lunedì 26 ottobre 2026

Ottobre


ottobre italiano: voci, echi e risonanze

Per il mese di ottobre, la nostra playlist si tinge interamente di tricolore, esplorando le geografie sonore e poetiche di artisti italiani d'eccezione. Un percorso che attraversa la forma canzone e la ricerca pura, unendo la sensibilità raffinata dei Perturbazione con Risuona alla voce profonda e iconica di Giovanni Lindo Ferretti con il suo Percuotendo, in cadenza e alle trame evocative di Massimo Zamboni con La macchia mongolica.
Il viaggio prosegue tra i paesaggi urbani e rarefatti di Adriano Zanni con Post Dub Cities, l'energia viscerale e identitaria dei 24 Grana in Bidonville, e le sonorità taglienti e ipnotiche di Hijss con il loro omonimo album, per chiudersi con la freschezza e l'impatto degli A Nice Noise in The cut to your jib.
Un mese di grandi ritorni, autorialità e sperimentazione: buon ascolto.

Disco del mese


perturbazione: risuona

Ridurre Risuona a una semplice raccolta di cover sarebbe un errore di prospettiva. Il nuovo album della band di Rivoli è prima di tutto un raffinato progetto di traduzione, un'operazione di artigianato cantautorale in cui dieci brani d'ispirazione internazionale – firmati da artisti come Yazoo, Interpol e The Notwist – vengono radicalmente riscritti nella metrica e nello stile per diventare a tutti gli effetti pezzi propri.
Al di là della sfida linguistica, emerge un filo conduttore inatteso legato al tema dell'assenza. I testi in italiano restituiscono una densità emotiva che non cerca la nostalgia facile, ma abita le canzoni altrui con maturità. Sotto la guida della voce calda e confidenziale di Tommaso Cerasuolo, il disco si muove su arrangiamenti misurati, offrendo un ascolto intimo e ragionato che conferma la solidità e la sensibilità autoriale della storica formazione.


giovanni lindo ferretti: percuotendo, in cadenza

Con Percuotendo, in cadenza, Giovanni Lindo Ferretti restituisce su disco la densità e la forza evocativa del suo omonimo spettacolo teatrale e musicale, configurandosi non come un semplice live antologico ma come un vero e proprio rito laico, un'intensa liturgia laica e acustica in cui la voce profonda e solenne dell'ex leader di CCCP e CSI attraversa decenni di storia artistica e umana senza cedimenti nostalgici. 
Accompagnato essenzialmente da strumenti a corda e percussioni, l'artista emiliano rilegge il proprio repertorio solista, episodi fondamentali dei CSI, incursioni nei PGR e sporadici estratti del catalogo storico dei CCCP, spogliandoli dell'elettricità originaria per restituirne l'essenza nuda, tellurica e recitata. L'album vive di un continuo e fertile cortocircuito tra la parola parlata e il canto, dove il ritmo cadenzato dei tamburi e la trama acustica sorreggono testi che parlano di radici, montagne, transumanze, fede, esistenza e resistenza umana. 
Ne emerge un'opera severa e magnetica, capace di trasformare il racconto biografico in un'esperienza collettiva di profonda riflessione, confermando Ferretti come un autore unico e irripetibile nel panorama italiano, un cantore capace di trasformare ogni verso in una preghiera laica e in un atto di assoluta coerenza espressiva.

Questo filmato offre un assaggio visivo e sonoro dello spettacolo teatrale e musicale che ha ispirato la pubblicazione dell'album.


Massimo zamboni - la macchia mongolica

Con La macchia mongolica, Massimo Zamboni compie un profondo e affascinante viaggio di ritorno alle origini, ideale continuazione spirituale di quell'orizzonte d'ascolto che in passato aveva già segnato pagine epiche della storia della musica italiana. L'album si compone prevalentemente di brani strumentali che tracciano una rotta geografica ed esistenziale sospesa tra Oriente e Occidente, dove l'ascoltatore viene immerso in paesaggi sonori ampi, evocativi e desertici. 
Sostenuto da trame acustiche ipnotiche, percussioni rituali e inserti ambientali curati insieme a Cristiano Roversi e Simone Beneventi, il chitarrista e compositore reggiano evoca spazi sterminati, silenzi carichi di storia e memorie ancestrali, riflettendo sul senso del transito umano e sul legame invisibile tra i luoghi e la memoria. Il disco rifugge ogni facile struttura pop per farsi mappa interiore e meditazione in musica, in cui la rarefazione delle chitarre e l'intensità dei timbri si fondono in un'opera colta, suggestiva e di rara coerenza espressiva.


