mercoledì 8 luglio 2026

Non consumate: distruggete!


Nell'era in cui l'algoritmo non si limita a suggerire i nostri desideri ma li predetermina con la precisione di un chirurgo che opera su un paziente anestetizzato dalla propria stessa acquiescenza, l'atto di resistenza non può più passare attraverso le forme codificate del dissenso tradizionale che, proprio perché prevedibili, vengono immediatamente neutralizzate e riassorbite dal flusso ininterrotto della mercificazione digitale. 
Siamo immersi in una dittatura del flusso dove lo scroll infinito, il feed personalizzato e la pillola di contenuto preconfezionato costituiscono la grammatica di una realtà che ha smesso di essere vissuta per essere semplicemente consumata in una sequenza di pixel senza soluzione di continuità. 
Il pensiero unico, lungi dall'essere un'imposizione esterna brutale, si è trasformato in un'architettura invisibile che ci circonda e ci definisce, proponendoci costantemente specchi deformanti in cui la nostra identità viene frammentata e ricomposta per meglio adattarsi ai modelli del consumo contemporaneo. 
In questo panorama desertificato, dove ogni gesto di ribellione rischia di diventare una moda passeggera pronta per essere monetizzata dal mercato, occorre riscoprire la potenza sovversiva del détournement situazionista, quella pratica magistrale che consiste nel prendere gli elementi estetici, i messaggi pubblicitari e le narrazioni dominanti della società dello spettacolo per sradicarli dal loro contesto originario e riposizionarli in una configurazione che ne riveli la vacuità e l'ipocrisia intrinseca. 
Non si tratta di una semplice critica verbale, ma di un sabotaggio semantico che trasforma le armi del nemico nel nostro principale strumento di espressione, agendo come una sorta di virus intellettuale capace di bloccare il meccanismo automatico della ricezione passiva. 
Immaginate di prendere una di quelle lucide e patinate campagne pubblicitarie che ci vendono un futuro di sostenibilità puramente cosmetica, quel greenwashing che infesta le nostre bacheche, e di sovrapporvi, attraverso un gesto di montaggio spietato, le immagini della realtà materiale dei processi estrattivi o le parole di una critica radicale che ne scoperchi la finzione, trasformando il messaggio originale in una denuncia grottesca che ne ribalta radicalmente il senso. 
È un'operazione di smontaggio che non richiede attrezzature sofisticate, ma un occhio allenato a guardare oltre la superficie scintillante, un occhio capace di percepire le cuciture del sistema e di infilare il proprio dito all'interno di quelle fessure per allargarle fino a far crollare l'intera impalcatura del consenso. 


E proprio per questa ragione, proprio per trasformare questa riflessione teorica in una pratica collettiva e vitale, L'Urlo lancia oggi una sfida aperta a tutti i suoi lettori: la Challenge di Détournement
Vogliamo che voi diventiate gli hacker del quotidiano, che intercettiate i segnali del potere, le parole d'ordine come "resilienza", "ecosistema", "autenticità", quelle parole svuotate di senso e caricate di valore ideologico, per smontarle e ricomporle in una forma nuova, un meme, una grafica, un testo breve o un breve video che ne riveli la natura manipolatoria. 
Non cerchiamo l'estetica perfetta, non cerchiamo il design patinato, cerchiamo il cortocircuito, cerchiamo quella scintilla di verità che scaturisce quando il messaggio ufficiale viene privato della sua patina di invulnerabilità. 
Invitiamo chiunque si senta parte di questa resistenza silenziosa a inviarci le proprie creazioni, quei frammenti di media hackerati che avete costruito con ironia e ferocia, perché le opere migliori verranno pubblicate nella nostra prossima rubrica dedicata, trasformando il blog in un cantiere aperto di sabotaggio semantico. 
In questo modo, l'articolo che state leggendo non si limita a teorizzare, ma chiama all'azione, perché sappiamo che la liberazione dalla passività non avviene attraverso il consumo di un altro contenuto, ma attraverso l'atto creativo di chi si rifiuta di essere solo un ricevente. 
Siamo consapevoli che il sistema è vasto e che le sue difese algoritmiche sono pensate per ignorare o neutralizzare ogni rumore discordante, ma è proprio nel piccolo, nel dettaglio, nell'anomalia che si annida la possibilità del cambiamento, in quel momento in cui il fruitore diventa creatore e il consumatore diventa complice di una destrutturazione critica che non ha bisogno di eroi ma di una consapevolezza diffusa. 
Ogni volta che apponete un commento-virus su un contenuto che vi viene imposto, ogni volta che ritagliate un pezzo di realtà per ricollocarlo in un contesto che ne svela l'impostura, state compiendo un gesto politico che è in grado di incrinare la narrazione dominante, anche se per pochi secondi, anche se per una piccola cerchia di persone, perché quel secondo di consapevolezza è l'inizio della fine di un incantesimo. 
La nostra sfida non mira a distruggere il prodotto, ma a liberare il destinatario, a strapparlo da quella sonnolenza indotta che il sistema ci propone ogni volta che apriamo un dispositivo, perché la vera resistenza oggi è saper leggere tra le righe di un feed, tra le pieghe di una storia, tra i pixel di un video che vorrebbe solo venderci la nostra stessa immagine riflessa in modo distorto. 


