Chi è Oblomov?
Protagonista dell’omonimo romanzo di Ivan Aleksandrovič Gončarov, è un uomo immobile, ignavo, apatico, incapace di trasformare il pensiero in azione, prigioniero di un torpore morale prima ancora che fisico, una figura letteraria che nel corso del tempo è diventata categoria dello spirito, diagnosi sociale, malattia dell’anima.
Oblomov è colui che si lascia vivere dalla vita, che rimanda, che osserva il mondo scorrere dal divano, che si autoassolve con la scusa della propria sensibilità ferita. Oggi Oblomov non indossa più la vestaglia in una San Pietroburgo ottocentesca, ma scorre uno schermo luminoso nel buio della propria stanza, commenta, odia, reagisce con emoticon, accampa scuse per il proprio immobilismo e confonde la partecipazione con l’interazione digitale.
Non c’è alcuna distopia nella pura e semplice realtà.
Siamo arrivati ben oltre J. G. Ballard.
Ormai siamo nella merda.
È in questo paesaggio emotivo e politico che si collocano, a distanza di anni e di coordinate geografiche, due album che sembrano dialogare come se fossero capitoli di uno stesso trattato sulla frustrazione contemporanea: Oblomovismo dei Bologna Violenta e Love Is Not Enough dei Converge.
Il primo è un’opera che trasforma la categoria letteraria in detonazione sonora, il secondo è una dichiarazione programmatica che suona come una sentenza: l’amore non basta più.
In mezzo, una generazione che ha smesso di credere alle narrazioni consolatorie e che percepisce la propria epoca come un accumulo di macerie morali, economiche, ambientali. Oblomovismo non è soltanto un titolo ironico o colto, è un atto d’accusa contro l’inerzia collettiva.
Love Is Not Enough non è soltanto un’affermazione nichilista, è la presa d’atto che i sentimenti, da soli, non arginano la violenza strutturale del mondo. Entrambi i lavori si muovono in territori sonori estremi, ma non per estetica fine a se stessa: il rumore, la distorsione, la saturazione diventano linguaggio necessario per descrivere un presente che non concede armonie rassicuranti.
Nei Bologna Violenta la matrice noise-grind si intreccia con campionamenti, con un uso quasi cinematografico delle dinamiche, con una scrittura che alterna esplosioni fulminee a sezioni più stratificate; nei Converge la lezione hardcore viene spinta verso una complessità caotica, con strutture spezzate, tempi che collassano su se stessi, chitarre che sembrano seghe circolari lanciate contro l’ascoltatore.
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| Bologna Violenta (Nicola Manzan+Alessandro Vagnoni) |
L’analogia più evidente tra i due album sta proprio in questa scelta di non offrire vie di fuga melodiche: la musica è un campo di battaglia, non un rifugio.
Eppure non si tratta di semplice aggressività, bensì di una forma di realismo sonoro.
Se la realtà è frantumata, la forma non può essere lineare; se il tempo storico è ansioso e accelerato, la musica deve riflettere quell’ansia con cambi improvvisi, con pattern ritmici che sembrano inciampare per poi ripartire più violenti. Oblomovismo, come concetto, è l’altra faccia di Love Is Not Enough: da un lato l’inerzia paralizzante, dall’altro l’insufficienza delle emozioni a scalfire l’ordine delle cose. In entrambi i casi il risultato è una tensione irrisolta. Nei brani dei Bologna Violenta si avverte un senso di claustrofobia che non deriva soltanto dalla velocità o dalla brevità dei pezzi, ma dall’accumulo di frequenze, dalla scelta di comprimere lo spazio sonoro fino a farlo implodere; nei Converge la produzione asciutta e tagliente rende ogni colpo di batteria un atto fisico, ogni urlo una ferita aperta. È come se entrambi i dischi rifiutassero la profondità di campo per schiacciare tutto in primo piano, come accade nel flusso continuo dei social network, dove ogni tragedia, ogni indignazione, ogni polemica occupa lo stesso spazio percettivo e viene consumata con la stessa rapidità. L’oblomovismo digitale non è silenzio, è rumore di fondo permanente.
