Parlare di Crazy Rhythms dei Feelies significa inevitabilmente confrontarsi con un oggetto sonoro che, a distanza di oltre quattro decenni, mantiene intatta la sua natura di anomalia felice e perturbante nel panorama del rock americano di fine anni settanta, un disco che non si limita a fotografare il passaggio dal rigore terminale del punk alla cerebralità elettrica della new wave, ma lo riscrive attraverso una grammatica di nevrosi urbana e precisione maniacale.
L’esordio del quartetto del New Jersey, pubblicato nel 1980 sotto l’egida della Stiff Records, si presenta fin dal primo ascolto come una costruzione architettonica di rara complessità, dove il caos apparente delle chitarre intrecciate di Glenn Mercer e Bill Million trova una quadratura miracolosa in una sezione ritmica che non si limita a sostenere l'armonia, ma la guida verso territori di un funk nervoso e quasi ipnotico che deve tanto al krautrock quanto all'urgenza del garage rock più illuminato.
La vicenda dei Feelies è quella di un’anomalia che rifiuta di spegnersi, una parabola partita nel 1976 ad Haledon, New Jersey, per mano di Mercer e Million, amici fin dai tempi della scuola superiore e uniti da una devozione quasi sacrale per i Velvet Underground, i Beatles e i Byrds, operando sempre come artigiani di una musica che non cercava il successo immediato, quanto piuttosto una forma di purezza espressiva quasi scientifica, una dedizione che li ha portati a ritirarsi dalle scene nel 1991 per poi riformarsi con naturalezza nel 2008, continuando a produrre dischi con la stessa metodica precisione degli esordi.
Collocare questo lavoro nel crogiolo incandescente della New York a cavallo tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta significa immergersi in una geografia urbana dove il declino economico e la decadenza architettonica fungevano da catalizzatore per un’esplosione creativa senza precedenti, un ecosistema dove i Feelies si inseriscono con la discrezione di un corpo estraneo ma necessario, capaci di metabolizzare gli umori contrastanti di una scena che stava rapidamente frammentandosi in mille rivoli stilistici.
Se da un lato l’esplosione della No Wave, con il suo nichilismo radicale e la sua ostinata negazione della forma-canzone, cercava di distruggere le fondamenta stesse del rock trasformando la dissonanza in un atto politico, i Feelies operano una scelta diametralmente opposta, decidendo di non abbattere la struttura ma di sottoporla a una torsione logica, mantenendo una leggibilità melodica che li distanzia drasticamente dalla furia nichilista di formazioni come i Teenage Jesus and the Jerks o i Mars, pur condividendo con quel mondo una medesima urgenza di rottura rispetto al passato.
In questo scenario, il confronto con i Talking Heads diventa inevitabile, ma mentre il quartetto di David Byrne sceglieva di abbracciare la poliritmia funk e un’estetica volutamente eccentrica e alienata, i Feelies di Crazy Rhythms guardano più al rigore chitarristico dei Television, ereditando da Tom Verlaine e Richard Lloyd l’ossessione per l’incastro perfetto tra le sei corde e la pulizia timbrica, portandola però su un terreno meno solistico e più corale, quasi matematico nella sua iterazione.
A differenza dei Blondie, che in quegli stessi anni cavalcavano l’onda della new wave verso un successo pop planetario attraverso una sapiente commistione di glamour e citazionismo, i Feelies si rifugiano in un ascetismo quasi monastico, rifiutando ogni tentazione di ammiccamento commerciale per concentrarsi esclusivamente sulla costruzione di un suono che potesse essere, allo stesso tempo, cerebrale e danzabile in una forma nuova, convulsa e del tutto personale. Tra i vertici assoluti del disco, The Boy With The Perpetual Nervousness si impone come l’architrave dell’intera opera, un pezzo che nel suo incedere sussultorio cattura perfettamente quella condizione di ansia urbana che il titolo stesso suggerisce, mentre Fa Cé-La opera come un mantra elettrico, una scarica di energia minimalista che riduce il rock alla sua essenza percussiva più pura.
Non si può poi trascurare Forces At Work, un brano che nel suo incedere ferroviario, debitore della lezione dei Neu!, sembra simulare il battito cardiaco di una città meccanica, contrapposto alla struggente alienazione di Moscow Nights, dove la melodia si perde in un dedalo di chitarre intrecciate.
Il cuore pulsante della loro abilità interpretativa risiede però nella rilettura di Everybody’s Got Something to Hide Except Me and My Monkey dei Beatles: qui i Feelies non si limitano a una cover, ma decostruiscono l’euforia pop del brano originale per trasformarla in una claustrofobica marcia ipnotica, un esercizio di stile che definisce il loro modo di intendere il rock come una struttura complessa in cui ogni parte, dalla voce di Mercer — volutamente neutra e quasi sotterrata nel mix — fino al lavoro magistrale di Anton Fier alla batteria, concorre a creare uno spazio mentale abitabile.
Infine, la title track Crazy Rhythms rappresenta il culmine matematico del disco, un pezzo in cui il tempo sembra dilatarsi e contrarsi in un gioco di specchi chitarristici che chiude l’esperienza con la consapevolezza di chi ha appena riscritto le regole del gioco, lasciando all’ascoltatore un senso di urgenza sospesa.
Non c’è nulla di gratuito nel modo in cui ogni accordo viene pennellato e ogni colpo di rullante viene assestato, perché tutto concorre alla creazione di un universo coerente e chiuso, un ecosistema dove la nevrosi non è un sintomo di debolezza, ma la condizione necessaria per una consapevolezza acuta e spietata della modernità.
Questo album non cerca di conquistare il pubblico tramite il carisma di un front-man o l'impatto distruttivo di un assolo, bensì attraverso la creazione di uno spazio mentale, una zona franca in cui il rock si spoglia dei suoi cliché per tornare alla sua essenza ritmica, un esperimento che, se paragonato alla produzione dei contemporanei, appare tanto più originale quanto più sottrattivo. A distanza di tempo, riascoltare questo disco significa riscoprire una delle dichiarazioni di intenti più limpide e influenti della musica indipendente, una prova di forza che, priva di orpelli e trucchi produttivi, continua a risuonare con la stessa urgenza di un tempo, confermandosi come un caposaldo irrinunciabile che sfida il passare delle mode con la sua integrità ostinata e la sua bellezza nervosa.
In ultima analisi, inserire i Feelies nel pantheon newyorkese dell'epoca significa riconoscerne il ruolo di architetti silenziosi, capaci di costruire un edificio sonoro che, pur non avendo lo scalpo mediatico di altre band più famose, ha gettato le basi per tutto ciò che sarebbe venuto dopo, dalla scena jangle-pop americana alla rinascita del rock d'autore degli anni Novanta, confermando che, in una città che non dorme mai, la musica più profonda è spesso quella che nasce da un’osservazione distaccata e meticolosa del caos circostante, trasformato in arte attraverso il rigore dell'intelletto e la precisione del ritmo, un flusso di coscienza elettrica che ancora oggi non smette di interrogare chiunque si accosti al suo ascolto con la giusta attenzione e la necessaria disposizione d'animo.





