mercoledì 3 giugno 2026

Tapum. Memoria di una strage



C’è qualcosa di profondamente disturbante nel modo in cui la memoria collettiva ha assorbito la Prima guerra mondiale. A differenza della Seconda, che continua ancora oggi a occupare una porzione enorme dell’immaginario culturale attraverso cinema, letteratura, documentari e celebrazioni pubbliche, il primo grande conflitto del Novecento sembra spesso confinato a un ricordo scolastico fatto di trincee fangose, fotografie sbiadite e soldati immobili sotto montagne che paiono appartenere a un’altra era geologica e morale.
Eppure fu proprio quella guerra a inaugurare la modernità del massacro industriale. Fu la guerra che trasformò l’uomo in materiale sacrificabile, la vita in statistica, il corpo umano in elemento logistico. La Seconda guerra mondiale avrebbe successivamente ampliato e perfezionato la macchina della distruzione attraverso ideologie totalitarie e genocidi pianificati, ma il laboratorio della carneficina moderna fu il fronte del 1914-1918. 
È dentro questo scenario storico, umano e psicologico che si colloca Tapum, il sorprendente fumetto di Leo Ortolani, autore che per decenni il pubblico italiano ha identificato quasi esclusivamente con l’ironia corrosiva, la comicità surreale e la parodia supereroistica di Rat-Man. 
Con quest’opera, però, Ortolani compie una svolta radicale. Non si limita a cambiare tono narrativo. Cambia prospettiva sul mondo. Abbandona la protezione del grottesco per entrare nel territorio della memoria storica e della tragedia collettiva, affrontando uno degli episodi più feroci e assurdi della partecipazione italiana alla Prima guerra mondiale: la Battaglia dell’Ortigara.
L’Ortigara non è soltanto una montagna. È un simbolo. Una ferita ancora aperta nella memoria italiana. Tra il giugno e il luglio del 1917, sull’Altopiano dei Sette Comuni, migliaia di soldati italiani vennero mandati all’assalto delle postazioni austro-ungariche in una delle operazioni più sanguinose e inutili dell’intero fronte alpino. Per conquistare pochi metri di roccia, intere brigate furono sacrificate sotto il fuoco delle mitragliatrici e dell’artiglieria nemica. I soldati avanzavano in salita, nel fango, tra le esplosioni, spesso senza copertura adeguata e con ordini impartiti da ufficiali lontani dalla realtà concreta del massacro. Il risultato fu un’enorme e insensata carneficina. Migliaia di giovani morirono nel giro di pochi giorni per conquistare una posizione che sarebbe stata presto perduta. È difficile immaginare un’immagine più precisa dell’assurdità della guerra moderna.
Tapum sceglie di raccontare proprio questa assurdità. Ortolani non costruisce un fumetto patriottico, non celebra l’eroismo militare, non trasforma i soldati in statue morali. 
Al contrario, li restituisce alla loro dimensione più fragile e umana. 
I protagonisti del libro sono uomini stanchi, sporchi, terrorizzati, spesso incapaci persino di comprendere il senso della battaglia che stanno combattendo. Ed è proprio questa scelta a rendere il fumetto così potente. Perché la guerra, vista dal basso, perde immediatamente ogni retorica. Rimangono soltanto la paura, il gelo, la fame e l’istinto di sopravvivenza.


