mercoledì 22 aprile 2026

Aprile

Brian Eno's Turntable II

La playlist del mese di Aprile restituisce un quadro sfaccettato e coerente delle uscite più interessanti del mese, tra tensione sperimentale, scrittura d’autore e visioni sonore in continua evoluzione, con le trame oscure e abrasive dei Cancerhouse di The Moth che dialogano con la sensibilità elettronica e minimale di Momoko Gill in Momoko. 
Il percorso prosegue tra le stratificazioni rituali e ipnotiche di Lili Refrain in Nagalite, il racconto notturno e cinematografico dei The Delines in The Set Up e con gli Irreversible Entanglements che con Past, Present and Future riportano al centro della scena un jazz urgente, politico e profondamente radicato nel presente.
E infine il disco del mese, Glass Minds dei The Archive, album che amplia ulteriormente lo spettro sonoro della playlist: un lavoro che gioca su contrasti tra elettronica e scrittura melodica, costruendo atmosfere sospese e stratificate che arricchiscono l’ascolto senza rinunciare all’immediatezza.
Sei album che, per linguaggi e prospettive, compongono una panoramica solida e significativa della musica pubblicata ad aprile...con una piccola grande sorpresa posta nel finale.

DISCO DEL MESE


The  Archive - Glass minds

Glass Minds degli Archive è un lavoro che conferma la natura mutevole e stratificata del collettivo londinese, ma allo stesso tempo mostra un tentativo di sintesi e alleggerimento rispetto ai loro progetti più monumentali. Il disco si sviluppa lentamente, puntando meno sull’impatto immediato e più su una costruzione graduale fatta di atmosfere, ripetizioni e dettagli sonori che emergono con il tempo.
Gli Archive, attivi dal 1994 e guidati dai fondatori Darius Keeler e Danny Griffiths, sono da sempre difficili da incasellare: nel corso di oltre trent’anni hanno attraversato trip-hop, rock, elettronica e orchestrazioni cinematiche, mantenendo una forte identità pur cambiando spesso pelle. La loro natura collettiva e aperta si riflette in una musica che tende a espandersi, accumulare e rielaborare influenze diverse.
In Glass Minds questa attitudine viene in parte contenuta. Il suono si fa più arioso e controllato, con una minore densità rispetto al passato: le strutture si allungano, i brani insistono su pattern ritmici e linee melodiche che si trasformano lentamente, creando un effetto ipnotico. Allo stesso tempo, emergono momenti più dinamici che spezzano la contemplazione, evitando che il disco si adagi completamente su sé stesso.
Il punto di forza dell’album sta nella sua cura timbrica: arrangiamenti raffinati, uso calibrato di elementi elettronici e orchestrali, e una produzione che privilegia profondità e spazialità. Tuttavia, proprio questa scelta può risultare a tratti dispersiva: quando la tensione non si accumula a sufficienza, alcuni passaggi rischiano di diluirsi.
Nel complesso, Glass Minds è un disco solido e coerente, che richiede attenzione e più ascolti per essere pienamente assimilato. Non è tra i lavori più immediati degli Archive, ma rappresenta un capitolo significativo del loro percorso: un equilibrio instabile tra controllo e espansione, tra essenzialità e ambizione.