Partecipate alla Challenge di Détournement di L'Urlo, mandateci i vostri sabotaggi, trasformate il vostro malessere critico in un gesto estetico che sia anche una dichiarazione di indipendenza, perché solo attraverso questo costante lavoro di hackeraggio culturale potremo riappropriarci dello spazio della nostra immaginazione, sottraendolo al monopolio dell'algoritmo e restituendolo alla dignità del pensiero critico che si rifiuta di tacere. 
Non temete l'imperfezione dei vostri détournements, temete solo la perfezione del sistema che vi vuole omologati, temete solo la comodità del consenso, perché il vero Urlo, quello che dà il titolo a questo spazio, non è un grido di dolore ma un atto di affermazione di chi, pur vivendo nel cuore della macchina, ha deciso di cercare, con ogni mezzo necessario, il modo per fermare gli ingranaggi o, almeno, per disturbarne il moto perpetuo. 
Questa è la vostra occasione per passare dalla parte di chi guarda, di chi analizza, di chi smonta, di chi ricostruisce, di chi finalmente smette di essere un nodo nella rete per diventare un nodo che la rete la intreccia secondo i propri desideri e non secondo i desideri di qualcun altro. 
Le vostre creazioni saranno la prova vivente che non siamo ancora del tutto prigionieri, che la capacità di ironia, di critica e di ribellione è ancora viva e vegeta, pronta a manifestarsi nelle forme più inaspettate e provocatorie, sfidando la logica del mercato a trovare un modo per inglobare anche questa nostra sfida, impresa in cui confidiamo che fallirà miseramente. Siamo pronti ad accogliere il vostro contributo, pronti a dare voce a questo sabotaggio collettivo che, a partire dai nostri schermi, si estende fino a occupare ogni spazio del quotidiano che è stato colonizzato dalla logica del consumo infinito. La sfida è aperta, il manuale è nelle vostre mani, il sabotaggio è il vostro atto di fede verso una libertà che non si conquista con le parole ma con la pratica, e L'Urlo sarà il megafono attraverso il quale questo esercizio di consapevolezza prenderà vita nelle prossime settimane, sperando che questo sia solo il primo passo verso una mobilitazione del pensiero che non avrà più bisogno di sfide perché la sfida sarà diventata la nostra stessa condizione di esistenza.




lunedì 6 luglio 2026

La Biblioteca di Babele: Georges Perec - La Vita: Istruzioni per l'uso (1978)




C'è un labirinto di stanze a Parigi in cui il tempo si è fermato, non per magia, ma per un eccesso di meticolosità. In questa nuova puntata de 'La Biblioteca di Babele', ci addentriamo in 'La vita istruzioni per l'uso' di Georges Perec. Non aspettatevi una trama che corre; aspettatevi un'esplosione di dettagli, una collezione di vite che si incastrano come tasselli di un puzzle impossibile. Perec non ci racconta una storia: costruisce una macchina per smontare la realtà pezzo per pezzo, ricordandoci che ogni oggetto, ogni ricordo e ogni banale abitudine è, in fondo, un atto di resistenza contro il nulla.