Adriano zanni - post dub cities

Con Post Dub Cities, Adriano Zanni firma un'opera concettuale e affascinante che unisce la ricerca sonora alla cartografia dell'abbandono, vestendo per la prima volta i panni del producer per esplorare le coordinate della grammatica dub. L'album si compone di dieci tracce – intitolate a luoghi simbolo della desolazione contemporanea come Craco, Pripyat, Varosha e Gunkanjima – concepite come una vera e propria mappa sonora di città svuotate dalla presenza umana e silenziate dal tempo. 
Sostenuto da bassi profondi, riverberi avvolgenti, delay ipnotici e frammenti ritmicamente rarefatti, il sound artist ravennate costruisce un'ambientazione cinematicamente densa e spettrale, in cui l'eco della musica giamaicana si dissolve in spazi vasti, metropolitani e spettrali. Accompagnato da un corposo booklet fotografico che fonde l'esperienza visiva a quella acustica, il disco si muove sospeso tra fascinazione e malinconia, offrendo un ascolto immersivo che trasforma il vuoto e il silenzio in materia viva e pulsante.


24 grana - bidonville

A quindici anni di distanza dal loro ultimo lavoro di inediti, i 24 Grana tornano sulla lunga distanza con Bidonville, un disco che celebra al meglio i trent'anni di attività della storica band napoletana senza cedere alla nostalgia ma riaffermando con forza la propria unicità espressiva. 
L'album si snoda attraverso undici tracce di intenso storytelling che uniscono la sensibilità cantautorale e intima del percorso solista di Francesco Di Bella alla ruvidità e alla tensione del rock alternativo, muovendosi agilmente tra folk, venature funky e aperture pop. 
Al centro della narrazione ci sono le periferie, intese sia come geografie urbane e degradate del tessuto napoletano – da Stadera a scorci di vita vissuta – sia come condizione esistenziale e globale di marginalità e resistenza, toccando persino urgenze geopolitiche contemporanee come il dramma di Gaza. 
Sostenuto da un sound viscerale e stratificato, il disco ritrova lo spazio naturale di una formazione capace di raccontare le contraddizioni del presente con una penna affilata e un impatto sonoro coeso, confermando l'irriducibile bellezza di una voce indipendente che non ha mai smesso di lottare e interrogarsi.


hijss - hijss

Con l'omonimo album d'esordio, gli Hijss irrompono sulla scena con un lavoro viscerale e tagliente che affonda le radici nella tradizione più autentica del garage rock e del blues elettrico, riletta attraverso una sensibilità contemporanea ruvida e priva di compromessi. Il disco si snoda come un flusso ininterrotto di energia elettrica, dominato da chitarre affilate, riff ipnotici e una sezione ritmica implacabile che evoca i fantasmi della psichedelia più scura e delle jam session notturne. 
La voce, grezza e intensa, si amalgama perfettamente a un sound polveroso e carnale, capace di alternare momenti di travolgente accelerazione a derive più dilatate e claustrofobiche. Privo di sovrastrutture e registrato con un approccio analogico che ne esalta l'impatto live, l'album restituisce il ritratto di una band affamata e coesa, capace di maneggiare i codici del rock and roll con urgenza espressiva, sporcandosi le mani con il suono e regalando un'esperienza d'ascolto elettrizzante, fisica e senza tempo.


a nice noise - the cut to your jib

Con l'album d'esordio The Cut of Your Jib, il neonato supergruppo formato da Adele Altro (Any Other) e dal trio She's Analog firma uno degli esordi più spiazzanti, liberi e stimolanti dell'intera annata musicale italiana. 
Il disco rifugge ogni rigida etichetta di genere, muovendosi fluidamente e senza reti tra la forma canzone d'autore, le tensioni spigolose del post-rock, le stratificazioni dell'elettronica e le libertà strutturali dell'avant-jazz. All'interno delle tracce si avverte una costante e affascinante dialettica tra ordine e disordine, dove la voce mantiene una sua rigorosa fermezza mentre attorno si muovono trame strumentali cangianti, ottoni improvvisi, improvvise accelerazioni funky e destrutturazioni vicine al cubismo sonoro. 
Frutto di un lavoro collettivo e di un incontro di traiettorie artistiche tra le più integre della scena alternativa nazionale, l'album suona come un cantiere aperto e pulsante, capace di sfidare le convenzioni e di restituire il ritratto di un'identità musicale in perenne, coraggiosa evoluzione.

