lunedì 27 luglio 2026

Luglio


Luglio: risonanze dell'eclissi

Questo mese, la selezione per L’Urlo si spinge oltre i confini del conformismo acustico, tracciando una rotta alternativa nell'estate del consumo distratto. 
La playlist di luglio è un archivio di tensioni e fughe: dalle ombre metropolitane evocate da Tricky in Different when it's silent fino all'urgenza evocativa dei Loathe in A stranger to you, ogni traccia agisce come un punto di rottura contro la quiete imposta dal mainstream.
Attraverso la malinconia digitale dei Chanel Beads, l'impatto viscerale degli Inward eye e la fluida geometria organica del dialogo tra Duval Timothy e Carlos Niño, questo percorso sonoro non cerca il consenso ma la vertigine. 
È un invito a esplorare i margini, trasformando l'ascolto in un atto di lucida resistenza estetica.

DISCO DEL MESE


L'ascolto di Different when it's silent di Tricky ci riconsegna uno dei maestri indiscussi della decostruzione sonora, un artista che continua a esplorare i territori oscuri e claustrofobici dell'inconscio urbano senza concedere nulla alla nostalgia. In questo nuovo capitolo, le tessiture trip-hop che hanno definito la sua cifra stilistica si fanno ancora più frammentate e spettrali, riducendosi all'osso per lasciare spazio a un silenzio denso, gravido di tensioni irrisolte. 
La voce di Tricky, roca e sussurrata, si muove come un'ombra all'interno di architetture elettroniche minimaliste e soffocate, dove ogni battito cardiaco artificiale sembra scandire il conto alla rovescia di un isolamento metropolitano ineludibile. 
L'album rifiuta la pienezza barocca per abbracciare un'estetica della sottrazione radicale: i bassi vibrano cupi sotto la pelle, i campionamenti si dissolvono prima di trovare una forma compiuta e l'atmosfera generale si carica di un perturbante senso di sospensione. 
Different when it's silent agisce come un dispositivo di resistenza contro l'iperstimolazione costante del presente, costringendoci a fare i conti con le nostre zone d'ombra. 
Disco del mese di luglio su L'Urlo, questo lavoro si conferma come un'opera implacabile e necessaria, un manifesto di grazia crepuscolare che ribadisce la grandezza di un autore capace di trasformare il disagio in una forma d'arte pura e intransigente.
 

altri ascolti


inward eye - spacemoth

Spacemoth degli Inward Eye si configura come un viaggio lisergico e viscerale ai confini del rock psichedelico, un'opera che scardina la linearità formale per trascinare l'ascoltatore in una dimensione sonora tanto caotica quanto affascinante. 
La band costruisce una trama di chitarre taglienti e tessiture analogiche che pulsano di un'urgenza primordiale, rifiutando ogni tentazione di facile orecchiabilità per prediligere un sound aspro e privo di compromessi. All'interno di questo alveo ipnotico, i brani si susseguono come frammenti di un diario allucinato, in cui l'energia elettrica diventa l'unico medium possibile per denunciare l'appiattimento sensoriale della contemporaneità. Le ritmiche incalzanti e le stratificazioni di feedback non cedono mai al mero esercizio di stile, ma alimentano una tensione costante che tiene desta la soglia dell'attenzione, opponendo alla prevedibilità del mainstream una lucida e rumorosa anarchia espressiva. 
Inserito nella nostra selezione di luglio su L'Urlo, Spacemoth si impone come un'irruzione spietata e necessaria, una scossa elettrica che restituisce alla musica la sua fisionomia più autentica: quella di uno strumento di sovversione e di indagine critica nei confronti del reale.


chanel beads - your day will come

Your day will come dei Chanel Beads brilla come un mosaico sonoro di struggente modernità, un’opera che attraversa le nebbie della musica d’ambiente e del pop obliquo per restituirci una riflessione frammentata ma lucidissima sulla fragilità dei legami nell'era digitale. 
Al di sotto di una superficie apparentemente evanescente, fatta di trame sintetiche brulicanti e campionamenti lo-fi che sembrano emergere da una memoria sbiadita, si cela una tensione emotiva tagliente e sotterranea. 
La voce, spesso filtrata e immersa in un riverbero che ne accentua il senso di lontananza, si muove come un fantasma tra architetture melodiche precarie, catturando perfettamente l'ansia e la disorientante bellezza del vivere contemporaneo. 
L'album rifiuta la pienezza rassicurante della produzione pop mainstream per abbracciare un'estetica del frammento, dove ogni canzone appare come una polaroid scattata in corsa, un istante di grazia malinconica destinato a dissolversi. Inserito nella selezione di luglio de L'Urlo, Your day will come si conferma come un'opera preziosa e disarmante, un saggio di resistenza poetica che sa trasformare l'incertezza del presente in una forma di intensa e dolorosa catarsi.


