
La Grazia, presentato come film d’apertura all’82ª Mostra del Cinema di Venezia e distribuito nelle sale italiane all’inizio del 2026, segna un nuovo capitolo nella filmografia di Paolo Sorrentino e soprattutto un nuovo incontro con il suo attore-feticcio Toni Servillo, qui alla settima collaborazione con il regista napoletano, all’interno di un progetto che, almeno nelle intenzioni, vorrebbe rappresentare una deviazione rispetto al barocchismo visivo e alla deriva estetizzante di alcune opere precedenti, per avvicinarsi a un racconto più intimo, politico e morale.
Il film racconta gli ultimi mesi di mandato del Presidente della Repubblica italiana Mariano De Santis, giurista cattolico e vedovo, chiamato a decidere su due richieste di grazia per omicidi avvenuti in contesti emotivamente complessi, mentre contemporaneamente deve affrontare una legge sull’eutanasia che gli impone una scelta etica e personale in grado di definire il senso del suo ruolo e, implicitamente, della sua vita.
Già questa premessa narrativa evidenzia l’intenzione di Sorrentino di costruire un’opera centrata sul conflitto morale e sulla responsabilità del potere, un tema che, pur declinato in forme diverse, attraversa tutta la sua carriera, da Il Divo fino a Loro, ma che qui assume un tono più meditativo e meno satirico, come se il regista volesse finalmente interrogarsi non tanto sulla deformazione grottesca del potere, quanto sulla sua dimensione etica, sul peso delle decisioni e sulla solitudine di chi deve prenderle.
In questo senso La Grazia appare come un film di passaggio, forse persino di maturità, in cui la figura del protagonista si avvicina a un ideale di statista quasi astratto, pensato non come caricatura ma come modello possibile di politica, come lo stesso Sorrentino ha suggerito parlando di un presidente che rappresenti ciò che un politico dovrebbe essere. Il personaggio di De Santis, interpretato da Toni Servillo con una misura e una sottrazione espressiva che costituiscono uno degli elementi più riusciti del film, si muove all’interno di un palazzo presidenziale trasformato da Sorrentino in un luogo quasi metafisico, sospeso tra ritualità istituzionale e memoria personale, tra i corridoi del potere e i fantasmi della vita privata, in particolare quelli legati alla moglie scomparsa e al rapporto con la figlia Dorotea. Questo equilibrio tra dimensione pubblica e dimensione privata è uno dei cardini del film, e rappresenta al tempo stesso uno dei suoi punti di forza e una delle sue fragilità, perché se da un lato consente a Sorrentino di allontanarsi dalla retorica della politica-spettacolo e di costruire un ritratto umano, dall’altro rischia di appiattire il conflitto drammatico, trasformando il protagonista in una figura quasi angelicata, più simbolica che reale, più idea che personaggio, e dunque meno contraddittoria, meno viva, meno cinematografica di quanto ci si potrebbe aspettare da un autore che ha sempre costruito i suoi film sul contrasto tra grandezza e miseria, tra sublime e ridicolo.
In effetti, La Grazia sembra muoversi in una dimensione narrativa volutamente ridotta, quasi minimalista, almeno se confrontata con le coreografie visive e i montaggi musicali che caratterizzavano La grande bellezza o Loro, e questa scelta, pur rappresentando un tentativo interessante di sottrazione, produce un effetto ambivalente: da un lato il film acquista una maggiore concentrazione emotiva e una certa gravità morale, dall’altro perde parte di quell’energia iconica e visionaria che aveva reso il cinema di Sorrentino immediatamente riconoscibile, rischiando talvolta di apparire più sobrio che necessario, più controllato che realmente essenziale, come se il regista avesse scelto di limitarsi senza trovare sempre un corrispettivo narrativo o emotivo all’altezza di questa rinuncia stilistica.
La regia, pur restando riconoscibile nei movimenti di macchina lenti e sinuosi, nella costruzione pittorica delle inquadrature e nella cura maniacale per la composizione, appare meno incline all’eccesso e più interessata alla contemplazione, con lunghe sequenze silenziose che seguono il presidente nei suoi spostamenti quotidiani, nei momenti di solitudine, nelle udienze ufficiali o nelle visite private, e in questo senso il film si avvicina più a un’opera sul tempo e sulla memoria che a un vero dramma politico, come se la questione della grazia fosse soprattutto un pretesto per riflettere sul concetto di perdono, sulla possibilità della redenzione e sul peso delle scelte irreversibili.