Georges Perec è stato una delle figure più singolari e intellettualmente fertili del Novecento letterario francese, un uomo capace di trasformare la scrittura in un’architettura della mente e in un gioco di specchi infinito. 
Nato a Parigi nel 1936, in una famiglia di origine ebraico-polacca duramente colpita dalla Seconda Guerra Mondiale – un trauma che segnerà profondamente il suo rapporto con l'assenza, la traccia e la memoria – Perec è approdato alla letteratura non come un esteta solitario, ma come un costruttore di labirinti. 
La sua adesione all'Oulipo, l’Officina di Letteratura Potenziale, è la chiave di volta per comprendere il suo metodo, basato sull'idea che la restrizione, il vincolo matematico e la regola ferrea non siano limiti alla libertà espressiva, ma al contrario, strumenti di liberazione della creatività. 
Per Perec, scrivere non è mai stato un gesto spontaneo o puramente ispirato, ma un’operazione chirurgica, una costruzione meticolosa dove ogni parola è un tassello, ogni capitolo una stanza e l'intero libro un edificio da abitare. "La vita istruzioni per l'uso", pubblicato nel 1978, rappresenta il compimento ultimo di questa visione, un’opera che ha ridefinito le possibilità del romanzo contemporaneo, trasformandolo in un gigantesco dispositivo per mappare l’universo. 
Quando ci avviciniamo a questo testo, dobbiamo immaginarlo come un palazzo parigino, situato al numero 11 di rue Simon-Crubellier, che l’autore scoperchia con una manovra chirurgica, permettendoci di vedere tutto ciò che accade in ogni stanza contemporaneamente, in una sorta di visione panottica che però, lungi dall'essere distaccata, è densissima di umanità. 
La storia, se così si può chiamare questo intreccio ipertrofico di esistenze, ruota attorno a un asse centrale che è, in sé, un paradosso vivente: la vicenda di Percival Bartlebooth. Questo milionario britannico, un uomo che ha consacrato la sua intera esistenza a un progetto ciclopico, incarna la follia della catalogazione umana. Bartlebooth decide di dedicare la propria vita a un ciclo di attività che dura esattamente cinquant’anni: per dieci anni studia l’arte dell’acquerello, per vent’anni viaggia in giro per il mondo per dipingere cinquecento vedute di porti marittimi, una per ogni città visitata, e nei vent’anni successivi, tornando nel suo atelier, deve far trasformare questi acquerelli in puzzle e poi, pazientemente, ricomporli. 
Ma la follia non finisce qui: una volta ricomposto, l’acquerello viene immerso in una soluzione che cancella l'immagine, lasciando il foglio bianco, tornando allo stato vergine dal quale era partito. È una deviazione di senso magistrale: l’intero sforzo umano, la tecnica, il viaggio, la dedizione e il tempo trascorso si annullano in un ciclo che non produce nulla se non la consapevolezza dell'inutilità del fare. Questo nucleo narrativo è il cuore pulsante di una trasformazione creativa che investe ogni singolo inquilino del palazzo: ciascuno, nel proprio spazio, vive la propria ossessione, la propria mania, la propria forma di resistenza al vuoto. 

Georges Perec (1936 - 1982)

