mercoledì 25 febbraio 2026

Magnifiche Ossessioni: Jules e Jim (1962)


C’è un’energia particolare che attraversa Jules e Jim fin dalle prime immagini, una sensazione di movimento continuo che impedisce alla storia di fermarsi, di diventare mai davvero definitiva, come se ogni emozione fosse destinata a trasformarsi prima ancora di essere compresa. 
Il film di François Truffaut procede per slanci e deviazioni, seguendo l’amicizia, l’amore e il tempo non come linee rette ma come correnti imprevedibili, capaci di avvicinare e allontanare i personaggi senza chiedere il permesso, delineando un’idea di vita che rifiuta la stabilità come valore assoluto preferendo invece l’intensità, anche quando essa fa male, e accettando la fragilità dei legami e l’incertezza come condizioni inevitabili dell’esperienza umana. 
Inserito nel cuore pulsante della Nouvelle Vague, il film del 1962 non è soltanto un manifesto di libertà formale, ma un racconto sentimentale che ha l’ambizione, riuscita, di catturare l’inafferrabile, cioè il modo in cui le persone si amano, si sfiorano, si perdono e si ritrovano nel tempo, senza mai riuscire davvero a possedersi. 
Truffaut parte dall'omonimo romanzo di Henri-Pierre Roché ma lo tradisce nel senso più nobile del termine, perché lo trasforma in cinema puro, in ritmo, in sguardo, in movimento, facendo della storia di due amici e di una donna un dispositivo narrativo aperto, capace di accogliere l’entusiasmo della giovinezza, l’ombra della guerra, la leggerezza dei giochi e il peso delle conseguenze. 
Jules e Jim è prima di tutto una storia di amicizia, un’amicizia maschile che nasce nella Parigi di inizio Novecento, nutrita di libri, di arte, di passeggiate e di una curiosità vorace per il mondo, un’amicizia che sembra immune alla gelosia perché fondata su una comunanza di sensibilità più che su una competizione, e già in questa premessa Truffaut suggerisce una visione utopica dei rapporti umani, una fiducia quasi infantile nella possibilità di condividere tutto senza distruggersi. 
L’incontro con Catherine, interpretata da una Jeanne Moreau magnetica e imprevedibile, introduce però una forza centrifuga che mette alla prova quell’utopia, non perché Catherine sia una femme fatale nel senso tradizionale, ma perché incarna il desiderio di vivere senza compromessi, di essere fedele solo a se stessa e al proprio slancio vitale, anche quando questo significa ferire chi le sta accanto. 


La celebre inquadratura del sorriso della statua greca, che folgora Jules e Jim come una rivelazione, è già una dichiarazione di poetica, perché Catherine nasce da un’immagine, da un ideale estetico che si fa carne, e come ogni ideale porta con sé una promessa di felicità e una condanna all’insoddisfazione. Truffaut filma Catherine non come un enigma da risolvere ma come un movimento continuo, una variazione costante, e Jeanne Moreau le presta un corpo e una voce che sembrano sempre un passo avanti rispetto agli uomini che la circondano, rendendo evidente il divario tra chi tenta di possedere l’amore e chi invece vuole attraversarlo. 
La regia di Truffaut è febbrile e giocosa, fatta di carrellate improvvise, di montaggi ellittici, di voice over che commenta con ironia e distacco, come se il regista stesso fosse un amico che racconta una storia conosciuta a memoria ma ancora capace di stupirlo, e questa leggerezza apparente è ciò che permette al film di affrontare temi dolorosi senza appesantirsi, di scivolare dalla gioia alla malinconia con una naturalezza disarmante. 
Il tempo in Jules e Jim non è lineare ma emotivo, si dilata e si contrae seguendo gli umori dei personaggi, e la guerra, che interrompe brutalmente l’età dell’innocenza, viene raccontata quasi in sordina, come una ferita che separa senza bisogno di spettacolarizzazione, perché ciò che conta davvero sono le trasformazioni interiori che essa innesca. Quando Jules e Jim si ritrovano dopo il conflitto, non sono più gli stessi, e Catherine, che nel frattempo ha sposato Jules, appare già inquieta, insoddisfatta di una stabilità che sente come una prigione, e qui il film compie uno dei suoi gesti più audaci, mostrando come l’amore romantico, una volta istituzionalizzato, possa perdere la sua carica liberatoria e trasformarsi in una fonte di frustrazione. 
Jim entra nella vita coniugale di Jules e Catherine non come un traditore ma come una possibilità, come la riapertura di un gioco che sembrava chiuso, e Truffaut osserva questo triangolo con uno sguardo privo di moralismi, rifiutando di assegnare colpe definitive, perché ciò che gli interessa non è il giudizio ma il movimento dei sentimenti. La celebre corsa sul ponte, con Catherine che sfida Jules e Jim a seguirla, è diventata un’icona del cinema proprio perché condensa in pochi secondi l’energia del film, l’idea che l’amore sia una gara senza premio, un gesto di libertà che non garantisce sicurezza, e il fatto che Catherine vinca la corsa dice molto sul suo ruolo di motore narrativo, di personaggio che costringe gli altri a inseguire, a misurarsi con i propri limiti. 