Non a caso, i due casi di grazia che il presidente deve valutare non vengono mai trattati come veri processi narrativi, ma piuttosto come simboli morali, figure esemplari attraverso cui interrogare il concetto stesso di giustizia, e questa scelta, pur coerente con l’impostazione allegorica del film, contribuisce a ridurre la tensione drammatica, perché le vicende dei condannati restano sempre sullo sfondo, mai davvero incarnate in personaggi complessi, ma presentate come casi astratti, come dossier morali più che storie umane.
Il risultato è un film che sembra muoversi costantemente sul confine tra racconto e meditazione, tra cinema e parabola, e che talvolta rischia di perdere il contatto con la realtà concreta per rifugiarsi in una dimensione simbolica e un po’ rarefatta, dove i dialoghi assumono un tono quasi aforistico e le situazioni sembrano costruite più per esprimere un’idea che per generare un conflitto narrativo.
In questo senso, una delle critiche più frequenti che si possono muovere al film riguarda proprio la sua tendenza alla retorica, non tanto quella visiva, che anzi appare più contenuta rispetto al passato, quanto quella morale, che emerge in alcuni monologhi e in alcune sequenze costruite come momenti di rivelazione, in cui il protagonista sembra parlare più come portavoce di una visione etica che come essere umano immerso in una situazione concreta. Tuttavia, proprio in questa dimensione sospesa tra realtà e allegoria, Toni Servillo trova lo spazio per una delle interpretazioni più controllate e interiori della sua carriera con Sorrentino, rinunciando agli eccessi caricaturali di Andreotti o di Berlusconi e costruendo invece un personaggio fatto di silenzi, esitazioni e piccoli gesti, in cui la stanchezza del potere si mescola a una forma di dolcezza quasi paterna, e in cui ogni decisione sembra pesare come un macigno sulla coscienza del protagonista.
Il rapporto con la figlia, in particolare, introduce nel film una dimensione più concreta e quotidiana, che contrasta con la solennità degli ambienti istituzionali e con il tono quasi liturgico di alcune scene, e rappresenta uno degli elementi più riusciti della narrazione, perché consente di intravedere l’uomo dietro la carica, il padre dietro il presidente, il vedovo dietro il simbolo dello Stato.
Anche sotto il profilo visivo, Sorrentino continua a dimostrare un controllo assoluto del linguaggio cinematografico, costruendo immagini di grande eleganza formale, in cui la luce naturale e i toni caldi degli interni presidenziali creano un’atmosfera di sospensione temporale, quasi da museo, come se il palazzo fosse un luogo fuori dal tempo, abitato più da fantasmi che da persone vive. Questa scelta estetica, però, contribuisce a rafforzare la sensazione di distanza tra il film e la realtà contemporanea, perché la politica che viene rappresentata appare quasi astratta, priva di riferimenti concreti al contesto storico e sociale, e più simile a una costruzione ideale che a un ritratto del presente. Se da un lato questo approccio consente al film di evitare la cronaca e di aspirare a una dimensione universale, dall’altro rischia di svuotare il racconto della sua urgenza, trasformando il dramma morale in un esercizio di stile, in una meditazione elegante ma talvolta un po’ fredda, più interessata alla forma che alla carne dei personaggi.
In definitiva, La Grazia è un film che conferma il talento visivo e la sensibilità morale di Sorrentino, ma che allo stesso tempo ne mette in evidenza alcune debolezze strutturali, in particolare la tendenza a costruire personaggi simbolici più che realistici, e a privilegiare la riflessione estetica rispetto al conflitto drammatico.
È un’opera che affascina per la sua eleganza e per la sua ambizione etica, ma che lascia anche una sensazione di incompletezza, come se la scelta della sottrazione non fosse stata accompagnata da una pari intensità narrativa, e come se il film, pur parlando di decisioni definitive e di responsabilità assolute, rimanesse sospeso in una dimensione contemplativa, incapace di trasformare davvero il suo discorso morale in una storia pienamente vissuta.