mercoledì 21 ottobre 2026

Teenage wasteland: epopea, caos e gloria di quattro teppisti


Out here in the fields / I fight for my meals / I get my back into my living / I don't need to fight / To prove I'm right / I don't need to be forgiven / Don't cry / Don't raise your eye / It's only teenage wasteland. Con queste parole scolpite nella storia del rock, tratte dall'immortale Baba O'Riley, si apre il portale ideale per addentrarsi nell'universo travolgente, complesso e visceralmente rivoluzionario dei The Who, una delle formazioni più decisive, influenti e sfaccettate della cultura musicale contemporanea. 
Nati nel fermento socioculturale della Londra di metà anni Sessanta sulle ceneri dei Detours e degli High Numbers, gli Who non si sono limitati a interpretare il rock 'n' roll, ma lo hanno vivisezionato, ridefinito e spinto verso vertici concettuali e sonori fino ad allora inimmaginabili, trasformando l'inquietudine e il malessere giovanile in un'opera d'arte totale. 
La loro carriera si articola in diverse fasi ben distinte, ognuna contrassegnata da un'evoluzione stilistica sorprendente ma rigorosamente coerente, guidata dalla mente analitica e tormentata del chitarrista e principale compositore Pete Townshend. 
Nella loro prima fase, indissolubilmente legata all'estetica, alla moda e alla nevrosi del movimento Mod, la band guidata dal manager visionario Kit Lambert si è fatta portavoce della rabbia, della frustrazione e del senso di profonda alienazione della working class britannica, sintetizzando questa tensione in singoli fulminanti e devastanti come I Can't Explain, Anyway, Anyhow, Anywhere e soprattutto l'inno generazionale My Generation, pubblicato nel 1965, brano celebre per il balbettio alienato di Daltrey, per la linea di basso iper-distorta di Entwistle, per la celebre massima "I hope I die before I get old" e per una carica aggressiva che anticipava di oltre un decennio il movimento punk rock. 

In questa fase iniziale, le esibizioni dal vivo del gruppo diventarono leggendarie anche per la cosiddetta "auto-destructive art", la pratica surreale e catartica di ridurre in frantumi chitarre, amplificatori e batterie sul palco al termine dei concerti, una performance visiva e concettuale che traduceva in azione fisica la tensione sociale e la carica iconoclasta della loro musica. 
Con il passare degli anni e il maturare della visione artistica di Pete Townshend, gli Who sono rapidamente evoluti oltre la forma della canzone pop immediata da tre minuti, esplorando le potenzialità dell'album come opera concettuale unitaria e narrativa: una transizione testimoniata da lavori d'avanguardia come A Quick One — contenente l'omonima mini-suite che faceva da bozzetto per le opere future — e The Who Sell Out del 1967, raffinata ed entusiasmante satira sulle radio pirata e sul consumismo imperante, strutturata come un'ipotetica trasmissione radiofonica infarcita di geniali jingle pubblicitari originali e impreziosita da capolavori psichedelici come I Can See for Miles. 
Il vero punto di svolta e il capolavoro della prima maturità arrivò nel 1969 con Tommy, la prima vera e propria rock opera organica della storia del rock, un doppio album ambizioso, drammatico e profondamente intimo che narra la parabola di un ragazzo diventato cieco, sordo e muto a causa del trauma di aver assistito all'omicidio dell'amante della madre per mano del padre (nel successivo film con la regia di Ken Russel ad essere assassinato sarà invece il padre di Tommy), il quale scopre una straordinaria abilità sensoriale nel gioco del flipper fino a diventare un nuovo messia spirituale acclamato dalle masse, prima di essere inevitabilmente rinnegato e spogliato del suo culto dai suoi stessi seguaci. 


Tommy non soltanto dimostrò che la musica popolare poteva possedere una struttura drammaturgica, sinfonica e tematica pari a quella del teatro o dell'opera lirica, ma regalò al patrimonio collettivo episodi d'antologia come Pinball Wizard, Amazing Journey, Sparks e la maestosa risoluzione di See Me, Feel Me, proiettando il gruppo nell'olimpo dei giganti mondiali e consacrandolo definitivamente attraverso la leggendaria esibizione al Festival di Woodstock e il monumentale album dal vivo Live at Leeds del 1970, vertice insuperato di potenza, improvvisazione e violenza sonora. 
Dopo lo straordinario impatto culturale di Tommy e la dolorosa parentesi del progetto multimediale incompiuto Lifehouse — una visionaria opera di fantascienza distopica concepita da Townshend sull'interazione tra musica, spiritualità e reti di comunicazione —, la band rielaborò quel materiale spoglio per dare vita nel 1971 a Who's Next, capolavoro di sintesi ed equilibrio formale. 
L'album contiene pietre miliari irrinunciabili come la già citata Baba O'Riley, Bargain, Behind Blue Eyes e la monolitica Won't Get Fooled Again, caratterizzate dall'uso pionieristico dei sintetizzatori VCS3 e degli arpeggiatori Sequencer sapientemente fusi con chitarre granitiche e sezioni ritmiche dirompenti. 
Non appagato da questi successi, Pete Townshend sentì l'urgenza di tornare alle radici emotive, sociologiche e biografiche della band, dando vita nel 1973 a Quadrophenia, considerata da gran parte della critica e dai fan più esigenti come la vetta compositiva, lirica e concettuale più alta mai raggiunta dagli Who. 