La voce narrante, così presente eppure così discreta, contribuisce a creare un effetto di memoria condivisa, come se la storia fosse già passata e venisse rievocata con un misto di nostalgia e lucidità, e questo distacco consente a Truffaut di evitare il melodramma, di raccontare anche le scene più intense con una semplicità che le rende ancora più dolorose.
Jules e Jim è anche un film sulla scrittura e sull’arte, sul bisogno di fissare l’esperienza per non perderla del tutto, e non è un caso che Jim diventi scrittore, perché la sua funzione è quella di trasformare la vita in racconto, di trovare una forma che possa contenere l’eccesso dell’esistenza, mentre Jules, più fragile e introverso, sembra destinato a subire gli eventi piuttosto che a dominarli. Catherine, invece, rifiuta ogni forma definitiva, ogni tentativo di incasellarla, e la sua instabilità, spesso criticata come egoismo, può essere letta anche come una protesta contro un mondo che non offre spazi reali alla libertà femminile, costringendo le donne a scegliere tra ruoli limitanti. 
In questo senso il film appare sorprendentemente moderno, perché non propone modelli positivi o negativi in modo netto, ma mette in scena un conflitto di desideri che non trova una soluzione pacifica, e il finale tragico, così improvviso e insieme così coerente, non arriva come una punizione ma come l’esito estremo di una logica emotiva portata alle sue conseguenze ultime. 
La morte, in Jules e Jim, non è spettacolare ma quasi astratta, come se Truffaut volesse sottrarre anche l’addio alla retorica, lasciando allo spettatore il compito di elaborare il vuoto che resta, e forse è proprio questo vuoto a rendere il film così persistente nella memoria. La musica di Georges Delerue accompagna le immagini con un tema che sembra danzare e sospirare allo stesso tempo, rafforzando l’idea di un amore che è movimento perpetuo, e il bianco e nero, lontano da ogni nostalgia patinata, restituisce al film una qualità quasi documentaria, come se stessimo guardando frammenti di vita reale, catturati al volo. 

