mercoledì 18 marzo 2026

La biblioteca di Babele: Mark Fisher - Scegli le tue armi/Scritti sulla musica (2021)




Il libro Scegli le tue armi – Scritti sulla musica/K-Punk 3 di Mark Fisher rappresenta uno dei contributi più significativi alla riflessione contemporanea sul rapporto tra musica popolare, cultura e politica, non soltanto perché raccoglie saggi e articoli dedicati alla musica pubblicati nel corso di molti anni sul celebre blog K-Punk e su riviste specializzate, ma soprattutto perché mostra con straordinaria chiarezza come la critica musicale possa trasformarsi in una lente privilegiata per leggere l’intero sistema culturale e sociale della modernità tardocapitalista.
La musica, per Fisher, non è mai semplicemente intrattenimento o espressione artistica isolata, ma un campo di forze nel quale si riflettono tensioni ideologiche, desideri collettivi, crisi politiche e trasformazioni tecnologiche, e proprio questa prospettiva rende il libro un testo di straordinaria importanza per comprendere non solo la storia recente della musica pop e rock, ma anche l’evoluzione dell’immaginario occidentale negli ultimi decenni.
L’edizione italiana del volume, pubblicata nel 2021 come parte della raccolta degli scritti di K-Punk, riunisce testi che attraversano generi musicali diversi – dal post-punk all’elettronica, dal rock alternativo alla jungle – e che analizzano artisti e movimenti musicali alla luce di una teoria culturale che unisce filosofia, teoria politica, sociologia e critica estetica, mostrando come ogni mutazione sonora rifletta mutazioni più profonde nella struttura della società.
Mark Fisher partiva infatti dall’idea che la musica popolare, specialmente nel periodo che va dagli anni Settanta agli anni Novanta, fosse stata uno dei luoghi privilegiati in cui il futuro appariva possibile, un laboratorio in cui nuove forme di vita e nuovi modi di percepire il mondo venivano immaginati e sperimentati, mentre l’epoca contemporanea, segnata da quella che egli chiamava “realismo capitalista”, sembra aver perso proprio questa capacità di immaginare il nuovo.
In questo senso i saggi raccolti in Scegli le tue armi sono attraversati da una tensione costante tra nostalgia e critica, tra la memoria di un tempo in cui la musica sembrava capace di aprire orizzonti e la constatazione che oggi la cultura pop tende sempre più a ripiegarsi sul passato, trasformando l’innovazione in un eterno riciclo di forme già note.

Mark Fisher

Fisher affronta questa questione attraverso un metodo che mescola analisi musicale, riflessione teorica e autobiografia culturale, perché la musica per lui non è soltanto un oggetto di studio ma anche una dimensione esperienziale che ha segnato profondamente la sua formazione intellettuale e affettiva.
Nato nel 1968 in Inghilterra, crebbe in un contesto segnato dall’eredità culturale del post-punk e dalle trasformazioni politiche dell’era Thatcher, e proprio quell’ambiente, nel quale la musica rappresentava una forma di resistenza simbolica e una promessa di emancipazione, avrebbe influenzato in modo decisivo il suo pensiero.
Negli anni Novanta Fisher fu coinvolto nella scena culturale britannica come musicista concettuale e come critico, lavorando anche per la rivista The Wire, e questa esperienza diretta con il mondo della musica gli permise di sviluppare una sensibilità particolare per il modo in cui le innovazioni sonore emergono da specifiche condizioni sociali e tecnologiche. Ciò che distingue Fisher da molti altri critici musicali è proprio la capacità di collegare fenomeni apparentemente marginali, un nuovo genere elettronico, una band underground, una scena locale, a trasformazioni più ampie che riguardano la struttura del capitalismo contemporaneo, la psicologia collettiva e le forme della soggettività.
Per questo motivo il suo lavoro ha avuto un impatto che va ben oltre il campo della critica musicale, influenzando filosofi, sociologi, teorici dei media e artisti.
Non è un caso che il critico e scrittore Simon Reynolds abbia definito Fisher il più grande giornalista musicale della storia, un’affermazione che può apparire iperbolica ma che coglie un aspetto fondamentale del suo lavoro: la capacità di trasformare la critica musicale in un vero e proprio strumento di analisi culturale.
Reynolds stesso, autore di importanti saggi sulla storia della musica pop e delle culture underground, riconosceva in Fisher una mente capace di connettere fenomeni diversi con una profondità teorica raramente raggiunta nella critica musicale tradizionale.