Love Is Not Enough è la constatazione che quel rumore non produce trasformazione. Dal punto di vista ritmico, le affinità sono sorprendenti: l’uso di tempi serrati, di blast beat, di accelerazioni improvvise crea una sensazione di urgenza che sembra tradurre in suono l’iperstimolazione contemporanea. Non c’è contemplazione, non c’è pausa che non sia minacciata da una nuova esplosione. E quando la pausa arriva, è carica di tensione, come il momento in cui si trattiene il respiro prima di leggere l’ennesima notifica che promette indignazione.
Le chitarre, in entrambi i casi, non cercano la rotondità ma l’attrito: sono lame, superfici abrasive che rifiutano la levigatezza. Questa scelta timbrica è politica prima ancora che estetica, perché rifiuta la neutralizzazione del conflitto. Se l’epoca tende a trasformare tutto in contenuto digeribile, questi dischi oppongono resistenza attraverso l’inospitalità del suono. Anche la dimensione lirica, pur con differenze linguistiche e culturali, converge su un medesimo punto: la disillusione verso le promesse collettive.
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| Converge |
Nei Converge la frase “love is not enough” suona come un epitaffio per l’idealismo adolescenziale dell’hardcore, come se la comunità non fosse più in grado di salvarsi da sola, mentre nei Bologna Violenta il riferimento a Oblomov diventa metafora di una società che preferisce commentare piuttosto che agire.
In entrambi i casi il bersaglio non è un nemico esterno facilmente identificabile, ma una condizione diffusa, una complicità sistemica. Siamo tutti un po’ Oblomov, tutti un po’ convinti che basti provare qualcosa per cambiare qualcosa. La potenza di questi album sta nel rifiuto di questa autoassoluzione. L’ascolto non è catartico nel senso classico, non purifica, non consola; semmai amplifica il disagio, lo rende condiviso, lo trasforma in esperienza fisica.
E proprio qui emerge un’altra analogia: la centralità del corpo.
In un’epoca in cui l’esperienza è mediata dallo schermo, la musica estrema riporta tutto alla dimensione corporea, al volume alto, al sudore, al pogo, alla vibrazione dello stomaco.
Entrambi gli album richiedono presenza, non scroll.
Non si possono ascoltare distrattamente senza perdere il senso della loro violenza controllata. È una forma di resistenza all’oblomovismo contemporaneo: per fruirne bisogna alzarsi, partecipare, esporsi. Ma allo stesso tempo i dischi non offrono soluzioni.
Non indicano una via d’uscita.
Fotografano il collasso emotivo con lucidità spietata.
Se siamo andati oltre Ballard, è perché la fantascienza distopica non basta più a descrivere la normalità. La distorsione non è più metafora, è ambiente. In questo senso, i due album funzionano come specchi deformanti che però restituiscono un’immagine più vera di quella patinata dei feed sociali. L’assenza di melodie consolatorie, la frammentazione delle strutture, la densità sonora sono traduzioni artistiche di un tempo storico in cui la linearità è saltata e la fiducia è corrosa.
Eppure, paradossalmente, proprio in questa onestà brutale si intravede una forma minima di speranza: non quella ingenua dell’amore che basta, né quella passiva dell’attesa oblomoviana, ma quella che nasce dal riconoscimento del problema.
Dire che siamo nella merda non è compiacimento nichilista, è il primo passo per smettere di fingere che vada tutto bene.
Oblomovismo e Love Is Not Enough sono colonne sonore di questa presa di coscienza, dischi che trasformano l’impotenza in suono e il suono in atto.
Non cambiano il mondo, ma rifiutano di addormentarsi.
E in un’epoca che premia l’inerzia travestita da opinione, forse è già qualcosa.




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