Quadrophenia è un affresco complesso, cupo e straordinariamente maturo ambientato nella Gran Bretagna del 1965, tra le nebbie di Londra e le scogliere di Brighton, che segue le vicissitudini di Jimmy, un giovane Mod afflitto da una complessa forma di nevrosi scissa in quattro distinte personalità, ciascuna delle quali riflette il carattere, la psicologia e il leitmotiv musicale di uno dei quattro membri del gruppo. 
Attraverso arrangiamenti orchestrali imponenti curati da Townshend, temi musicali ricorrenti che si intrecciano come in una sinfonia classica, registrazioni ambientali del rumore del mare e del vento e una produzione stratificata ed epica, l'album scava senza sconti nella ricerca d'identità, nel senso di vuoto, nella dipendenza da anfetamine e nella disillusione generazionale, toccando momenti di grazia assoluta con brani come The Real Me, 5:15, Drowned e la monumentale conclusiva Love, Reign o'er Me, nella quale la voce di Roger Daltrey raggiunge vette d'intensità espressiva e drammatica quasi trascendenti. L'alchimia irripetibile e la forza devastante degli Who risiedevano proprio nella combinazione irrepetibile delle personalissime doti dei quattro componenti, un sistema di forze in costante tensione e collisione creativa. 
Roger Daltrey, inizialmente leader carismatico e roccioso dei primi anni Mod, si è evoluto nel corso del decennio nel definitivo archetipo del front-man rock: presenza scenica atletica, iconica capigliatura bionda, l'uso pirotecnico del microfono fatto ruotare come una frusta e soprattutto una voce straordinaria, capace di passare dal graffito ruvido del blues al registro epico, melodico e disperato richiesto dalle grandi opere narrative di Townshend. 
Pete Townshend, mente pensante, filosofo tormentato e visionario del gruppo, ha rivoluzionato l'approccio alla chitarra ritmica ed espressiva con il suo celebre movimento a "mulino a vento" (windmill), l'uso creativo del feedback, dei power chord e degli arpeggi sintetici, ponendosi come l'architetto concettuale e il poeta delle frustrazioni giovanili. 
John Entwistle, soprannominato "The Ox" (il bue) per la sua presenza fisica immobile, monolitica e imperturbabile sul palco, ha letteralmente riscritto la storia del basso elettrico nel rock: abbandonando il ruolo di mero supporto ritmico di sottofondo, Entwistle ha trasformato il suo strumento in una forza solista, tuonante e virtuosistica, pioniera del suono "trebly" e dell'uso di amplification ad altissimo volume, come dimostrano la celebre sequenza solista in My Generation e le basi orchestrali tessute in album come Quadrophenia. 
Ma entro questo quadro di talenti straordinari, la figura che più di ogni altra ha incarnato il mito, l'anarchia e la genialità sregolata degli Who è stata indubbiamente quella del batterista Keith Moon, noto alle cronache con l'evocativo soprannome di "Moon the Loon" (Moon il matto). 