duval timothy/carlos nino - rain music

Rain music di Duval Timothy e Carlos Niño rappresenta un delicato e profondo esercizio di purificazione acustica, un dialogo intimo in cui il pianoforte minimale del primo e la sensibilità scultorea e atmosferica delle percussioni del secondo fondono i loro codici linguistici in una meditazione sonora di rara intensità. 
L'album rifugge la frenesia e il sovraccarico sensoriale della contemporaneità per abbracciarsi a un'estetica della sottrazione e della fluidità organica, dove ogni nota e ogni riverbero sembrano seguire il movimento imprevedibile e rigenerante dell'acqua. Le tessiture acustiche, arricchite da micro-campionamenti ambientali e sfumature spiritual jazz, costruiscono un paesaggio sonoro meditativo che non culla l'ascoltatore nell'indifferenza, ma lo invita a una riconnessione profonda con i ritmi naturali della percezione. 
Rain music si impone come un rifugio necessario e un atto di resistenza silenziosa contro il rumore assordante del presente, dimostrando come la quiete, quando è carica di consapevolezza, possa diventare la forma più radicale di contestazione.


loathe - a stranger to you

A stranger to you dei Loathe si abbatte come una marea nera e maestosa, un’opera che spinge il metal alternativo e il post-metal verso vette di inesplorata intensità emotiva, ridefinendo i confini tra brutalità e grazia. La band britannica maneggia i contrasti con una lucidità spietata: muri di chitarre sature e oppressive si alternano improvvisamente a rarefatte aperture shoegaze e a melodie di una fragilità disarmante, tracciando una mappa fedele delle fratture interiori dell'individuo contemporaneo. In questo disco, l'aggressività non è mai fine a se stessa ma si fa veicolo di un disagio profondo, un grido sordo che emerge da paesaggi sonori cinematici e claustrofobici, capaci di imprigionare l'ascoltatore in un corpo a corpo sensoriale senza via d'uscita. 
Rifiutando la prevedibilità e le formule stantie di un genere spesso ripiegato su se stesso, i Loathe trasformano la tensione in un linguaggio universale di alienazione e catarsi. 
Questo album si pone come un monumento di oscura bellezza, un'opera implacabile che scuote le coscienze e ci ricorda la forza deflagrante di una musica che rifiuta ogni compromesso con la quiete del presente.

venerdì 24 luglio 2026

Nolan, l'ultimo mito


L'architettura cinematografica di Christopher Nolan si è sempre configurata come un gigantesco, meticoloso meccanismo a orologeria volto a esplorare l'entropia della memoria, la plasticità del tempo e la friabilità dei costrutti umani, una ricerca che, lungi dall'esaurirsi nelle trame labirintiche dei suoi esordi, trova oggi una sua sintesi – o forse una sua aporia – nell'imponente Odissea, approdata nelle sale proprio in questi giorni di metà luglio 2026. 
Analizzare l'opera di questo autore significa confrontarsi con un demiurgo che non si accontenta di raccontare storie, ma pretende di rimappare la percezione stessa dello spettatore, trasformando la sala cinematografica in uno spazio di sperimentazione metafisica dove il montaggio da mera tecnica di giunzione diventa il respiro stesso di una coscienza che tenta, disperatamente e talvolta ossessivamente, di dare ordine al caos. 
Dagli esordi di "Following", dove già si intravedeva quel gusto per la narrazione frammentata che avrebbe poi informato l'intera filmografia, fino alla vertigine intellettuale di "Memento", Nolan ha progressivamente elevato il concetto di identità a variabile dipendente della temporalità, una tesi che ha trovato terreno fertile nel noir metafisico di "Insomnia" e che ha avuto la sua massima espressione  nella trilogia de "Il cavaliere oscuro", capace di trasfigurare il mito dei cinecomics in una riflessione cupa e profondamente politica sull'anarchia e la stabilità sociale. 