Il titolo stesso dell’opera contiene già il cuore del discorso. Tapum richiama infatti il celebre canto degli alpini nato proprio durante la Grande Guerra. Quel suono secco riproduce il colpo del fucile. Ta-pum. Una sillaba quasi infantile, apparentemente innocente, che nel fumetto assume invece il ritmo ossessivo della morte ripetuta.
Ta-pum. Un uomo cade. 
Ta-pum. Un altro avanza. 
Ta-pum. Un altro ancora viene cancellato dalla montagna. 
Ortolani comprende perfettamente la forza simbolica di quella parola e la utilizza come una sorta di battito meccanico che accompagna l’intera narrazione. La guerra diventa un processo automatico. Un sistema che continua a divorare uomini indipendentemente dal valore strategico delle sue azioni.
La grande sorpresa dell'opera è il modo in cui Ortolani riesce a mantenere parte della propria identità artistica pur affrontando un materiale tanto tragico. I personaggi conservano infatti il tratto caricaturale tipico dell’autore. Hanno visi deformati, espressioni grottesche, corpi che sembrano provenire ancora dall’universo umoristico di Rat-Man. 
In teoria questa scelta avrebbe dovuto distruggere ogni possibilità di coinvolgimento emotivo. In teoria la tragedia avrebbe dovuto risultare ridicolizzata. E invece accade l’opposto. 
Proprio quel contrasto tra stile grafico e contenuto genera un effetto devastante. Quei volti buffi e quasi infantili vengono travolti dalla violenza della storia. Le esplosioni li dilaniano. Il freddo li consuma. La paura li svuota. Il lettore assiste così a una progressiva distruzione dell’innocenza visiva del fumetto. È come se il linguaggio stesso dell’autore venisse trascinato dentro la guerra e costretto a cambiare insieme ai suoi personaggi.
La forza di Tapum sta anche nella capacità di mostrare la guerra come esperienza materiale. Ortolani insiste continuamente sul fango, sul freddo, sull’umidità delle trincee, sulla decomposizione dei corpi, sul peso della stanchezza. Le montagne dell’Ortigara non appaiono mai sublimi o romantiche. Non sono il paesaggio epico della retorica patriottica. Sono enormi masse di pietra indifferente che divorano esseri umani. 
Le trincee sembrano viscere aperte nella terra, i soldati si confondono col terreno, il sangue si mescola all’acqua piovana e alla neve residua. 
Tutto appare sporco, consumato, marcio. 
In molte tavole il lettore percepisce quasi fisicamente il senso di oppressione e di annientamento psicologico che dominava il fronte alpino.
Uno degli aspetti più particolari del fumetto è il modo in cui viene raccontata la distanza tra i soldati e i vertici militari. 
La Prima guerra mondiale italiana fu anche una guerra di incomprensioni linguistiche e sociali. Molti soldati provenivano dalle campagne. Parlavano dialetti, erano analfabeti o semi-analfabeti. Spesso non comprendevano nemmeno gli ordini impartiti in italiano ufficiale. 


Eppure venivano mandati avanti come carne da macello all’interno di strategie militari elaborate da ufficiali convinti che il sacrificio umano fosse un prezzo inevitabile. Tapum mostra molto bene questa frattura. Gli ufficiali appaiono spesso intrappolati in una logica astratta nella quale la perdita di migliaia di uomini diventa un semplice dato operativo. La disciplina assume contorni disumani. Gli assalti frontali vengono ordinati anche quando risultano chiaramente suicidi. Le fucilazioni sommarie servono più a mantenere il controllo psicologico che a punire reali colpe. 
La guerra diventa così un gigantesco meccanismo burocratico che trasforma l’obbedienza in una forma di suicidio collettivo.
In questo senso il fumetto di Ortolani appartiene a quella lunga tradizione culturale italiana che ha cercato di smontare la retorica patriottica della Grande Guerra. Da Emilio Lussu a Mario Rigoni Stern, passando per il Mario Monicelli de "La Grande Guerra" e per molti poeti del Novecento, diversi autori hanno raccontato il fronte italiano come luogo dell’assurdo e della disumanizzazione.
Tapum si inserisce perfettamente in questa linea. La differenza è che lo fa attraverso il linguaggio del fumetto e soprattutto attraverso lo sguardo di un autore proveniente dalla comicità. È proprio questa provenienza a rendere l’opera ancora più destabilizzante. Ortolani non rinuncia completamente all’ironia. Alcuni dialoghi conservano un umorismo amaro e disperato. Ma è un’ironia che non alleggerisce mai davvero il racconto. Al contrario, lo rende ancora più crudele. 
Il lettore ride e subito dopo prova disagio per aver riso. 
È la stessa dinamica psicologica che attraversa molti racconti dei reduci: l’umorismo come ultimo strumento di sopravvivenza mentale dentro un sistema privo di senso.
La Battaglia dell’Ortigara rappresenta probabilmente uno degli esempi più evidenti dell’inutilità strategica di gran parte della guerra combattuta sul fronte italiano. Migliaia di uomini vennero sacrificati per conquistare posizioni quasi impossibili da mantenere. Le montagne diventavano obiettivi simbolici più che strategici. La conquista di una cima veniva pagata con quantità di vite umane sproporzionate rispetto a qualsiasi vantaggio reale. Tapum insiste molto su questa dimensione. 
Non c’è gloria nella montagna, non c’è vittoria. 
C’è soltanto un continuo consumo di giovani corpi. 
Il fumetto sembra suggerire che la vera protagonista della guerra non sia nemmeno la morte, ma la sostituibilità degli individui. 
Un soldato cade. 
Un altro prende il suo posto. 
E poi un altro ancora. 
La macchina continua a funzionare indipendentemente dall’identità delle persone coinvolte.


