre escluso, relegandoli nelle zone d’ombra della coscienza, e che oggi, grazie al coraggio di questi artisti, tornano a essere parte integrante del nostro orizzonte culturale. 

Keiji Haino

L’ascoltatore contemporaneo si trova dunque di fronte a una sfida senza precedenti: abbandonare la ricerca di un senso compiuto e lineare per lasciarsi travolgere dalla ricchezza informe del suono, imparando a navigare nel caos con la consapevolezza che, in fondo, non c’è nulla da comprendere che non sia già stato sentito dal corpo attraverso la vibrazione, il feedback e quella gioia quasi selvaggia che deriva dalla rottura di ogni convenzione formale.
Non è un caso che la scena musicale sia oggi più che mai frammentata, poiché il rumore stesso è espressione di una pluralità di voci che non possono essere ricondotte a una sola estetica, ma che convivono in una costante dialettica tra forma e informe, tra il desiderio di contenere il suono e l'urgenza di liberarlo dalle catene di una tradizione che ha ormai fatto il suo tempo. 
In questa battaglia continua per la definizione dello spazio acustico, il rumore si rivela come la forza più sovversiva di cui disponiamo, uno strumento che ci permette di squarciare il velo dell’abitudine e di guardare, finalmente, nel cuore pulsante di una realtà che non smette di parlarci attraverso il linguaggio del frastuono, della distorsione e di quell’infinita varietà di frequenze che, nella loro apparente casualità, compongono il mosaico della nostra esistenza collettiva. Accettare questa estetica significa, in ultima analisi, accettare la nostra stessa condizione di esseri vibranti, esposti al mondo e capaci, nel bel mezzo della tempesta, di ritrovare il proprio centro, non perché abbiamo eliminato il rumore, ma perché abbiamo imparato ad abitarlo, facendone la base su cui costruire la nostra personale, ostinata e irriducibile melodia di vita. 
Il rumore non è più dunque l'ombra che minaccia la musica, ma la luce cruda che la illumina, rendendola capace di narrare verità che altrimenti resterebbero celate, una lezione che continua a essere declinata ogni giorno dai nuovi eroi del suono, che in ogni angolo del pianeta lavorano ostinatamente per trasformare l'interferenza in musica, la tensione in bellezza e il caos in quella forma superiore di ordine che solo l'arte, con la sua capacità di dare senso all'insensato, può realizzare, confermando che la vita, nel suo fragore incessante, è il concerto più grandioso e disperato a cui siamo chiamati a partecipare, con la consapevolezza che, fino a quando saremo in grado di produrre rumore, saremo in grado di affermare la nostra presenza in un universo che, senza la nostra testimonianza, non sarebbe che un silenzio assoluto e privo di qualunque significato. 
In questo scenario così vasto, è affascinante notare come la distinzione tra generi si sia fatta sempre più labile, lasciando spazio a una fluidità di forme che permette al rumore di penetrare ovunque, dal pop più coraggioso alle sperimentazioni più astratte dell'elettronica, creando un ecosistema sonoro in cui ogni elemento è in costante mutamento e dove l'unico vero criterio di valore è l'intensità dell'esperienza, la capacità di un'opera di scuotere le fondamenta delle nostre percezioni e di costringerci a ripensare, ogni volta da capo, cosa significhi realmente ascoltare. 

Tim Hecker

Se l'avanguardia ha avuto il merito storico di rompere le dighe, oggi siamo tutti eredi di quella rivoluzione, chiamati a gestire un'eredità che non ammette più il ritorno all'innocenza dell'ordine prefabbricato, ma ci impone una responsabilità nuova: quella di saper ascoltare tra le righe del frastuono quotidiano, cercando la bellezza che si nasconde nella crepa, la verità che emerge dalla distorsione e la forma che si genera spontaneamente nell'istante in cui decidiamo che, nonostante tutto, vale la pena di prestare orecchio al rumore della vita che scorre. 
È un cammino solitario e collettivo al tempo stesso, un atto di fede verso una materia sonora che non promette consolazioni ma che offre, in cambio, la possibilità di sentirsi pienamente connessi al battito di un presente che, nel suo rumore costante, non smette mai di chiederci conto della nostra capacità di rimanere aperti, di non chiudere i sensi dinanzi alla complessità, di accettare che, in definitiva, la nostra voce non è altro che un’altra onda nel mare in tempesta di una realtà che non ha mai smesso di cantare il suo caotico e magnifico inno alla sopravvivenza. 
La musica, così intesa, diventa lo spazio di negoziazione tra l'individuo e l'infinito, una piattaforma in cui il rumore non serve a nascondere il silenzio, ma a circoscriverlo, dandogli una forma che possa essere percepita e condivisa, in un gioco di specchi che non finisce mai di stupire, confermando che non c'è mai stato, e mai ci sarà, un modo più autentico di abitare questo mondo che non sia quello di imparare a danzare sul filo del rasoio tra il suono che accarezza e il rumore che squarcia, in un equilibrio precario che è la cifra stessa di una bellezza che non cerca la perfezione, ma l'impatto, la ferita che lascia il segno, la cicatrice che ricorda come, in mezzo a tanto rumore, siamo riusciti a trovare un momento di senso, una nota che risuona, un battito che si aggiunge a quello dell'universo. 
Non vi è alcun dubbio che il futuro della musica risieda in questa capacità di continuare a esplorare i limiti del dicibile e dell'udibile, spingendo costantemente le macchine e i corpi verso nuovi territori di espressione dove il rumore sia sempre il punto di partenza e mai la destinazione finale, in un moto perpetuo di scoperta che trasforma ogni istante in una potenziale epifania sonora, un momento in cui tutto si ferma, il rumore si ricompone in un unico, immenso respiro, e noi, finalmente, ci sentiamo parte integrante di quel grande, caotico e meraviglioso rumore che chiamiamo esistenza. 