Perec non ci racconta solo le vite di queste persone, ma ne cataloga le stanze, gli oggetti, gli utensili, i dettagli minimi che compongono l'arredamento di una vita. In questa minuziosità, quasi ossessiva, scopriamo una rilettura polemica della nostra quotidianità: gli oggetti di cui ci circondiamo non sono semplici accessori, ma estensioni del nostro sé, prigioni che costruiamo per proteggerci dal caos del mondo o rifugi in cui nascondere le nostre inadeguatezze. 
La risignificazione sovversiva della realtà che Perec mette in atto ci spinge a chiederci: quanto di ciò che facciamo, quanto di ciò che possediamo, è autentico e quanto è invece frutto di una coazione a ripetere, di un rituale che abbiamo imparato a eseguire senza più comprenderne il senso? 
Leggere questo libro è un’esperienza di smontaggio: l’autore smonta il palazzo, smonta la vita dei personaggi, smonta il concetto stesso di trama, e costringe il lettore a ricomporre i pezzi, a cercare le connessioni invisibili tra un collezionista di francobolli e un nobile decaduto, tra un artigiano esperto in mobili e un viaggiatore solitario. 
È un'operazione di rilettura polemica dei codici sociali che definiscono l'abitare e l'esistenza. Non siamo davanti a un romanzo che si divora, ma a un labirinto in cui ci si perde volentieri, sapendo che ogni vicolo cieco, ogni stanza vuota, ogni dettaglio descritto con una precisione quasi clinica, è una porta aperta su una verità fondamentale della condizione umana. 
Perec ci insegna che l'infinito si nasconde nel particolare, che per comprendere la vastità dell'universo non serve guardare alle stelle, ma basta osservare con la dovuta attenzione la polvere che si posa su un vecchio tavolo in una stanza di Parigi. 
Questa trasformazione creativa dell'osservazione ordinaria in indagine metafisica è ciò che rende "La vita istruzioni per l'uso" un testo imprescindibile per chiunque voglia resistere alla banalizzazione della cultura. 
In un’epoca in cui tutto è rapido, superficiale e usa-e-getta, Perec ci offre un tempo dilatato, un tempo che richiede impegno, una resistenza attiva che parte dal recupero della memoria e dal valore dell'oggetto. Le vite degli abitanti di rue Simon-Crubellier si incrociano, si scontrano, si ignorano, ma tutte contribuiscono a creare un'immagine d'insieme che è quella di una umanità fragile, costantemente in bilico tra la necessità di dare ordine al mondo e la consapevolezza che ogni ordine è solo temporaneo. La scrittura stessa è un'arma: attraverso la costruzione di un testo così vasto e dettagliato, Perec scardina le attese del lettore, creando un'esperienza che è tanto intellettuale quanto sensoriale. 
La deviazione di senso di cui parlavamo prima non è un gioco fine a se stesso: è un atto politico di riappropriazione della realtà. Se la società dello spettacolo ci vuole spettatori passivi di una vita pre-confezionata, Perec ci vuole autori attivi del nostro sguardo. 
Egli ci invita a essere come Bartlebooth, ma con una consapevolezza diversa: non dobbiamo cercare di annullare il nostro operato, ma di caricarlo di significato, di renderlo una testimonianza vivente della nostra capacità di osservare, di catalogare e, infine, di sovvertire le logiche imposte. 
Ogni descrizione di Perec è un atto di sfida, un rifiuto di lasciare che le cose svaniscano nel nulla senza che qualcuno se ne sia preso cura, senza che qualcuno le abbia descritte, senza che qualcuno le abbia rese immortali attraverso la scrittura. L'attenzione con cui descrive una macchia su una carta da parati o il meccanismo di una serratura antica non è un vezzo letterario: è un atto di amore estremo verso la realtà. 
È un modo per dire che nulla è banale, che ogni frammento dell'esistenza merita di essere salvato, catalogato e compreso. Questo approccio trasforma il lettore: non usciamo da questo palazzo come vi siamo entrati. Abbiamo imparato a guardare le cose non per il loro valore d'uso, ma per la loro capacità di raccontare storie, di connettere vite, di svelare segreti. 
La risignificazione sovversiva della realtà è, in fondo, l'unica vera forma di resistenza che ci rimane: rifiutarsi di considerare il mondo come un dato di fatto e iniziare a considerarlo come un puzzle che possiamo, e dobbiamo, ricomporre secondo nuove regole. 


La vita di Perec stessa è stata una prova di questo: il tentativo di ricostruire un'identità frammentata dalla Storia attraverso l'architettura della lingua. E questo libro ne è la prova vivente: un monumento di carta che sfida il tempo, una cattedrale di parole in cui ogni stanza ospita una verità che attende solo di essere scoperta dal lettore abbastanza coraggioso da addentrarsi nel labirinto. 
Non c'è da aver paura di perdersi, perché in questo palazzo parigino non ci si perde mai davvero: ci si ritrova, si scoprono parti di sé che non sapevamo esistessero, celate dietro le descrizioni di oggetti che credevamo insignificanti. È un libro che ci insegna a essere custodi di ciò che ci circonda, a dare dignità al quotidiano, a non scivolare nella trappola del senso comune che vorrebbe le cose vuote, prive di valore, destinate soltanto al consumo. 
Perec ci insegna che tutto ha una sua dignità, una sua storia, una sua poesia che aspetta solo di essere riconosciuta. La resistenza che proponiamo su L'Urlo passa proprio da qui: dalla capacità di fermarsi, di osservare e di dare significato dove il sistema vorrebbe solo silenzio o rumore di fondo. "La vita istruzioni per l'uso" è il manuale definitivo per questa pratica: è un'opera che richiede tempo, dedizione e una mente libera da preconcetti. È una sfida lanciata a chi pensa che il romanzo sia morto, che la letteratura non possa più dire nulla sul mondo contemporaneo, che la scrittura sia solo intrattenimento. Perec ci dimostra che la scrittura può essere, al contrario, uno strumento di scavo profondissimo, un’arma che permette di andare oltre le apparenze e di rivelare le trame invisibili che sostengono la nostra realtà. È un invito a riscoprire il piacere della complessità, a gioire della difficoltà che deriva dal cercare di comprendere un'opera che si sottrae alle interpretazioni facili. La bellezza di questo libro sta proprio qui: non si esaurisce mai, continua a offrire nuove prospettive, nuove connessioni, nuovi dettagli che avevamo trascurato a una prima lettura. 
È un organismo vivente che respira insieme a noi, che cambia man mano che cambiamo noi, che si rivela in tutta la sua magnificenza proprio quando siamo pronti ad accogliere la sua sfida. In un mondo che ci spinge a essere sempre connessi, sempre aggiornati, sempre superficiali, il consiglio di leggere Perec è, in ultima analisi, un atto di disobbedienza civile. È un invito a scegliere la profondità contro la velocità, l'attenzione contro la distrazione, la memoria contro l'oblio. 
Il palazzo di rue Simon-Crubellier è lì, aperto, pronto ad accoglierci; basta varcare la soglia, iniziare a osservare, e lasciarsi trasformare dalla straordinaria, infinita, meravigliosa complessità di ogni stanza. Ogni capitolo di questo libro è un invito a riscoprire la nostra capacità di stupirci, di interrogarci, di resistere. È una sfida al pensiero unico, una barricata eretta con la pazienza del puzzle, un atto di creazione che non conosce fine, proprio come il mondo che cerca di contenere. 