Keith Moon

Keith Moon non si limitava a tenere il tempo: egli rifiutava la logica stessa del ritmo lineare e ripetitivo, trattando il kit di batteria come uno strumento melodico, solista e drammatico a sé stante. 
Il suo stile, unico e inimitabile, si basava su un flusso continuo e travolgente di rullate pirotecniche, accenti improvvisi sugli stacchi, utilizzo parossistico dei piatti e una velocità d'esecuzione prodigiosa che fungeva da vero e proprio motore dinamico e imprevedibile per l'intero suono della band. 
Fuori dal palcoscenico, la sua vita è stata un'esplosione ininterrotta di eccessi, provocazioni goliardiche ed episodica devastazione: dalle camere d'albergo regolarmente distrutte con l'uso di esplosivi alle automobili fatte finire nelle piscine delle ville, la condotta di Moon era il riflesso fedele della sua batteria, priva di freni inibitori e guidata da un'energia primordiale e autodistruttiva. 
La prematura e tragica scomparsa di Moon, avvenuta il 7 settembre 1978 a soli trentadue anni per un'overdose accidentale di eminevrina — farmaco prescritto per alleviare l'astinenza da alcol —, spezzò per sempre il delicatissimo equilibrio magico che alimentava il gruppo, segnando l'inizio di una lenta transizione in cui le successive prove in studio, pur tra alti e bassi e con album recenti che faticano inevitabilmente a ritrovare lo smalto dei giorni d'oro, finiscono per apparire come sbiadite eco del passato.
Eppure, è quando si spengono le luci del palcoscenico che la storia rifiuta di farsi archivio, perché Roger Daltrey e Pete Townshend, unici superstiti di quel patto di sangue musicale dopo la scomparsa nel 2002 anche di John Entwistle, continuano a sfidare le leggi del tempo e l'inesorabile avanzare dell'età portando in giro per il mondo l'incendio mai spento della loro musica, come dimostrato in quelle magiche e indimenticabili notti a Hyde Park a Londra, dove davanti a una marea di generazioni sovrapposte, tra il mulinello sferzante della chitarra di Townshend e il microfono fatto volteggiare nell'aria da un Daltrey ancora ruggente, l'aria è tornata a vibrare della stessa identica, selvaggia e salvifica energia di cinquant'anni prima, dimostrando che finché ci sarà qualcuno pronto a cantare quell'inno alla giovinezza e alla disillusione, la tempesta rock dei The Who non smetterà mai davvero di soffiare.





martedì 20 ottobre 2026

La peste del controllo: se Parigi chiude alle 23, Roma risponderà presto "presente"?

 


Prima sono arrivati i divieti parziali, camuffati da interventi di "buonsenso" per placare le piazze calde. Poi le ordinanze dei prefetti, vergate a notte fonda: a Parigi via all'accesso interdetto a Place de la République dalle 23, a Lione saracinesche e strade blindate dalle 21, a Nizza e Marsiglia coprifuoco forzato per i minorenni. 
La Francia brucia di rabbia e tensione sociale, e la risposta dello Stato, puntuale come un orologio svizzero, non è l'ascolto, ma il lucchetto.
È la solita, stanca liturgia del potere d'Oltralpe: quando la complessità sociale straborda, si tira fuori dal cassetto la misura liberticida più drastica, trasformando interi quartieri in aree a mobilità limitata. Ma chi pensa che questo sia soltanto un "affare francese", un episodio limitato alla banlieue o al centro di Parigi, sta commettendo un errore d'ingenuità imperdonabile.
In Italia abbiamo la memoria corta, ma la burocrazia del controllo ha un'ottima memoria e, soprattutto, un'inarrestabile fame d'emulazione. 
Non prendiamoci in giro: quanto dista il modello francese dai nostri palazzi del potere? Pochissimo. L'Italia è il paese in cui l'emergenza non finisce mai, dove la tentazione dell'ordinanza straordinaria è il riflesso incondizionato di qualsiasi amministratore incapace di gestire il territorio.
Già pregustiamo il copione. 
Basterà la prima manifestazione di protesta che valica i binari del decoro urbano, purtroppo già verificatasi, o il solito allarme sicurezza gonfiato a reti unificate, e qualche prefetto nostrano comincerà a scuotere la testa pensoso davanti alle telecamere. 
"Guardiamo all'Europa", diranno. 
E con il pretesto dell'ordine pubblico, del degrado o della tutela dei residenti, l'idea del coprifuoco parziale comincerà a strisciare anche nelle nostre città.
Prima toccherà alle piazze della movida: niente alcol dopo le 22, poi niente stazionamento dopo le 23, infine tutti a casa a mezza notte. Poi toccherà alle periferie "difficili". 
Il meccanismo è sempre lo stesso: si prende una misura eccezionale, la si sdogana oltreconfine, e la si sbarca in Italia vendendola come "decoro" e "sicurezza".
Siamo diventati una società che preferisce spegnere le città piuttosto che viverle, che risponde alle ferite sociali con i verbali e la polizia a presidio delle strade. 
Se Oltralpe il coprifuoco è diventato lo strumento standard per governare il dissenso e il disordine, c'è da scommettere che i nostri sindaci e prefetti stiano già prendendo appunti. 
Preparate i documenti di riconoscimento nel taschino: la Notte, in Italia, rischia di tornare a essere un privilegio concesso su licenza.


Tuxedomoon: sinfonie per una luna di vetro

Nel panorama musicale del tardo ventesimo secolo, poche entità sono riuscite a incarnare lo spirito di rottura e di reinvenzione estetica co...

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