Cancerhouse - the moth

The Moth dei Cancer House è un debutto che si muove con grande coerenza in un territorio sonoro rarefatto, dove slowcore e post-rock si incontrano in una forma espressiva basata su sottrazione, lentezza e tensione emotiva trattenuta. È un album che non punta mai sull’impatto immediato, ma costruisce il proprio linguaggio attraverso atmosfere sospese e progressioni minime, lasciando che siano i dettagli a emergere gradualmente.
I Cancer House sono un progetto emergente che si inserisce in quella tradizione di band contemporanee più interessate alla dimensione timbrica e atmosferica che alla forma canzone in senso classico. La loro scrittura privilegia dinamiche ridotte, strutture dilatate e un senso costante di fragilità sonora, come se ogni brano fosse sul punto di dissolversi.
All’interno dell’album, brani come “Camera Obscura” e “Waterscene” introducono subito l’estetica del disco: il primo lavora su un andamento lento e avvolgente, con chitarre ovattate e un clima quasi fotografico, mentre il secondo accentua la componente liquida e fluttuante del suono, costruendo un paesaggio sonoro instabile e contemplativo. In entrambi i casi, la narrazione musicale procede per accumulo minimo, più suggerita che esplicitata.
“In My Pocket A Letter” rappresenta uno dei momenti più emotivamente diretti del disco, pur restando all’interno di una grammatica sobria e controllata: la scrittura si fa leggermente più definita, ma senza perdere la sensazione di distanza e malinconia. Più scuro e denso è invece “A Red Wrecked Line”, che introduce una tensione sotterranea più marcata, quasi inquieta, pur mantenendo il tipico approccio contenuto della band.
Con “Flowers Over There” e “Bloodchimes”, il disco torna a privilegiare la dimensione atmosferica: il primo è quasi sospeso, costruito su micro-variazioni timbriche, mentre il secondo aggiunge una maggiore profondità emotiva, con un senso di progressione più percepibile ma mai esplosiva. Entrambi rafforzano l’idea di un album che lavora per stratificazione lenta, senza mai accelerare davvero.
La chiusura affidata a “The Moth” sintetizza bene l’intero percorso: un brano che non conclude in senso tradizionale, ma dissolve progressivamente le tensioni accumulate, lasciando una sensazione di vuoto caldo e persistente.
Questo è un lavoro compatto e coerente, che trova la sua forza nella continuità più che nella varietà. È un album che richiede ascolto attento e disponibilità alla lentezza, ma che ripaga con un’estetica fragile e immersiva, costruita su sottrazione e sospensione emotiva.



momoko gill - momoko

Pur trattandosi di un debutto, l'album di Momoko Gill sorprende per maturità e profondità, riuscendo a muoversi con naturalezza tra jazz, soul ed elettronica sperimentale senza mai risultare derivativo. Più che una semplice raccolta di brani, è un lavoro che si presenta come un universo sonoro coerente, fatto di dettagli sottili, dinamiche fluide e una forte identità emotiva.
Momoko Gill, musicista londinese di formazione atipica, è una batterista autodidatta, produttrice e cantante cresciuta tra Giappone, Stati Uniti e Regno Unito. Questa pluralità culturale si riflette chiaramente nella sua musica: prima di questo debutto si è fatta notare collaborando con figure della scena jazz ed elettronica contemporanea, sviluppando uno stile personale che privilegia l’intuizione e la sensibilità più che l’aderenza a un genere preciso.
Nel disco, questa attitudine si traduce in un suono estremamente organico. Le tracce alternano momenti di groove jazzato e pulsante a passaggi più rarefatti e contemplativi. Brani come “No Others” o “Heavy” mostrano una scrittura raffinata, fatta di armonie delicate e arrangiamenti ricchi ma mai ridondanti, mentre episodi più oscuri e sperimentali introducono tensione e contrasto, ampliando lo spettro emotivo dell’album.
La voce di Momoko Gill è uno degli elementi più distintivi: soffusa, quasi trattenuta, sembra più sussurrare che imporsi, contribuendo a creare un’intimità costante. Anche quando il gruppo si espande, come nel caso del brano corale più ambizioso del disco, la dimensione resta sempre profondamente personale, come se ogni canzone fosse una confessione sussurrata più che una dichiarazione.
Momoko è, in definitiva, un debutto sorprendentemente completo: un disco che non cerca l’immediatezza, ma costruisce lentamente il proprio impatto attraverso atmosfera, sensibilità e ricerca timbrica. È il tipo di lavoro che cresce con gli ascolti e lascia intravedere un’artista già pienamente consapevole della propria visione, ma ancora in evoluzione.