Mentre molti critici si limitano a descrivere suoni e stili, Fisher cercava di comprendere che cosa quei suoni dicessero sulla società in cui nascevano, interrogandosi sulle condizioni che rendevano possibile l’emergere di nuove forme culturali e sulle ragioni per cui, a un certo punto, queste forme sembravano esaurirsi.
Uno dei concetti centrali che attraversano Scegli le tue armi è quello di modernismo popolare, un’idea secondo cui la cultura popolare del secondo Novecento – dal rock sperimentale all’elettronica – non era soltanto intrattenimento ma anche un veicolo di innovazione estetica e politica, capace di portare le avanguardie artistiche all’interno della cultura di massa.
Fisher vedeva nel post-punk uno dei momenti più alti di questo modernismo popolare, perché band come Joy Division o gruppi come Scritti Politti riuscivano a combinare sperimentazione sonora, riflessione politica e sensibilità pop, creando musica che era allo stesso tempo accessibile e radicale; nei suoi saggi Fisher analizza queste esperienze non soltanto come fenomeni musicali ma come sintomi di un’epoca in cui la cultura sembrava ancora muoversi verso il futuro, in cui ogni nuovo suono dava l’impressione di aprire possibilità inesplorate.
Uno degli aspetti più affascinanti del libro è proprio il modo in cui Fisher ricostruisce la genealogia di questa tensione verso il futuro, mostrando come essa sia stata progressivamente erosa dalla logica del capitalismo contemporaneo, che tende a trasformare ogni innovazione in merce e a neutralizzare il potenziale sovversivo della cultura.
Secondo Mark Fisher la musica degli anni Novanta, in particolare la scena elettronica britannica legata alla jungle e al cosiddetto hardcore continuum, rappresentò uno degli ultimi momenti in cui la cultura pop sembrava ancora capace di produrre qualcosa di veramente nuovo. Queste scene musicali, nate spesso in contesti urbani marginali e alimentate da tecnologie relativamente accessibili, incarnavano un’energia collettiva che sfuggiva ai meccanismi dell’industria culturale tradizionale, creando suoni che riflettevano la complessità e la velocità della vita metropolitana contemporanea.
Tuttavia, con l’inizio del nuovo millennio, Fisher osserva una progressiva stagnazione dell’immaginario musicale, un fenomeno che egli collega alla diffusione di internet, alla trasformazione dell’industria musicale e alla crescente precarietà economica che colpisce le nuove generazioni; in un mondo in cui il passato è sempre immediatamente disponibile attraverso archivi digitali e piattaforme di streaming, la cultura tende a riprodurre e ricombinare ciò che è già stato fatto, piuttosto che inventare forme completamente nuove.
Questa condizione produce ciò che Fisher definiva hauntology, una sorta di ossessione per i fantasmi del passato che impedisce alla cultura di proiettarsi realmente nel futuro. Nei saggi di Scegli le tue armi questa idea appare spesso sotto forma di analisi di album, artisti o generi che sembrano intrappolati in una dimensione nostalgica, incapaci di rompere davvero con ciò che li ha preceduti.
Ma il libro non è soltanto una diagnosi pessimistica della cultura contemporanea, perché Fisher continua a cercare, anche nei contesti più improbabili, tracce di quella energia innovativa che aveva caratterizzato la musica del passato.


Il titolo stesso del libro suggerisce un atteggiamento combattivo: scegliere le proprie armi significa individuare gli strumenti culturali e teorici che permettono di resistere alla stagnazione e di riattivare l’immaginazione.
Per Fisher la critica culturale non è mai un esercizio puramente accademico, ma una forma di intervento politico, un modo per aprire spazi di possibilità all’interno di un sistema che tende a presentarsi come inevitabile; questa dimensione politica attraversa tutto il suo lavoro e rende i suoi saggi particolarmente attuali in un’epoca segnata da crisi economiche, trasformazioni tecnologiche e profonde incertezze sociali.
Fisher era convinto che la cultura popolare potesse ancora svolgere un ruolo importante nel riattivare il desiderio di cambiamento, ma solo se fosse stata capace di liberarsi dalla nostalgia e di recuperare quella tensione verso il futuro che aveva caratterizzato i momenti più creativi della storia della musica. La forza di Scegli le tue armi sta proprio nella capacità di mostrare come la musica possa diventare un terreno di riflessione sul presente e sul futuro, un luogo in cui le contraddizioni della società emergono in forma sensibile e immediata.
Leggere Fisher significa imparare ad ascoltare la musica in modo diverso, cogliendo nei suoni non soltanto qualità estetiche ma anche tracce di processi storici e politici
La morte prematura di Fisher nel 2017 ha interrotto tragicamente un percorso intellettuale che avrebbe potuto produrre ancora molte opere importanti, ma i suoi scritti continuano a circolare e a influenzare il dibattito culturale internazionale e è proprio in questo senso che Scegli le tue armi non è soltanto una raccolta di saggi sulla musica, ma anche un documento prezioso di un modo di pensare la cultura che rifiuta le separazioni disciplinari e che cerca di comprendere il mondo attraverso le sue manifestazioni più apparentemente effimere. 
Leggere questo libro significa confrontarsi con una delle voci più lucide e radicali della critica culturale contemporanea, una voce che continua a interrogare il presente e a ricordarci che la cultura, anche quando sembra intrappolata nel passato, può ancora diventare un campo di battaglia in cui si decide il futuro. 