In questa rubrica abbiamo sempre cercato libri che fossero più di semplici testi, che fossero mondi in cui immergersi e da cui uscire trasformati; e "La vita istruzioni per l'uso" è, senza ombra di dubbio, il libro che meglio incarna questo desiderio, la risposta perfetta a chi cerca nella letteratura non una fuga dal mondo, ma uno strumento per abitarlo con più consapevolezza, con più profondità, con più coraggio. 
Perec ci ricorda che la vita è un puzzle, sì, ma è un puzzle che dobbiamo costruire noi, giorno dopo giorno, con ogni pezzo che raccogliamo, con ogni storia che ascoltiamo, con ogni dettaglio che riusciamo a mettere a fuoco. E forse, alla fine, il vero senso non sta nel vedere l'immagine completa, ma nel piacere di aver cercato, di aver incastrato, di aver vissuto. 
Perché in questo immenso mosaico che è l'esistenza, ogni sforzo, ogni tentativo, ogni gesto di cura verso la realtà, è già di per sé una forma di vittoria. E leggendo questo romanzo, siamo pronti a lottare, a costruire, a resistere. Siamo pronti, insomma, a vivere, con l'istruzione più importante di tutte: quella di non accettare mai la realtà così come ci viene presentata, ma di smontarla, analizzarla e ricostruirla secondo la nostra logica, la nostra passione, la nostra insaziabile voglia di senso. 
Questo è il senso profondo della nostra battaglia culturale, questo è ciò che L'Urlo vuole rappresentare: una voce fuori dal coro, un tentativo di guardare il mondo non attraverso le lenti deformanti della cultura dominante, ma con la lucidità, la ferocia e la tenerezza di chi non ha rinunciato a pensare, a sognare e a creare. E in questo percorso, Georges Perec e la sua opera monumentale ci saranno compagni di viaggio insostituibili, maestri di una resistenza quotidiana che si nutre di parole, di dettagli e di una instancabile ricerca di bellezza nel cuore dell'assurdo. 
È tempo, dunque, di addentrarsi in questo palazzo, di perdersi nei suoi corridoi, di ascoltare le vite che vi abitano e di farne parte, perché in questo atto di lettura coraggiosa, non stiamo solo scoprendo un libro; stiamo scoprendo un nuovo modo di abitare il mondo, di resistergli e, soprattutto, di amarlo in tutta la sua inafferrabile, dolorosa e magnifica complessità. 
Ogni pagina, ogni frase, ogni parola di Perec è un mattone che aggiungiamo alla costruzione del nostro pensiero critico, una difesa contro l'appiattimento che minaccia di divorare le nostre esistenze. Non è un compito facile, certo; richiede costanza, dedizione e una certa dose di follia positiva, quella stessa follia che ha spinto Bartlebooth a girare il mondo per dipingere porti, quella stessa follia che spinge Perec a scrivere un'opera che è una sfida costante alle convenzioni. 
Ma è una follia che ci arricchisce, che ci rende più forti, che ci permette di guardare in faccia l'assurdo e di sorridergli, sapendo che, nonostante tutto, abbiamo ancora la capacità di dare un ordine al nostro caos. 
E questa, in fondo, è la vera sfida, l'unica che conta, la sfida di chi decide di non subire la propria vita, ma di viverla, istruzioni per l'uso alla mano, sapendo che il manuale lo stiamo scrivendo noi stessi, pagina dopo pagina, stanza dopo stanza, in questo immenso palazzo che è la nostra esistenza. 

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