Francois Truffaut

Francois Truffaut, che ha sempre difeso il diritto del cinema a essere personale e imperfetto, trova in Jules e Jim una delle espressioni più pure della sua poetica, un film che non teme le contraddizioni, che abbraccia l’euforia e la disperazione come parti dello stesso impulso vitale, e che invita lo spettatore non a identificarsi con un personaggio ma a riconoscere in ciascuno di loro una possibilità, una scelta, un rischio. 
Guardare Jules e Jim oggi significa confrontarsi con un’idea di amore che non promette stabilità ma intensità, che non garantisce durata ma autenticità, e in un’epoca ossessionata dal controllo e dalla definizione, questa visione può apparire tanto seducente quanto inquietante. 
Il film non offre risposte facili, non suggerisce che vivere senza compromessi sia la strada giusta, ma mostra con onestà che ogni compromesso ha un prezzo, e che la vera tragedia non è soffrire per amore ma smettere di sentire. 
Forse è per questo che Jules e Jim continua a essere citato, amato, discusso, perché parla a chiunque abbia sperimentato la gioia vertiginosa dell’inizio e la malinconia delle trasformazioni, a chi abbia corso su un ponte metaforico inseguendo qualcuno che sembrava sempre un passo avanti, e a chi sappia che, nonostante tutto, valeva la pena correre. 
In fondo Jules e Jim non è solo un film su un triangolo amoroso ma una meditazione sul tempo che passa, sull’amicizia che resiste anche quando l’amore fallisce, sulla bellezza effimera degli istanti condivisi, e Truffaut lo racconta con una grazia che non invecchia, con uno sguardo che resta giovane perché non rinuncia alla curiosità.
Forse il suo messaggio più profondo è proprio questo, che vivere significa accettare l’instabilità, abbracciare l’incertezza, e continuare a guardare il mondo con occhi capaci di stupirsi anche quando il cuore è stanco.



lunedì 23 febbraio 2026

Febbraio


Febbraio è il mese delle sfumature: luci fredde che si sciolgono lentamente, sogni che prendono forma tra malinconia e desiderio di rinascita. Questa playlist attraversa paesaggi sonori eterei e profondi, dove l’elettronica luminosa di Danny Harle in Cerulean incontra le trame ambient e sospese di Azimuth Divergence, realizzato insieme a Rachika Nayar.
Le sonorità ipnotiche e dilatate di Kaery Ann in Moonstone si intrecciano con il soul notturno e liquido di Puma Blue in Croak Dream, mentre le ombre psichedeliche e dense delle Blackwater Holylight avvolgono l’ascolto con Not Here Not Gone.
Un viaggio tra elettronica, dream pop e suggestioni alternative, perfetto per accompagnare i giorni più brevi con un’intensità sospesa tra inquietudine e bellezza.

DISCO DEL MESE


BLACKWATER HOLYLIGHT - NOT HERE NOT GONE

Not Here Not Gone delle Blackwater Holylight è un album potente e stratificato che consolida l’identità della band tra doom, shoegaze e psichedelia. Il suono è denso e avvolgente: chitarre massicce e distorte si alternano a momenti più ariosi, sostenuti da synth atmosferici e linee vocali che oscillano tra fragilità e determinazione.
Non è un disco “pesante” solo per volume o saturazione, ma per intensità emotiva. Le canzoni esplorano tensione, trasformazione e vulnerabilità, costruendo un equilibrio efficace tra aggressività e introspezione. La produzione lascia spazio alle dinamiche, permettendo ai brani di espandersi senza perdere compattezza.
Tra episodi più abrasivi e altri più contemplativi, l’album mantiene una coerenza sonora che lo rende immersivo dall’inizio alla fine. Il risultato è un lavoro maturo e ambizioso, capace di fondere oscurità e bellezza in un’unica, ipnotica traiettoria.


altri  ascolti


danny harle  - cerulean

Cerulean di Danny Harle è un album che cattura l’immaginazione con un’elettronica luminosa e malinconica allo stesso tempo. Le produzioni sono sofisticate e piene di sfumature — tessuti sonori scintillanti, synth che sembrano galleggiare e ritmi che si muovono con grazia tra dance e ambient.
L’intero disco ha un’aura sognante: ogni traccia sembra costruita per evocare mondi interiori, stati d’animo sospesi tra euforia e riflessione. Harle gioca con melodie pulite e texture ricche, creando un equilibrio elegante tra immediatezza pop e dettagli sonori più intricati.
Cerulean non è solo una raccolta di brani elettronici, ma un’esperienza emotiva: un viaggio sonoro che invita a lasciarsi andare e a perdersi nella sua bellezza lucente.