lili refrain - nagalite

Se l'album di Momoko Gill è un disco fluido e aperto, radicato tra jazz, soul ed elettronica, che punta su calore, groove e una dimensione intima ma accessibile, per l'ultima fatica di Lili Refrain ci troviamo alle prese con un lavoro più astratto e rituale: un lavoro immersivo, costruito come un flusso continuo, che privilegia atmosfera e trasformazione rispetto alla forma-canzone.
In breve, se Momoko accoglieva e dialogava con l’ascoltatore, Nagalite lo assorbe e lo trascina in uno spazio più chiuso e ipnotico. 
Più che un disco, Nagalite è una suite compatta e simbolica, costruita su un’idea di trasformazione continua, dove ogni suono sembra parte di un processo più ampio, quasi alchemico.
Lili Refrain, musicista e performer romana attiva dal 2007, è una figura atipica nel panorama contemporaneo: polistrumentista, compone ed esegue i suoi brani in completa autonomia, utilizzando chitarra, voce, percussioni e sintetizzatori sovrapposti dal vivo tramite loop station, senza ricorrere a basi preregistrate. Questa dimensione “artigianale” e totalizzante si riflette anche in studio, dove il controllo totale del suono diventa parte integrante della sua identità artistica. 
Negli anni ha costruito una reputazione solida anche dal vivo, partecipando a festival internazionali e condividendo il palco con artisti affini alla sua visione rituale e sperimentale.
In Nagalite, questa visione raggiunge una forma particolarmente compiuta. L’album si sviluppa in quattro movimenti, come una narrazione ciclica, dove il simbolo del serpente, richiamato anche nel titolo, diventa metafora di metamorfosi, rigenerazione e resistenza.
Le tracce non funzionano come entità isolate, ma come parti di un flusso unico: un continuum sonoro che attraversa folk rituale, dark ambient e suggestioni psichedeliche, mantenendo sempre una forte tensione emotiva.
Ciò che colpisce maggiormente è la costruzione del suono: stratificata ma mai caotica, densa ma allo stesso tempo ariosa. Le percussioni evocano ritmi ancestrali, la chitarra si trasforma spesso in puro tessuto atmosferico, mentre la voce – più evocazione che narrazione – si muove tra canto e invocazione, diventando uno strumento tra gli altri. Il risultato è una musica che non si limita a essere ascoltata, ma che sembra agire sull’ascoltatore, trascinandolo in uno stato quasi meditativo.
Nagalite richiede attenzione e disponibilità: non è un disco immediato né facilmente scomponibile in singoli momenti memorabili. La sua forza sta proprio nella continuità, nella capacità di creare un ambiente sonoro coerente in cui perdersi. È un lavoro che cresce nel tempo, rivelando progressivamente i suoi dettagli e la sua profondità simbolica.
Nagalite non è solo un album, ma un attraversamento: un viaggio sonoro che parla di trasformazione, e che finisce per trasformare anche chi ascolta.