lunedì 16 marzo 2026

Magnifiche Ossessioni : M - Il mostro di Dusseldorf (1931)


M – Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang è uno dei film più importanti e inquietanti della storia del cinema europeo, un’opera che trascende il genere del thriller per diventare una riflessione profonda sulla crisi morale, politica e sociale della Germania alla fine della Repubblica di Weimar. 
Uscito nel 1931, in un momento di gravissima instabilità economica e istituzionale, il film racconta la caccia a un assassino di bambine (si ispira ai numerosi omicidi effettivamente commessi nella Germania negli Anni Venti da Peter Kürten) , ma dietro la struttura narrativa poliziesca si nasconde un’analisi lucidissima delle dinamiche collettive che stavano preparando il terreno all’ascesa del nazismo. 

"Penso che ogni film serio, che descriva i contemporanei, dovrebbe essere una sorta di documentario del suo tempo. Solo allora, secondo me, si raggiunge un certo grado di verità in un film. In questo senso Fury è un documentario, M è un documentario."
(Peter Bogdanovich, Il cinema secondo Fritz Lang, p. 21)

Fritz Lang, al suo primo film sonoro, utilizza in modo innovativo il nuovo mezzo espressivo per costruire un’opera tesa, angosciante, moderna, in cui ogni scelta stilistica diventa portatrice di un significato storico. 
La Germania di quegli anni era un paese ferito dalla sconfitta nella Prima guerra mondiale, gravato dalle riparazioni imposte dal Trattato di Versailles, devastato dalla crisi economica seguita al crollo di Wall Street del 1929 e attraversato da un conflitto politico sempre più violento tra forze estremiste. Milioni di disoccupati, governi deboli, scontri di piazza e una diffusa sfiducia nella democrazia alimentavano un clima di paura e di frustrazione che trovava sbocco nella ricerca di capri espiatori e nella tentazione di soluzioni autoritarie. 
In questo contesto, la figura dell’assassino interpretato da Peter Lorre, Hans Beckert, assume un valore che supera il semplice personaggio criminale: egli diventa il catalizzatore delle ansie collettive, l’oggetto su cui una società disorientata proietta le proprie ossessioni. 
Fin dalle prime sequenze, Lang costruisce un’atmosfera di inquietudine che non deriva dalla rappresentazione esplicita della violenza, ma dalla sua evocazione. 


La celebre scena iniziale, con i bambini che cantano una filastrocca macabra mentre la macchina da presa indugia su una sedia vuota, su un pallone che rotola, su un palloncino rimasto impigliato ai fili del telegrafo, mostra come l’assenza possa essere più perturbante della presenza. 
La morte non viene mostrata, ma suggerita attraverso oggetti quotidiani improvvisamente privati della loro funzione, trasformati in segni di una tragedia invisibile. Questa scelta stilistica non solo aumenta la tensione narrativa, ma suggerisce anche che il male è qualcosa che si insinua silenziosamente nella normalità, senza bisogno di spettacolarizzazione. L’uso del sonoro rappresenta uno degli aspetti più innovativi del film. Lang comprende che il suono può essere un elemento strutturale della narrazione e non semplice accompagnamento. Il motivo fischiettato dall’assassino, tratto dal Peer Gynt di Edvard Grieg, diventa una vera e propria firma sonora del personaggio. 
Beckert non controlla quel fischio: esso lo tradisce, lo identifica, lo smaschera. 
È come se il suo inconscio emergesse attraverso il suono, rendendo udibile ciò che resta invisibile. Questa idea introduce una dimensione psicologica nuova e allo stesso tempo suggerisce una metafora più ampia: il male non è solo un atto individuale, ma una pulsione che attraversa la società, qualcosa che può manifestarsi improvvisamente e che non sempre è pienamente governabile dalla ragione. 
Il film è costruito su un parallelo costante tra l’azione della polizia e quella della malavita organizzata. Lang alterna riunioni di funzionari, perquisizioni, schedature, a incontri tra criminali che discutono strategie e organizzano una rete di mendicanti per sorvegliare la città. 
Le due organizzazioni appaiono speculari nei metodi e nelle strutture. 
Questo parallelismo è fondamentale per comprendere la portata politica dell’opera: quando le istituzioni democratiche perdono credibilità ed efficacia, altri poteri si sostituiscono a esse, adottando strumenti simili ma privi di legittimazione giuridica. La malavita decide di catturare l’assassino non per senso morale, ma per interesse: la presenza del mostro attira troppa attenzione della polizia e ostacola i traffici illegali. 