danny harle /rachida nayar -  azymuth divergence

Azimuth Divergence di Danny Harle e Rachika Nayar è un’esplorazione sonora audace e ipnotica che fonde l’elettronica dettagliata di Harle con le sonorità sperimentali e tessiture texturali di Nayar. L’album si muove tra paesaggi sonori astratti e momenti di tensione meditativa, più che su strutture melodiche tradizionali.
Le tracce sono costruite come spazi da attraversare: superfici luminose si intrecciano con rumori sottili, strati di synth pulsano sotto strati di chitarre e field recording evocativi, e ogni sequenza sembra spingere l’ascoltatore a riconsiderare il rapporto tra forma e atmosfera. È un lavoro che privilegia l’esperienza immersiva e l’ascolto attento, più che la gratificazione immediata.
Azimuth Divergence è un disco che invita a perdersi nelle sue pieghe sonore, ideale per chi ama le dediche intense all’esplorazione timbrica e alla spazialità dell’elettronica contemporanea.


Kaery ann - moonstone

Moonstone è la conferma della maturazione artistica di Kaery Ann, progetto solista di Erika Azzini, musicista mantovana attiva tra dark-folk e doom psichedelico. Se l’esordio Songs Of Grace And Ruin lasciava intravedere un talento ancora in fase di definizione, qui la visione si fa più compatta e consapevole.
La presenza di una band affiatata — basso, chitarra e batteria — irrobustisce il suono con chitarre più distorte e un impatto decisamente più solenne e granitico rispetto all’approccio intimo degli inizi. Il disco si muove in una terra di confine tra il doom lento e penetrante dei Messa e le atmosfere oscure e magnetiche di Chelsea Wolfe, costruendo brani che si ergono come monoliti sonori.
L’ambiguità tra aggressività strumentale e canto etereo, quasi fiabesco, è il cuore pulsante dell’album. Le composizioni evitano accelerazioni improvvise, preferendo preservare un’aura ipnotica e statica che avvolge l’ascoltatore in nebbie doom-gaze dense e stratificate. Persino la rilettura di Bathory sorprende per la capacità di alternare lentezza macabra e improvvise aperture massicce.
Moonstone è un lavoro promettente e identitario, una delle proposte più interessanti della scena dark italiana contemporanea.


puma blue - croak dream

Croak Dream di Puma Blue è un disco che amplia e approfondisce l’universo sonoro di Puma Blue, portando all’estremo una tensione emotiva dilatata e viscosa. Se le uscite precedenti giocavano con confini tra soul, jazz e alt-R&B minimalista, qui il progetto sceglie un approccio ancora più spigoloso e sensoriale, sospeso tra vulnerabilità e risonanze sonore metabolizzate lentamente.
Le tracce si sviluppano come flussi emotivi più che canzoni tradizionali: basso profondo, batteria rarefatta, chitarre taglienti e sovrapposizioni di synth creano un ambiente sonoro in cui ogni elemento respira con gravità. La voce, fragile e immediatamente riconoscibile, si fonde con queste superfici scure e liquide, trascinando l’ascoltatore in un territorio di introspezione che è al tempo stesso inquieto e ipnotico.
Croak Dream si inscrive in una dimensione di “dream-soul” soffuso di malinconia e attrito, dove la staticità non è immobilismo ma tensione controllata, un’esperienza sonora che richiede attenzione ma ripaga con una profondità emotiva rara. È un lavoro che conferma Puma Blue come una delle voci più suggestive e sfuggenti della scena alternativa contemporanea.

2025 Musical box

Quello che sta per finire è stato un anno in cui la musica ha mostrato una tensione sotterranea verso l’ambiguità emotiva. Dopo stagioni imp...

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