the delines - the set up

The Set Up dei The Delines è un album che si inserisce con naturalezza nel percorso ormai consolidato della band di Portland, proseguendo quel lavoro di narrazione musicale che intreccia storie di marginalità, solitudine e fragilità americana. Più che un semplice seguito del precedente Mr. Luck & Ms. Doom, il disco ne amplia l’universo narrativo, mantenendo però una coerenza stilistica quasi cinematografica, fatta di atmosfere lente e profondamente evocative.
I The Delines, nati dalle ceneri dei Richmond Fontaine e guidati dal songwriter e romanziere Willy Vlautin insieme alla voce centrale di Amy Boone, hanno sempre costruito la propria identità su un equilibrio tra scrittura letteraria e arrangiamenti soul-country dal respiro ampio. La loro musica è da sempre popolata da personaggi ai margini, piccoli drammi quotidiani e una malinconia che non diventa mai retorica, ma osservazione partecipe.
In The Set Up, questa cifra stilistica si rafforza ulteriormente. 
Brani come “Can You Get Me Out of Phoenix?” e “Dilaudid Diane” condensano perfettamente il cuore del disco: storie di fuga, dipendenza e identità spezzate, raccontate con una scrittura essenziale ma estremamente visiva. Il primo si sviluppa come una confessione inquieta e disillusa, mentre il secondo tratteggia una figura femminile segnata dalla perdita e dalla deriva, con una delicatezza che evita qualsiasi giudizio.
Un ruolo centrale lo giocano anche episodi come “Keep the Shades Down”, più intimo e sospeso, e “The Reckless Life”, che allarga lo sguardo su una dimensione più narrativa e quasi romanzesca, tipica della penna di Vlautin. La struttura stessa dell’album, con i tre interludi di “The Set Up”, funziona come filo conduttore teatrale che lega le varie storie, rafforzando l’idea di un’opera unitaria più che di una semplice raccolta di brani.
Musicalmente, il disco resta fedele al linguaggio della band: arrangiamenti sobri, pianoforti e fiati che colorano senza mai invadere, ritmiche lente e una produzione che privilegia lo spazio e la profondità. La voce di Amy Boone rimane il centro emotivo assoluto, capace di trasformare ogni racconto in qualcosa di immediatamente umano e credibile.
Nel complesso, The Set Up è un lavoro compatto e coerente, meno orientato alla sorpresa e più alla continuità narrativa. È un album che conferma la forza dei The Delines nel costruire mondi sonori popolati da outsider e destini segnati, con una sensibilità che unisce scrittura letteraria e musica d’atmosfera in modo sempre più maturo e sicuro.


irreversible entanglements - future present past

Future Present Past degli Irreversible Entanglements è un album che conferma la natura radicale e in continua evoluzione del collettivo, ma lo fa con un equilibrio leggermente diverso rispetto ai lavori precedenti: meno esplosivo in senso puramente caotico, più controllato nella sua urgenza espressiva. Il risultato è un disco che mantiene intatta la tensione politica e improvvisativa del gruppo, ma la incanala in forme più strutturate e, in alcuni momenti, quasi ipnotiche.
Il progetto guidato dalla poetessa e musicista Camae Ayewa (Moor Mother), insieme al nucleo strumentale composto da fiati, basso e batteria, continua a muoversi tra free jazz, spoken word e improvvisazione radicale. La loro musica nasce da un’urgenza politica e sociale evidente, trasformando il suono in un atto di resistenza e testimonianza, più che in una semplice esperienza estetica.
In Future Present Past, brani come “Don’t Lose Your Head” e “Vibrate Higher” mostrano bene questa nuova sintesi: il primo introduce una forma più accessibile e ritmica, quasi cantabile nella sua ripetizione ossessiva, mentre il secondo si apre a una struttura più libera, dove fiati e voce si inseguono tra tensione e sospensione. Entrambi mantengono però quella carica incendiaria tipica del gruppo, con la voce di Ayewa che resta il centro emotivo e politico del discorso.
Episodi come “Panamanian Fight Song” e “The Messenger” riportano invece il collettivo su territori più familiari, fatti di improvvisazione nervosa e interplay serrato tra i musicisti. Qui il disco ritrova pienamente la sua dimensione più libera e imprevedibile, con momenti di caos controllato che emergono e si dissolvono rapidamente, senza mai stabilizzarsi del tutto.
Più meditativi risultano invece brani come “The Spirit Moves”, dove la tensione si distende in una forma quasi contemplativa, lasciando spazio a dinamiche più ariose e a una rarefazione sonora che non attenua però il senso di urgenza sottostante.
Future Present Past è un'album che non rinuncia alla forza politica e all’intensità tipiche degli Irreversible Entanglements, ma le rielabora in una forma leggermente più accessibile e variegata. 
È un disco che oscilla continuamente tra controllo e disintegrazione, tra struttura e improvvisazione, confermando ancora una volta il gruppo come una delle realtà più vitali e necessarie del jazz contemporaneo.

