mercoledì 24 giugno 2026

Giugno




Giugno: Esercizi di dissenso sonoro

Questo mese, la selezione de L’Urlo si muove lungo traiettorie di resistenza estetica, rifiutando la banalità del pensiero unico che pervade la produzione musicale di consumo. 
La playlist di giugno è una cartografia dell'ignoto: dall'elettronica ipnotica e perturbante di Inferno dei Boards of Canada, che scava nel rimosso della memoria, fino all'impatto viscerale dei New Jazz Underground, ogni traccia funge da atto di détournement
Attraverso il riverbero psichedelico degli Helicon, il post-punk atmosferico dei Klimt 1918 e la ricerca materica di Laura Mitsch, questi brani non chiedono di essere ascoltati passivamente, ma impongono una frattura nello scorrere lineare del tempo. È un invito a riappropriarsi dello spazio sonoro, trasformando l'ascolto in un esercizio di consapevolezza critica contro l'inerzia del presente.

DISCO DEL MESE


BOArds of canada - inferno

L'ascolto di Inferno ci precipita in un territorio liminale dove la memoria si sgretola per lasciare spazio all’ossessione, confermando la capacità del duo scozzese di praticare una forma di sovversione sonora che scardina le coordinate rassicuranti dell'elettronica, rivelando sotto la superficie levigata le crepe della nostra epoca post-industriale. In questo nuovo capitolo, la malinconia analogica che da sempre definisce il loro stile si fa più cupa, innescando una tensione sotterranea che rifugge la fruizione distratta per esigere un'immersione totale, un corpo a corpo con trame sintetiche che sembrano emanare da un futuro mai avvenuto. 
La narrazione si avvolge su se stessa, costruendo scenari di una bellezza perturbante in cui il glitch diventa incisione e la melodia un frammento di ricordo distorto; ogni traccia agisce come un dispositivo di rottura, una scheggia che scalfisce la patina del quotidiano per restituirci una visione del mondo meno accomodante. Inferno non è soltanto un album, ma un manifesto di scavo nell'inconscio digitale, un esercizio che rifiuta la facile orecchiabilità per addentrarsi nell'astrazione, dove il piacere estetico si sposa con una consapevolezza critica del suono, rendendolo il protagonista assoluto di questo mese di giugno su queste pagine, un punto di riferimento imprescindibile per chi intende la musica non come intrattenimento vacuo, ma come strumento di analisi della realtà.
 


helicon - arise

Arise si impone come una tempesta di riverbero e distorsione, un'opera che trasforma lo spazio sonoro in un santuario psichedelico dove il tempo sembra dilatarsi fino a spezzarsi. La band scozzese costruisce un muro di suono denso e ipnotico, una stratificazione di chitarre che non cercano la melodia immediata, ma l'estasi della ripetizione, trasformando ogni accordo in un mantra che scava solchi profondi nell'ascoltatore. 
In questo disco, il rock si spoglia di ogni orpello moderno per tornare a una forma primordiale di espressione, una sorta di rito ancestrale dove l'energia elettrica diventa l'unico linguaggio possibile per evadere dal torpore del presente. Le ritmiche, serrate e inesorabili, fungono da scheletro per un'architettura sonora che si espande verso l'infinito, lasciando che il feedback diventi il vero protagonista del discorso narrativo, una voce pura che grida contro l'appiattimento di un'industria musicale sempre più prigioniera della propria linearità. 
Ascoltare Arise significa accettare di perdere l'orientamento, lasciandosi trasportare in una deriva estetica dove la bellezza risiede nel caos controllato e nella potenza viscerale dell'amplificazione, rendendo l'album una prova necessaria di resilienza sonora, un'opera che non chiede permesso ma pretende una dedizione assoluta, confermandosi come uno dei capitoli più intensi e viscerali di questo mese su queste pagine, perfetto per chi cerca nella musica non una semplice distrazione, ma un'esperienza catartica capace di scuotere le fondamenta della percezione quotidiana.
 