Cronache della Distorsione


Luigi Russolo – Risveglio di una città (1913/1914)

Il punto di partenza assoluto. Il primo tentativo, pionieristico e rivoluzionario, di codificare il frastuono urbano come partitura musicale.


Velvet Underground - Sister Ray (1968)

Sister Ray, la monumentale chiusura di White Light/White Heat dei Velvet Underground, rappresenta probabilmente il compimento più autentico della filosofia del rumore applicata alla forma-canzone: diciassette minuti di estasi elettrica in cui la struttura armonica si sgretola sotto il peso di un ostinato ipnotico, diventando il terreno di scontro dove la chitarra di Lou Reed, distorta al limite della leggibilità, trasforma ogni accordo in un’interferenza pura, un atto di sabotaggio sonoro che, precedendo di soli due anni la lezione di Metal Machine Music, anticipa la distruzione radicale di ogni canone pop per celebrare la vitalità sporca e nichilista della strada, portando l’ascoltatore non verso la risoluzione melodica, ma verso un accumulo di tensione elettrica che non cerca mai di rientrare nei ranghi, restando, nella sua ferocia implacabile, il documento definitivo di come il rumore possa diventare un mantra liberatorio, una danza frenetica sull'orlo dell'abisso che, ancora oggi, suona come un urlo di rivolta contro l'ordine costituito della musica, confermando che, anche quando le parole si perdono nel feedback, è proprio in quel fragore che risiede la verità più urgente e vibrante del rock n' roll.


Lou Reed – Metal Machine Music (1975)

Un flusso di feedback costante che ha scardinato per sempre l'idea di musica pop, imponendo la saturazione come forma d'arte.


Throbbing Gristle – Hamburger Lady (1978)

La pietra angolare dell'Industrial. Il rumore qui si fa narrazione dell'orrore e del disagio psicologico, una lezione che nessun artista noise ha potuto ignorare.


Einstürzende Neubauten – Kollaps (1981)

L'uso del metallo come strumento musicale: il rumore diventa percussione grezza, un'architettura sonora che riproduce la fatica e la distruzione del corpo sociale.


Test Dept – The Unacceptable Face of Freedom (1986)

Il ritmo industriale che si fa politico e comunitario. Un incrocio tra percussioni pesanti e campionamenti bellici che definisce l'urgenza di questa corrente.


Pharmakon – Body Betrayal (2013)

Margaret Chardiet è l'erede moderna di quell'approccio viscerale. Il rumore diventa un'estensione del corpo, un urlo elettronico che indaga la debolezza della carne.


Author & Punisher – Nihil Strength (2022)

Tristan Shone progetta le proprie macchine industriali per produrre suono. È l'incarnazione moderna dell'idea russoliana di "dominio" sulle macchine.


Lingua Ignota – Sinner Get Ready (2021)

Sebbene contamini l'industrial con il neofolk e il canto operistico, il suo uso della saturazione e del rumore come strumento di catarsi sacrale rappresenta una delle vette attuali del genere.


Backxwash – Wail of the Banshee (2020)

Una fusione brutale tra hip-hop, metal e noise industriale. Il rumore qui si fa veicolo per denunce sociali feroci, portando l'estetica del 1980 nel contesto sonoro del presente.


The Body – The City Is Sheltering (2018)

Rappresentano l'evoluzione estrema del genere: una densità sonora che trasforma il dolore e l'alienazione in una muraglia di suono indistinguibile, dove la melodia è solo un ricordo lontano.

2025 Musical box

Quello che sta per finire è stato un anno in cui la musica ha mostrato una tensione sotterranea verso l’ambiguità emotiva. Dopo stagioni imp...

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