DISCO DEL MESE II


annahstasia - live at  glasshaus

L'ascolto di questo disco mi ha fatto ricordare una vecchia pubblicità nella quale venivamo invitati a bere un famoso aperitivo per combattere "il logorio della vita moderna". Si vedeva un tipo piazzato a un tavolino da bar nel mezzo del caos e del traffico della città che, grazie al Cynar, si ritagliava il suo spazio di quiete. 
50 anni fa non avevano nemmeno idea di cosa sarebbero diventate le nostre vite oggi, in termini di possibile stress o “logorio” come lo chiamavano allora, causati dai rumori e dagli stimoli continui e inutili che i nostri dispositivi personali veicolano. 
E allora? Ascoltate Annahstasia contro il logorio della vita quotidiana.
Live at Glasshaus è un lavoro che si muove in una dimensione sospesa, dove l’intimità dell’esecuzione dal vivo diventa il vero centro emotivo dell’ascolto. Più che un semplice album, sembra un momento catturato nel tempo: fragile, imperfetto, e proprio per questo profondamente autentico.
La voce è l’elemento che guida tutto. Non cerca mai di imporsi con forza, ma piuttosto di avvicinarsi lentamente, quasi in punta di piedi. C’è una qualità confessionale nel modo in cui Ahnnastasia canta, come se ogni parola fosse pensata più per sé stessa che per un pubblico. Questo crea una connessione diretta, senza filtri, che rende difficile restare distaccati.
Gli arrangiamenti sono essenziali, spesso ridotti all’osso, ma non danno mai l’impressione di essere incompleti. Al contrario, lo spazio lasciato vuoto diventa parte integrante della musica: è lì che si infilano le sfumature, i respiri, le piccole esitazioni che raccontano tanto quanto le note suonate. L’ambiente del Glasshaus si percepisce, non tanto come luogo fisico, ma come atmosfera raccolta e quasi sacrale.
C’è anche una certa tensione tra controllo e abbandono. Alcuni passaggi sembrano sul punto di spezzarsi, come se l’emozione potesse prendere il sopravvento da un momento all’altro. Eppure, proprio in questo equilibrio instabile, il disco trova la sua forza. Non punta alla perfezione tecnica, ma a qualcosa di più difficile da afferrare: la verità del momento.
Potrebbe essere questo il prossimo disco dell'anno anche se credo che non serva proprio a nulla avere un disco dell’anno. 
Serve (e basterebbe) avere almeno un disco all’anno che sia come questo.

lunedì 20 aprile 2026

Lo spaghetto di Marinetti

 

Cosa rappresenta per ogni italiano un bel piatto di pastasciutta? È una domanda che sembra semplice ma che, a ben vedere, racchiude un universo di significati, di memorie, di identità collettiva. La pastasciutta non è soltanto un alimento: è un rito quotidiano, è il centro simbolico della tavola familiare, è la materializzazione di un modo di vivere che intreccia gusto, convivialità e tradizione. 
Dalle cucine domestiche alle trattorie, dai pranzi della domenica alle improvvisazioni veloci, la pasta attraversa la vita degli italiani come un filo continuo, rassicurante e persistente. Non stupisce quindi che essa sia stata celebrata in ogni forma d’arte, dalla letteratura al cinema, fino a diventare icona popolare, come nella celebre scena di “Miseria e Nobiltà”, in cui Totò si abbuffa di spaghetti con una voracità quasi primordiale, arrivando persino a infilarli nelle tasche della giacca, in un gesto tanto comico quanto simbolico: la pasta come desiderio, come abbondanza, come rivalsa sociale. 
Eppure, proprio questo simbolo così radicato e amato diventa, all’inizio del Novecento, il bersaglio polemico di uno dei movimenti artistici più provocatori e iconoclasti della storia italiana: il Futurismo. Il 28 dicembre 1930 appare sulla Gazzetta del Popolo di Torino il Manifesto della cucina futurista, firmato da Filippo Tommaso Marinetti, già fondatore del Futurismo, e da Fillìa. Questo testo, che rappresenta un’evoluzione del precedente manifesto del 1920, si inserisce perfettamente nella poetica futurista fatta di rottura, velocità, esaltazione della modernità e rifiuto del passato. 
L’anno successivo, nel 1931, viene pubblicato anche il volume “La cucina futurista”, che raccoglie e amplia i principi espressi nel manifesto, proponendo una vera e propria rivoluzione del modo di concepire il cibo, la preparazione e il consumo dei pasti. Il primo punto del manifesto è forse il più clamoroso e scandaloso: “Contro la pastasciutta”
Non si tratta di una provocazione marginale, ma di un attacco frontale a uno dei pilastri della cultura italiana. 
 