new jazz underground - hoodies

Hoodies dei New Jazz Underground rappresenta un’incursione audace nel cuore pulsante di una scena che rifiuta di restare confinata nelle aule accademiche o nelle retrovie dei club esclusivi. Con questo lavoro, il collettivo opera una riscrittura radicale del lessico jazzistico, innestandolo su una base metropolitana cruda e senza filtri, capace di restituire la tensione elettrica dei vicoli urbani. 
La struttura dei brani ignora programmaticamente le convenzioni del genere, preferendo una forma aperta in cui il virtuosismo tecnico non è mai fine a se stesso, ma si pone al servizio di un’estetica della rottura; gli strumenti si intrecciano con una precisione chirurgica che ricorda, nelle intenzioni, la veemenza di certe avanguardie storiche, trasformando il suono in una testimonianza diretta della vita nel caos contemporaneo. 
In Hoodies, la dinamica tra silenzio e saturazione diventa la chiave di lettura di una narrazione musicale che non cerca il consenso, ma la scossa, innescando una reazione a catena che investe l’ascoltatore, costretto a confrontarsi con una realtà sonora che non offre vie d'uscita rassicuranti. 
È un disco di una lucidità disarmante, dove l’improvvisazione non è libertà vigilata ma terreno di scontro, un luogo dove la tradizione viene manipolata e ricontestualizzata per denunciare l’anestesia sensoriale a cui siamo costantemente esposti. 
Inserito in questo mese di giugno su *L'Urlo*, l'album si impone come una voce fuori dal coro, un'esplorazione necessaria dei margini che, attraverso il ritmo sincopato e la ferocia espressiva, ci ricorda che la musica rimane, nonostante tutto, uno degli ultimi presidi di resistenza in grado di scardinare l'uniformità del pensiero imposto.
 


klimt 1918 - amor

Amor dei Klimt 1918 si rivela come un’opera di struggente raffinatezza, un punto d’incontro tra la malinconia post-punk e una visione del suono che lambisce i confini dell’emotività più pura, senza mai cadere nella retorica del già sentito. Il quartetto romano riesce qui a plasmare una materia sonora densa e avvolgente, dove le chitarre si fanno trama di ricordi sospesi e le atmosfere si dilatano in una ricerca costante di quell'estetica del rimpianto che da sempre definisce il loro percorso artistico. 
In questo disco, il concetto di amore viene declinato non come celebrazione edulcorata, ma come forza inquietante e destabilizzante, un sentimento che agisce come una ferita aperta capace di mettere a nudo la fragilità dell'esistenza di fronte all'ineluttabilità del tempo. Le linee melodiche, pur nella loro apparente fluidità, nascondono una tensione sotterranea che spinge l'ascoltatore verso una dimensione introspettiva, trasformando ogni traccia in un paesaggio interiore dove la luce e l'ombra si fondono in un equilibrio precario e meraviglioso. 
La produzione, curata fin nei minimi dettagli, esalta la capacità della band di costruire architetture sonore di ampio respiro, in cui la voce si integra perfettamente in un muro di riverberi che non isola, ma invita a una partecipazione emotiva totale. 
Amor si inserisce così nel solco della nostra programmazione di giugno come un monito necessario: una dichiarazione di resistenza attraverso la bellezza, un'opera che rifiuta la freddezza del cinismo contemporaneo per riaffermare il valore insostituibile dell'intensità sentimentale come antidoto all'indifferenza di una società che sembra aver smarrito la capacità di stupirsi ancora.
 