Il passaggio alla grande speculazione scientifica con "Inception" e "Interstellar" ha segnato il momento in cui l'interesse di Nolan per la meccanica della psiche si è fuso con la fisica dei buchi neri e della dilatazione temporale, rendendo evidente come, per il regista britannico, il tempo non sia che un'altra dimensione da sottoporre a costante sovversione creativa, un materiale plastico da piegare alle esigenze del dramma umano. 
In questo senso, "Tenet" è apparso come il culmine quasi astratto di questo percorso, un film che ha spinto la struttura palindroma fino al punto di rottura, sfidando lo spettatore a guardare il film non come una linea, ma come un cerchio perfetto, una sfida alla linearità che ha diviso il pubblico ma che resta fondamentale per comprendere il suo rigetto verso qualsiasi forma di narrazione pigra. 
Dopo il rigore quasi documentaristico di "Dunkirk" e l'affondo biografico-nucleare di "Oppenheimer" – opera, quest'ultima, che sembrava aver raggiunto il limite massimo di densità espressiva del regista – ecco arrivare "Odissea", la sfida definitiva contro l'archetipo narrativo per eccellenza. 
In questo kolossal del 2026, interpretato da un intenso Matt Damon che presta il volto a un Ulisse svuotato di ogni aura eroica classica e trasformato in un reduce tormentato dal trauma bellico, Nolan compie un'operazione di decostruzione che appare come una naturale prosecuzione della sua poetica: l'Odissea non è più il poema del ritorno, ma il viaggio di una mente che tenta di rimettere insieme i pezzi di una realtà frantumata dal massacro di Troia. 
È qui che il linguaggio critico deve soffermarsi: la scelta di Nolan di abbandonare quasi totalmente la CGI, preferendo un realismo tattile e artigianale – basti pensare all'imponente ciclope animatronico – sottolinea la volontà di ancorare il mito a una fisicità brutale, quasi sporca, che contrasta con la levigatezza asettica di molta produzione contemporanea. 


Eppure, proprio questa insistenza sul realismo mitologico finisce per creare un cortocircuito: il film si muove in bilico tra una grandiosità sensoriale indiscutibile e un didascalismo che a tratti sembra voler spiegare l'inspiegabile, trasformando il mito di Omero in un caso clinico di disturbo post-traumatico da stress. 
L'Ulisse di Nolan non è l'astuto manipolatore del testo omerico, ma una figura tragicamente moderna che vaga tra le isole di un Mediterraneo che ha le sembianze di un limbo mentale, confermando come, per il regista, il centro di tutto resti sempre il singolo individuo, prigioniero dei propri ricordi e incapace di trovare una pace che non sia una costruzione puramente soggettiva. 
Se consideriamo la carriera di questo autore come un unico, grande film, "Odissea" ne rappresenta indubbiamente la chiusura di un cerchio: il ritorno a casa, dopo aver esplorato le galassie e le profondità dell'atomo, si rivela non una conquista, ma una resa. 
La cifra stilistica di Nolan, caratterizzata da un uso del suono che trasforma la musica di Ludwig Göransson in una presenza fisica e opprimente, continua a essere lo strumento attraverso il quale egli guida lo spettatore all'interno della propria visione, in un atto di controllo che è allo stesso tempo autoritario e profondamente affascinante. 


Resta, al termine di questa visione, l'impressione che Nolan stia cercando qualcosa che va oltre il cinema stesso, una sorta di "teoria del tutto" cinematografica dove l'emozione, la logica e il mito si fondono in un'esperienza totale, capace di interrogarci non tanto su Ulisse, quanto su noi stessi, sui nostri ritorni impossibili e sui fantasmi che continuiamo a trasportare in ogni porto in cui cerchiamo – vanamente – di gettare l'ancora, confermando la posizione di Nolan come l'unico vero architetto di sogni dell'era post-moderna, un regista che, nel suo ostinato rifiuto di piegarsi alle mode, continua a costruire labirinti in cui, fortunatamente, non smettiamo di volerci perdere.

Tuxedomoon: sinfonie per una luna di vetro

Nel panorama musicale del tardo ventesimo secolo, poche entità sono riuscite a incarnare lo spirito di rottura e di reinvenzione estetica co...

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