Secondo i futuristi, infatti, la pastasciutta è responsabile di una serie di difetti morali e fisici che affliggerebbero il popolo italiano: fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica, neutralismo. 
In altre parole, la pasta non sarebbe soltanto un cibo, ma un vero e proprio fattore di decadenza nazionale. Questa posizione, per quanto paradossale possa apparire, va letta alla luce dell’ideologia futurista, che esalta l’energia, la velocità, l’aggressività e la capacità di azione, in contrapposizione a tutto ciò che è lento, statico, legato alla tradizione. 
La pastasciutta, con i suoi tempi di cottura, con la sua consistenza morbida e avvolgente, con il suo ruolo centrale nella dieta mediterranea, diventa il simbolo perfetto di un’Italia che i futuristi vogliono superare.
Non a caso, nel manifesto si sostiene che solo l’abolizione di questo alimento potrà rendere gli italiani più agili, più scattanti, più pronti ad affrontare le sfide del futuro e persino a vincere una possibile guerra. 
A questa motivazione di carattere quasi antropologico e psicologico si aggiunge anche una considerazione di tipo economico e politico: l’Italia, secondo i futuristi, dovrebbe liberarsi dalla dipendenza dal grano estero, che è alla base della produzione della pasta, per valorizzare invece la propria industria risicola. 
Il riso, più leggero e più “moderno”, diventa così il simbolo di una nuova alimentazione nazionale, in linea con le esigenze di autosufficienza e di progresso. 
Ma la critica alla pastasciutta è solo il punto di partenza di una visione molto più ampia e radicale della cucina. L’arte culinaria futurista si propone infatti di reinventare completamente il modo di concepire il cibo, trasformandolo in un’esperienza multisensoriale, in cui non contano soltanto il gusto e la nutrizione, ma anche la vista, l’olfatto, il tatto e persino l’udito. 
I futuristi vogliono liberare la cucina dalla sua dimensione puramente utilitaria e tradizionale, elevandola a forma d’arte totale, capace di coinvolgere tutti i sensi e di stimolare l’immaginazione. In questo contesto, i sapori tradizionali vengono messi in discussione e sostituiti da accostamenti inediti, spesso stravaganti e provocatori. 
Dolce e salato si mescolano, ingredienti lontani tra loro vengono combinati in modi sorprendenti, creando piatti che sono allo stesso tempo esperimenti gastronomici e manifestazioni artistiche. Non si tratta più di cucinare per nutrirsi, ma di creare esperienze sensoriali nuove, capaci di rompere le abitudini e di stimolare la mente. 

 