Laura mitsch - lithic
Lithic di Laura Mitsch si impone come un'esplorazione materica di rara profondità, un disco che trasforma il suono in elemento geologico, solido e primordiale, capace di incidere la superficie del panorama elettronico odierno con la precisione di uno scalpello.
L'opera rifiuta le strutture convenzionali per privilegiare una narrazione basata sulla stratificazione, dove ogni battito risuona come un evento tellurico che scuote le fondamenta dell'ascolto passivo, costringendo il fruitore a confrontarsi con la densità fisica di ogni frequenza. 
Laura Mitsch costruisce paesaggi sonori aridi e affascinanti, in cui il contrasto tra la durezza delle percussioni e la fluidità dei tappeti sintetici evoca un senso di stasi monumentale, quasi atemporale, perfettamente coerente con il titolo stesso del lavoro. Non vi è spazio per l'ornamento superfluo in questo scenario, dove l'essenzialità diventa l'arma principale per denunciare l'effimero del consumo musicale rapido; la sfida lanciata da Lithic è quella di una contemplazione lenta, che richiede pazienza per essere compresa e una dedizione totale per essere vissuta appieno. 
L'album si conferma come una prova di forza intellettuale e sensoriale, un manufatto sonoro che si oppone alla volatilità del presente celebrando la stabilità della forma, rendendo giustizia a quella ricerca di un'autenticità che, in un mondo saturato di rumore digitale, diventa l'atto di resistenza più radicale e necessario.

mercoledì 17 giugno 2026

Inferno: l'Eco dell'abisso


L’attesa è una forma di architettura metafisica e i Boards of Canada, nella loro proverbiale, quasi esasperante reticenza, hanno costruito cattedrali di silenzio che per tredici lunghi anni hanno dominato il paesaggio dell’elettronica contemporanea come monoliti inaccessibili, rendendo il ritorno sulle scene con Inferno, pubblicato lo scorso 29 maggio 2026 per la Warp Records, non semplicemente un evento discografico, ma una sorta di riallineamento cosmico necessario, una correzione di rotta per un’umanità che nel frattempo aveva smarrito la capacità di ascoltare la stratificazione del tempo. 
Quando le prime note di Introit squarciano l’aria, si percepisce immediatamente che Michael Sandison e Marcus Eoin non sono tornati per replicare le formule nostalgiche che li avevano resi icone dell’hauntology, ma per spingersi oltre, in un territorio dove la memoria non è più un rifugio sicuro, bensì un labirinto di specchi in cui il passato remoto e il futuro distopico collidono in una sintesi di spaventosa bellezza, dando corpo a quello che si candida a essere il manifesto definitivo di questa epoca inquieta. 
Inferno non è un album che si lascia ascoltare, è un album che ti abita, che si insinua nelle sinapsi attraverso un uso ossessivo e maniacale di quel sound design granulare, polveroso e cromaticamente alterato che è diventato il loro marchio di fabbrica, ma qui portato a una rarefazione estrema, quasi dolorosa. 
In Prophecy at 1420 MHz, l’apertura vera e propria del disco, si avverte subito quel senso di presagio, una tensione elettromagnetica che vibra sotto la superficie di pattern ritmici ipnotici, una danza tribale di macchine che sembrano comunicare tra loro al di fuori della portata dell’orecchio umano, una frequenza che è al contempo annuncio e monito. 
La scelta del titolo, Inferno, non deve trarre in inganno verso letture dantesche scontate, sebbene la struttura dell’opera possa richiamare una discesa in gironi di densità sonora crescente; qui l’inferno è la contemporaneità, è il sovraccarico informativo, è la frammentazione della nostra identità in un mare di segnali digitali che Hydrogen Helium Lithium Leviathan esplora con una lucida ferocia, costruendo una narrazione sonora che si muove tra il respiro organico delle tastiere analogiche e la durezza glaciale di glitch improvvisi, creando una dicotomia che è il cuore pulsante dell’intera opera. 