Eppure, una volta catturato Beckert, i criminali organizzano un processo improvvisato che assume i toni di una parodia inquietante del sistema giudiziario. La grande scena del tribunale clandestino, con la folla che urla e reclama vendetta, è una delle sequenze più potenti del film. Qui Lang mette in scena la trasformazione della collettività in massa isterica. 
Non si cercano prove, non si ascoltano argomentazioni: la colpa è già data per certa, la condanna è decisa prima ancora che l’imputato possa parlare. 
Il desiderio di giustizia si confonde con quello di vendetta. 
In questa rappresentazione si può leggere una chiara metafora della distruzione dello stato di diritto e della progressiva accettazione di forme di giustizia sommaria che caratterizzeranno i regimi totalitari. La folla che grida contro Beckert anticipa simbolicamente le masse manipolate dalla propaganda, pronte a identificare nel nemico designato la causa di ogni male. La dinamica del capro espiatorio è centrale: una società in crisi ha bisogno di concentrare la propria rabbia su una figura concreta, di rendere visibile e punibile ciò che in realtà è frutto di tensioni molto più profonde e diffuse. 
Hans Beckert, nel suo celebre monologo finale, implora di essere compreso. 
Egli sostiene di non poter controllare i propri impulsi, di essere perseguitato da una forza interiore che lo spinge a uccidere contro la sua volontà. Questa scena, straordinariamente intensa grazie all’interpretazione di Peter Lorre, introduce un’ambiguità morale destabilizzante. 
Beckert è un mostro, ma è anche un essere umano terrorizzato dalla propria malattia. Lang non lo assolve, ma lo sottrae alla dimensione puramente demoniaca. Così facendo, sposta l’attenzione dalla semplice eliminazione del colpevole alla complessità del problema. 
Se il male è anche una patologia, una devianza, una fragilità, allora la risposta puramente punitiva appare insufficiente. In un periodo storico in cui si diffondeva una retorica fondata sull’eliminazione fisica del diverso e sulla purificazione del corpo sociale, questa scelta narrativa assume un valore fortemente critico. Il film suggerisce che la civiltà si misura non solo nella capacità di difendersi, ma anche nella fedeltà ai propri principi giuridici e morali anche di fronte all’orrore. 
La città rappresentata da Lang non è un ambiente stilizzato come quello dell’espressionismo più radicale, ma uno spazio urbano concreto, realistico, fatto di strade, cortili, scale, interni borghesi e ambienti degradati.


Tuttavia, l’eredità espressionista si avverte nell’uso delle ombre, nella composizione delle inquadrature, nella costruzione di un’atmosfera oppressiva. La modernità del film sta proprio in questa fusione tra realismo e stilizzazione: il male non appartiene a un mondo fantastico, ma si annida nella quotidianità. Questo rende ancora più efficace la dimensione allegorica. 
La sorveglianza costante che attraversa il film, con mendicanti che osservano, poliziotti che pedinano, cittadini che si scrutano con sospetto, prefigura una società in cui il controllo reciproco diventa norma. È l’immagine di una comunità che ha perso la fiducia e che sostituisce alla solidarietà la diffidenza. 
In controluce, si può intravedere una riflessione sulla fragilità della democrazia: quando la paura domina la ragione, quando l’emergenza diventa permanente, quando la sicurezza viene anteposta ai diritti, il terreno è pronto per l’autoritarismo. 
Il fatto che il film preceda di due anni l’ascesa definitiva di Hitler al potere rende ancora più impressionante la sua capacità di cogliere i sintomi di una malattia politica in atto. 
Lang non realizza un film di propaganda, né un attacco diretto a un partito specifico.
La sua è piuttosto un’analisi delle dinamiche psicologiche e sociali che possono condurre una società verso la perdita delle proprie garanzie democratiche. 
M – Il mostro di Düsseldorf resta così un’opera di straordinaria attualità, capace di parlare non solo del proprio tempo ma di ogni epoca in cui la paura collettiva rischia di trasformarsi in giustificazione della violenza. Il mostro non è soltanto l’assassino, ma la folla che rinuncia alla giustizia per abbracciare la vendetta, lo Stato che rischia di somigliare ai criminali che combatte, la comunità che, nel tentativo di proteggersi, smarrisce la propria umanità. 
In questa ambivalenza risiede la grandezza del film: un’opera che utilizza il linguaggio del cinema per interrogare la storia e che, attraverso la vicenda di un singolo individuo, mette in scena il dramma di un’intera nazione sull’orlo della catastrofe.

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Quello che sta per finire è stato un anno in cui la musica ha mostrato una tensione sotterranea verso l’ambiguità emotiva. Dopo stagioni imp...

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