Un altro aspetto fondamentale della cucina futurista è l’attenzione alla forma, ai colori, ai profumi e all’architettura dei piatti. Il cibo deve essere bello da vedere, deve avere una composizione armoniosa o volutamente dissonante, deve suscitare emozioni ancora prima di essere assaggiato. 
I piatti diventano vere e proprie opere d’arte, in cui ogni elemento è studiato con cura, dalla disposizione degli ingredienti alla scelta dei colori, fino alla presentazione finale. 
Anche il modo di mangiare viene rivoluzionato: i futuristi propongono, ad esempio, l’abolizione della forchetta e del coltello, strumenti considerati ormai superati e limitanti. Al loro posto, si privilegia il contatto diretto con il cibo, che permette di coinvolgere il tatto e di rendere l’esperienza più immediata e intensa. 
Il contrasto tra caldo e freddo, tra consistenze diverse, diventa un elemento fondamentale per stimolare le sensazioni e rendere il pasto un momento dinamico e coinvolgente. Il manifesto non si limita a enunciare principi teorici, ma propone anche esempi concreti di ricette futuriste, caratterizzate da nomi fantasiosi e da combinazioni sorprendenti. Tra queste, spiccano il “Salmone dell’Alaska ai raggi del sole con salsa Marte” e la “Beccaccia al Monterosa salsa Venere”, piatti ideati dal primo cuoco del ristorante Penna d’Oca. 
Già dai nomi si intuisce l’intento di andare oltre la semplice cucina, creando un immaginario che richiama lo spazio, la natura, la tecnologia, in perfetta sintonia con l’estetica futurista. 
Queste ricette non sono pensate per essere replicate facilmente nelle cucine domestiche, ma piuttosto per stupire, per provocare, per far riflettere sul rapporto tra cibo e cultura. La cucina diventa così un terreno di sperimentazione artistica, in cui ogni piatto è un manifesto, un atto di rottura, una sfida alle convenzioni. 
Tuttavia, nonostante l’entusiasmo e la creatività dei futuristi, la loro battaglia contro la pastasciutta non ha avuto il successo sperato. La pasta ha continuato a essere il cuore della cucina italiana, resistendo a ogni tentativo di abolizione o di marginalizzazione. 
Questo fallimento, però, non deve essere interpretato come una semplice sconfitta, ma piuttosto come la dimostrazione della forza e della resilienza della tradizione. La pastasciutta, infatti, non è soltanto un alimento, ma un simbolo identitario profondamente radicato, capace di adattarsi ai cambiamenti senza perdere la propria essenza. 


Allo stesso tempo, l’esperienza della cucina futurista ha lasciato un’eredità importante, soprattutto per quanto riguarda l’attenzione all’estetica, alla sperimentazione e alla dimensione sensoriale del cibo. Molti degli elementi introdotti dai futuristi, come la cura per la presentazione dei piatti, l’uso di accostamenti insoliti, l’idea del cibo come esperienza multisensoriale, sono oggi parte integrante della cucina contemporanea, soprattutto in ambito gastronomico e di alta cucina. 
In questo senso, il manifesto futurista può essere visto come un precursore di molte tendenze attuali, anche se le sue posizioni più estreme, come l’abolizione della pastasciutta, sono rimaste confinate nel campo della provocazione. 
Il contrasto tra la tradizione rappresentata dalla pasta e l’innovazione proposta dai futuristi continua ancora oggi a essere un tema centrale nel dibattito gastronomico. Da un lato, c’è il desiderio di preservare le radici, di mantenere vive le ricette e i rituali che definiscono l’identità culturale; dall’altro, c’è la spinta verso la sperimentazione, verso la ricerca di nuovi linguaggi e nuove forme espressive. La cucina, come ogni forma d’arte, vive di questo equilibrio tra continuità e cambiamento, tra memoria e innovazione. In definitiva, la vicenda della pastasciutta e dei futuristi rappresenta un esempio emblematico di come il cibo possa diventare terreno di scontro ideologico, simbolo di valori e visioni del mondo. 
La pasta, con la sua apparente semplicità, si rivela così un elemento carico di significati, capace di suscitare passioni, polemiche, riflessioni. E forse è proprio questa sua capacità di andare oltre la dimensione puramente alimentare che ne spiega la straordinaria longevità e il suo ruolo centrale nella cultura italiana. 
I futuristi hanno cercato di distruggerla, di sostituirla, di ridimensionarne l’importanza, ma alla fine hanno contribuito, paradossalmente, a rafforzarne il mito, rendendola ancora più consapevole di sé, ancora più radicata nell’immaginario collettivo. 
Così, mentre le ricette futuriste restano come testimonianza di un’epoca di grande fermento creativo, la pastasciutta continua a essere, oggi come ieri, uno dei simboli più forti e riconoscibili dell’Italia nel mondo, capace di unire generazioni, territori e culture diverse sotto il segno di un piatto che, nella sua semplicità, racchiude una storia complessa e affascinante. 

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