Boards of Canada

Ogni traccia sembra una scatola nera recuperata da un disastro aereo o il reperto di una civiltà che ha appena compreso il proprio imminente collasso, eppure c’è, in questo scavo archeologico nelle macerie del presente, una qualità quasi estatica, una strana serenità che emerge in brani come Age of Capricorn o il notturno Father and Son, dove le melodie, sempre velate da un leggero vibrato di nastro magnetico, riescono a trasmettere un senso di abbandono che è al tempo stesso desolazione e liberazione. 
I Boards of Canada non hanno mai temuto il vuoto, al contrario, lo hanno sempre utilizzato come uno strumento armonico, ma in Inferno questo vuoto si fa colossale, una vastità che viene riempita da rumori bianchi, echi di trasmissioni radiofoniche interstellari e campionamenti che suonano come messaggi in bottiglia lanciati verso il nulla, una strategia che trova il suo apice in Somewhere Right Now in the Future, un pezzo che annulla la distanza tra qui e lì, tra il presente e un’ipotetica, gelida eternità in cui il suono diventa l’unica traccia della nostra esistenza biologica. 
La narrazione dell’album procede per accumuli e sottrazioni, con Naraka che si configura come il centro oscuro, il punto di massima pressione in cui la stratificazione dei sintetizzatori raggiunge un volume quasi insostenibile, una cascata di bit e risonanze che sembra voler sciogliere la struttura stessa del brano in un flusso informe, per poi precipitare improvvisamente nella brevità essenziale di Acts of Magic, un interludio che suona come una preghiera sussurrata in un mondo in cui gli dei hanno smesso di ascoltare. 
Memory Death è forse il vertice di questa riflessione sul declino, un pezzo che riesce a catturare il momento esatto in cui un ricordo sbiadisce, perdendo i contorni per trasformarsi in pura emozione astratta, un capolavoro di economia espressiva che si collega direttamente al cuore tematico dell’intero lavoro: la perdita, il lutto collettivo per un mondo che si sta dissolvendo mentre cerchiamo freneticamente di catalogarne i frammenti. 
Il passaggio alla seconda metà dell’album, introdotto dalla densità di The Word Becomes Flesh, segna una transizione verso atmosfere ancora più introspettive, in cui il duo scozzese sembra voler esplorare la natura stessa della percezione umana, interpellando l’ascoltatore attraverso Into the Magic Land e Blood in the Labyrinth, brani che riprendono elementi del loro canone stilistico — quel senso di smarrimento infantile, di scoperta di luoghi proibiti o dimenticati — ma li sottopongono a una torsione nichilista che li rende inquietanti, trasformando il parco giochi in un sito di scavo, la meraviglia in un sospetto che non ci sia più nulla da scoprire, se non la nostra stessa fine. 


Deep Time e All Reason Departs chiudono idealmente questo cerchio, offrendo un’immersione in una temporalità sospesa, dove il ritmo si dilata fino a diventare statuario e le melodie si inabissano in riverberi profondissimi, lasciando che il silenzio diventi l’elemento predominante, una scelta che non è rinuncia, ma accettazione della fine del discorso, il riconoscimento che oltre una certa soglia non esistono più parole, né suoni, ma solo la vibrazione residua di un’esistenza che è stata.
Arena Americanada è forse la traccia più enigmatica, un titolo che suggerisce derive geopolitiche o culturali, una cartolina da una nazione che brucia, tradotta in una tessitura sonora intricata che alterna momenti di una bellezza quasi pastoral-elettronica a improvvise deflagrazioni di distorsione, un contrasto che definisce bene la natura ambivalente del disco: un oggetto di rara raffinatezza compositiva che tuttavia nasconde, nel suo codice sorgente, un virus distruttivo. 
The Process è un ritorno alla razionalità che si sgretola, un pezzo che sembra descrivere, con una freddezza clinica, il meccanismo di disfacimento di ogni cosa, una marcia verso l’entropia che viene infine accolta con una sorta di distaccata rassegnazione, mentre You Retreat in Time and Space opera una sorta di congedo, un ritorno verso una dimensione atemporale in cui le distinzioni tra inizio e fine perdono di significato, una fuga che è, in fondo, l’unica scelta possibile davanti all’ineluttabilità di quanto descritto fino a quel momento. 
I Saw Through Platonia, il brano finale, è un epitaffio di una brevità folgorante, un’ultima visione che attraversa il velo della realtà per svelare l’illusione di fondo, una nota sostenuta che svanisce nel buio lasciando dietro di sé il vuoto pneumatico, il silenzio post-apocalittico che segue il disastro, una chiusura che non cerca la catarsi, ma che semplicemente prende atto della fine del gioco. 
Tecnicamente, Inferno è una lezione magistrale di produzione, una masterclass su come l’imperfezione digitale e il calore analogico possano coesistere in un equilibrio precario che definisce l’estetica di questa nuova fase dei Boards of Canada, un’estetica che rinuncia alla nostalgia per abbracciare un pessimismo cosmico espresso attraverso una cura maniacale per il dettaglio, un suono che si sente come tattile, che si può quasi toccare, fatto di frequenze basse che scuotono le fondamenta e alte frequenze che pungono come aghi, una stratificazione sonora che premia l’ascolto in cuffia, rivelando dettagli nascosti, rumori di fondo e sottili distorsioni che emergono solo dopo ripetuti passaggi, trasformando ogni riascolto in un nuovo viaggio di scoperta all’interno della stessa, inesauribile sostanza sonora. 
La maestria nel manipolare i campionamenti, che qui appaiono sempre più come detriti di una cultura pop ormai inerte, privati del loro contesto originario e riassemblati per formare una nuova, disturbante cosmogonia, dimostra quanto il duo sia ancora in grado di interrogare la cultura del presente, sottraendola alla sua linearità per riconsegnarcela sotto forma di un enigma indecifrabile. 
Se Geogaddi era il vertice del loro oscuro esoterismo e Tomorrow’s Harvest la messa in scena del crollo sociale, Inferno si posiziona esattamente all’incrocio tra queste due dimensioni, una sintesi che è anche un superamento, un’opera che accetta la propria natura di manufatto digitale destinato a durare quanto il supporto che lo ospita, e proprio per questo dotata di una dignità tragica, di una bellezza che nasce dalla consapevolezza della sua caducità. 