Dal punto di vista narrativo, Ortolani costruisce un’opera che evita accuratamente la monumentalità. Non ci sono eroi puri nè tantomeno discorsi solenni. I personaggi appaiono spesso vigliacchi, egoisti, disperati, umanissimi. Ed è proprio questa normalità a rendere il fumetto credibile. La guerra non viene mostrata come esperienza eccezionale, ma come progressiva degradazione dell’essere umano. 
I soldati si abituano alla morte, ai cadaveri, alla paura. 
Questa normalizzazione dell’orrore è forse l’aspetto più inquietante dell’intero libro. Perché suggerisce quanto rapidamente l’uomo possa adattarsi anche alle condizioni più disumane.
Tapum parla inevitabilmente anche del presente. 
Pur raccontando eventi del 1917, il fumetto sembra rivolgersi direttamente al lettore contemporaneo. In un’epoca nella quale il linguaggio bellico è tornato con forza dentro il dibattito pubblico europeo, Ortolani ricorda cosa significhi davvero la guerra quando smette di essere astratta geopolitica televisiva e torna a essere esperienza concreta. 
Fango, fame, freddo. 
Corpi mutilati. 
Giovani mandati a morire per obiettivi incomprensibili. 
È forse questa la dimensione più importante del libro: la capacità di riportare la guerra alla sua realtà fisica e umana.

Naturalmente il fumetto affronta anche il rapporto problematico tra memoria e identità nazionale. La Prima guerra mondiale occupa infatti un posto ambiguo nella storia italiana. Da una parte è stata a lungo celebrata come momento fondativo dell’unità nazionale. Dall’altra è rimasta una ferita difficilmente elaborabile a causa dell’enorme quantità di vite sacrificate. Ortolani sceglie chiaramente da che parte stare. 
Non deride i soldati. 
Non desacralizza il loro dolore. 
Ma rifiuta completamente l’idea che quella carneficina possa essere raccontata attraverso categorie eroiche. 
La guerra appare soprattutto come il fallimento morale di una classe dirigente incapace di attribuire valore reale alla vita umana.

Leo Ortolani

Il confronto con la Seconda guerra mondiale emerge inevitabilmente lungo tutta la lettura. Dal punto di vista numerico il secondo conflitto provocò un numero di vittime molto superiore. Tuttavia la Prima guerra mondiale rappresentò il primo enorme esperimento di distruzione industriale su scala continentale. Fu il momento in cui l’Europa scoprì di poter consumare milioni di uomini attraverso apparati logistici e tecnologici progettati per la morte di massa. Le trincee del 1914-1918 distrussero un’intera generazione e prepararono il terreno psicologico e politico per tutto ciò che sarebbe venuto dopo: rivoluzioni, totalitarismi, fascismi, crisi economiche, nuove guerre. 
In questo senso la Grande Guerra rimane il vero trauma originario del Novecento europeo.
La grandezza di Tapum sta proprio nel riuscire a trasformare questa consapevolezza storica in esperienza emotiva. Ortolani non costruisce una lezione scolastica, ma costruisce un'immersione nell'assurdo. Il lettore non osserva semplicemente la guerra, ma la attraversa insieme ai personaggi. Sente il peso dello zaino, il gelo della montagna, il terrore dell’assalto, la stanchezza infinita di uomini costretti a vivere sottoterra aspettando il prossimo bombardamento.
Alla fine della lettura rimane soprattutto un senso di vuoto. 
Non c’è catarsi, non c’è redenzione, non c’è vera vittoria. 
Ed è probabilmente l’unica conclusione possibile quando si racconta la Prima guerra mondiale con onestà. 
Troppi morti, troppa sofferenza inutile, troppe giovani vite cancellate per pochi metri di roccia. 
Tapum riesce così in qualcosa di rarissimo: trasformare un fumetto in un’opera di memoria civile senza perdere forza narrativa, umanità e identità artistica. 
È il lavoro di un autore che ha compreso come la comicità e la tragedia non siano opposti assoluti, ma linguaggi capaci di convivere dentro la stessa rappresentazione del mondo. 
Ed è anche un promemoria necessario in un tempo che sembra avere nuovamente dimenticato il vero significato della parola guerra.