Non c’è speranza in questo disco, ma c’è verità, la verità di chi ha guardato dritto negli occhi il vuoto e ha deciso di trasformarlo in una composizione complessa, in un ordito di onde sonore che descrivono, meglio di mille saggi, la condizione di smarrimento in cui ci troviamo, sospesi in un eterno presente che non promette alcun futuro. 
È un album necessario, pur nella sua durezza, un lavoro che chiede molto all’ascoltatore, richiedendo tempo, concentrazione e la disponibilità ad accettare che la musica possa essere un’esperienza di smontaggio della realtà piuttosto che di sua edificazione. 
I Boards of Canada, con Inferno, confermano di essere ancora gli unici in grado di costruire mondi che sembrano nati da un tempo altro, da una dimensione parallela che però parla, con una precisione chirurgica, alle paure più profonde del nostro presente, utilizzando le armi della musica elettronica non per alienare, ma per costringerci a guardare le crepe nel muro, i cortocircuiti logici, le zone d’ombra che preferiremmo ignorare. 
Ogni brano è una cellula di un organismo più vasto, una parte di un discorso coerente che si dipana lungo settanta minuti di un’intensità raramente riscontrata in anni recenti, una tensione che non viene mai sciolta, ma mantenuta alta fino all’ultimo istante, in una sospensione che è la vera cifra stilistica del duo, la loro firma indelebile in un mare di produzioni che tendono alla risoluzione immediata, al consumo rapido, alla gratificazione istantanea. 
Inferno si pone invece come un’opera di resistenza, una testimonianza di come l’arte possa ancora essere un atto di scavo profondo, un’operazione di pulizia che rimuove gli strati di incrostazioni mediatiche che ricoprono la nostra percezione, per restituirci la musica nella sua essenza pura, cruda, priva di orpelli, una vibrazione che parla direttamente al sistema nervoso, bypassando le sovrastrutture cognitive per scuotere le fondamenta stesse del nostro sentire. 
È, in definitiva, un disco che definisce lo stato dell’arte della musica elettronica del 2026, una pietra miliare che verrà studiata, analizzata e citata per i decenni a venire, proprio come è successo con i loro capolavori del passato, ma con una consapevolezza nuova, una maturità che trasforma l’oscurità del loro suono in una luce abbagliante, capace di illuminare, seppur brevemente, le profondità abissali della condizione umana, lasciandoci, dopo l’ultimo secondo, in un silenzio carico di nuove domande, pronti, forse, a ricominciare il viaggio. 

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