lunedì 1 giugno 2026

Il soffio infinito: omaggio a Sonny Rollins


Con la scomparsa di Walter Theodore "Sonny" Rollins, avvenuta il 25 maggio 2026 all'età di novantacinque anni nella sua casa di Woodstock, il mondo della musica perde non soltanto un interprete sublime, ma l'ultimo grande testimone vivente di un'epoca che ha radicalmente trasformato il linguaggio del jazz, segnando la definitiva chiusura di un capitolo fondamentale della storia culturale del ventesimo secolo. 
Nato ad Harlem il 7 settembre 1930, Rollins si è imposto fin dalla giovinezza come una figura titanica, meritandosi l'appellativo di "Saxophone Colossus" dopo l'uscita dell'omonimo capolavoro del 1956, un album che resta ancora oggi una pietra miliare imprescindibile per comprendere le possibilità espressive del sassofono tenore. 
La parabola artistica di Sonny Rollins non è stata soltanto una cronaca di successi discografici, ma un percorso di incessante ricerca spirituale e tecnica che lo ha portato ad attraversare, da protagonista assoluto, l'esplosione del bebop, genere che egli ha contribuito a definire e, al contempo, a superare con una libertà improvvisativa che ha spinto i confini del jazz verso territori inesplorati. 
Sin dai suoi primi passi tra le strade di Harlem, Sonny Rollins è apparso come un talento precoce, capace di assorbire l'eredità di giganti come Coleman Hawkins e Lester Young per poi filtrarla attraverso la rivoluzionaria sensibilità armonica di Charlie Parker, figura che lo ha folgorato durante l'adolescenza e che ha indirizzato il suo approccio verso una complessità e una velocità esecutiva che avrebbero poi caratterizzato il suo stile maturo. 
La sua partecipazione al fervore del bebop non è stata un atto di mera adesione stilistica, bensì un impegno intellettuale profondo; frequentando geni del calibro di Thelonious Monk, Rollins ha appreso l'importanza della struttura, della dissonanza e della rielaborazione tematica, elementi che avrebbe poi sublimato nei suoi celebri assoli, spesso caratterizzati da una lunghezza epica e da una capacità narrativa quasi cinematografica. 
Il suo contributo al jazz moderno si è manifestato in una costante tensione tra la disciplina ferrea del musicista che rispetta la tradizione e l'urgenza di chi avverte il bisogno di rompere le convenzioni, una dualità che è emersa con forza in composizioni divenute standard mondiali come Oleo, Doxy e la celebre St. Thomas, brano che testimonia la sua curiosità verso le radici ritmiche caraibiche e la sua capacità di infondere gioia ed energia contagiosa in ogni sua esecuzione. 


Nonostante il successo, la vita di Rollins è stata segnata da momenti di profonda riflessione e isolamento, come dimostrato dai celebri periodi di ritiro dalle scene, in particolare quello iniziato nel 1959, durante il quale fu visto esercitarsi solitario sul Williamsburg Bridge di New York, un'immagine diventata mitologica che rappresenta bene l'essenza dell'uomo e dell'artista: un cercatore di verità sonora che non temeva il silenzio e che considerava la musica come una pratica ascetica, volta al perfezionamento del sé tanto quanto a quello dell'arte. 
Il suo ritorno nel 1962 con l'album The Bridge non fu solo una ripresa della carriera, ma un nuovo inizio che confermò la sua posizione centrale nel panorama jazzistico, segnando un'evoluzione verso un suono più tormentato e riflessivo, capace di dialogare con le trasformazioni sociali e politiche degli anni Sessanta e Settanta. 
Tuttavia, a rendere Rollins una figura davvero fuori dal comune è stata la sua straordinaria apertura mentale, che lo ha sottratto alla tentazione di vivere la propria arte come un giardino recintato o un reperto museale; la sua volontà di collaborare con artisti operanti in campi distanti, come nel caso del suo celebre contributo ai Rolling Stones nel brano Waiting on a Friend del 1981, ne è la dimostrazione più lampante. 
Quell'assolo non fu una semplice trovata commerciale, bensì la prova tangibile di un artista che non percepiva barriere gerarchiche tra i generi, convinto che la musica, se suonata con autenticità, possedesse un'unica radice emotiva capace di superare ogni etichetta, spogliandosi di ogni arroganza accademica per tornare all'essenza comunicativa del suono. 
Il suo essere un personaggio pubblico di tale carisma nasceva proprio da questa sintesi rara: da un lato l'immagine dell'asceta solitario, che cerca il perfezionamento sul ponte di Williamsburg, e dall'altro quella di un uomo curioso, vibrante, capace di sorridere e dialogare con il rock'n'roll senza mai tradire la propria integrità stilistica, confermando che per uno spirito libero come il suo, l'unico vero limite era quello imposto dal pregiudizio. 
Questa attitudine all'ibridazione ha contribuito in modo decisivo a mantenere vivo il jazz, trasformandolo in una forma d'arte dinamica, inclusiva e costantemente in ascolto del mondo, insegnando alle generazioni successive che la grandezza non si misura nell'isolamento, ma nella capacità di tendere una mano – o meglio, un sassofono – verso l'altro. La sua tecnica, definita spesso "mordace e limpida", si è sempre distinta per un fraseggio inaspettato, capace di scatti dinamici e di un uso magistrale delle dinamiche che rendeva ogni concerto un evento unico, una performance irripetibile guidata dall'intuizione del momento e da una dedizione totale al flusso creativo, qualità che lo hanno portato a essere definito da molti critici e colleghi come il più grande improvvisatore vivente. 

Williamsburg Bridge

Anche dopo il ritiro definitivo dalle scene nel 2012 a causa di problemi di salute, Rollins ha continuato a esercitare un'influenza pervasiva sulle nuove generazioni di jazzisti, mantenendo vivo il dibattito attorno alla sua figura attraverso la pubblicazione di materiali d'archivio e un'attenta cura della propria eredità, dimostrando una lucidità e una coerenza intellettuale rare per un artista della sua statura. 
La scomparsa del "Saxophone Colossus" chiude un'era di leggende, lasciando in eredità non solo una discografia monumentale, ma un approccio alla vita che metteva l'integrità artistica e la curiosità intellettuale al di sopra di ogni riconoscimento commerciale, ricordandoci che la musica, quando è autentica, non è solo un intrattenimento, ma una forma superiore di conoscenza in grado di elevare lo spirito umano. 
Le testimonianze che in questi giorni si rincorrono da ogni parte del mondo confermano quanto la sua presenza sia stata un faro per intere generazioni, un punto di riferimento che trascende i confini del genere jazz per situarsi nell'olimpo dei grandi geni creativi del ventesimo secolo. In ogni nota da lui suonata si percepiva il peso di una storia collettiva, quella del popolo afroamericano e delle sue lotte, trasfigurata in un linguaggio universale che parlava di libertà, dignità e della bellezza struggente della ricerca costante.
Il suo sassofono era una voce, a volte ferocemente energica, a volte dolcemente malinconica, ma sempre incredibilmente umana, capace di raccontare le sfumature della condizione umana con una precisione che pochi altri sono stati in grado di eguagliare. Guardando al percorso di Sonny Rollins dal suo debutto nel tardo dopoguerra fino alla sua serena vita di pensionato a Woodstock, si scorge l'immagine di un uomo che ha saputo vivere pienamente ogni fase della propria esistenza, accettando le sfide del tempo e della maturazione senza mai rinunciare a quell'inquietudine feconda che rende grande ogni artista. 
Il jazz, inteso come dialogo incessante tra passato e presente, perde con Sonny Rollins la sua bussola più autorevole, colui che ha dimostrato che la tradizione non deve essere una gabbia dorata, ma un trampolino di lancio per il volo verso il nuovo, l'ignoto e l'inatteso. La sua eredità si riflette ora nella miriade di musicisti che, ispirati dalla sua audacia, continuano a tentare la strada dell'improvvisazione pura, una forma di arte che richiede coraggio, umiltà e, soprattutto, una fiducia incrollabile nelle "forze" dell'invisibile, come lui stesso amava ripetere parlando del suo processo creativo. 


Mentre salutiamo il Colosso, resta il calore dei suoi suoni, la risonanza dei suoi ritmi e l'esempio di una vita spesa inseguendo la perfezione, una dedizione che ha reso il mondo un posto musicalmente più ricco e spiritualmente più profondo. 
Ripensare a Sonny Rollins significa ripercorrere la traiettoria di un intero secolo, scoprendo che dietro ogni capolavoro si celava una ricerca instancabile, una tensione verso l'eccellenza che non ammetteva scorciatoie e che, ancora oggi, continua a parlarci con la stessa vitalità di quando è stata incisa su nastro per la prima volta. 
La sua musica sarà la compagna di viaggio di chi cercherà, ancora per generazioni, di decifrare il mistero dell'improvvisazione, di chi si sentirà ispirato a correre dei rischi come suggerito dal suo esempio, e di chi, tra le note di un brano di Sonny Rollins, ritroverà la speranza che la bellezza possa ancora essere un rifugio, una forma di resistenza e, in definitiva, una celebrazione della vita stessa.

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