venerdì 29 maggio 2026

Looking back Italia: Alice - Il sole nella pioggia (1989)


Nel panorama della canzone d'autore e della musica d'avanguardia in Italia la fine degli anni ottanta ha rappresentato un momento di profonda transizione in cui la densità dell'elettronica da studio ha cominciato a fondersi con una ricerca spirituale e sonora sempre più globale ed eterea.
In questo preciso punto di intersezione si colloca una delle opere più straordinarie e geometricamente perfette della discografia di Carla Bissi in arte Alice che nel millenovecentottantanove dà alle stampe Il sole nella pioggia un disco che non solo ridefinisce i confini del suo percorso artistico ma si impone come un unicum senza tempo capace di proiettare la canzone italiana in una dimensione europea e internazionale assolutamente inedita. 
Quest'opera si manifesta come un viaggio sonoro di rara intensità emotiva e intellettuale dove la forma canzone si dilata fino a diventare un paesaggio astratto, una tela liquida in cui i silenzi contano quanto le note e le parole si trasformano in formule mantriche e invocazioni mistiche volte a esplorare l'invisibile e le pieghe più recondite dell'anima umana. 
La grandezza di questo progetto risiede prima di tutto nella lungimiranza della sua architettura produttiva, curata da Francesco Messina e Marco Liverani, e nella straordinaria capacità di Alice di catalizzare attorno alla propria voce e alla propria visione artistica un consesso di musicisti di livello planetario, trasformando l'album in un laboratorio di sperimentazione transnazionale dove le identità individuali dei singoli interpreti si fondono in un disegno collettivo di assoluto rigore formale. 
Per comprendere appieno la genesi e la portata estetica di un simile capolavoro è necessario analizzare la profonda trama di connessioni e le affinità elettive che legano questo lavoro alle sonorità più colte della scena d'oltremanica e in particolar modo all'universo poetico e musicale di David Sylvian la cui ombra nobile e il cui magistero stilistico pervadono l'intera opera non attraverso una sterile imitazione calligrafica, ma mediante una profonda assimilazione di un'etica del suono fondata sulla sottrazione, sull'eleganza formale e sulla costante tensione verso il sacro. 
Non è un caso infatti che il nucleo pulsante dei musicisti chiamati a dare corpo alle intuizioni di Alice provenga direttamente dall'universo artistico del musicista britannico, a cominciare dalla sezione ritmica e dalle tastiere che vedono la presenza fondamentale di due membri cardine dei Japan, ovvero il batterista Steve Jansen e il tastierista Richard Barbieri i quali, con il loro tocco inconfondibile, portano in dote un sound fatto di percussioni ipnotiche e di trame sintetiche avvolgenti e oblique che evocano immediatamente le atmosfere rarefatte di album epocali come Brilliant Trees o Secrets of the Beehive.


 La presenza di Jansen e Barbieri non si limita a un semplice contributo tecnico ma configura una vera e propria direzione estetica in cui il ritmo perde la sua funzione meramente metronomica per farsi respiro, pulsazione organica e battito vitale mentre i sintetizzatori abbandonano le spigolosità del pop elettronico dei primi anni ottanta per tradursi in acquerelli sonori, in nebbie sottili, in rifrazioni luminose che avvolgono la voce di Alice in un abbraccio caldo e misterioso. 
A questo nucleo fondamentale si affiancano altre personalità straordinarie della musica d'avanguardia internazionale come il trombettista Jon Hassell inventore del concetto di Fourth World music la cui tromba trattata con l'eco e con il delay soffia come un vento del deserto tra le maglie dei brani creando suggestioni etniche e futuristiche, al tempo stesso capaci di cancellare ogni coordinata geografica predefinita per situare l'ascolto in un non-luogo dell'anima. 
La lista dei collaboratori si arricchisce ulteriormente con la presenza eccezionale di Peter Hammill leader storico dei Van der Graaf Generator che interviene nel brano di chiusura Now and Forever offrendo la sua voce drammatica e le sue intuizioni armoniche in un duetto di raggelante bellezza e con il flautista turco Kudsi Erguner che con il suo ney introduce echi profondissimi di misticismo sufi e di melodie mediorientali ampliando ancora di più lo spettro culturale dell'album verso una world music colta e visionaria. 
Non meno importante è il contributo della chitarra di Dave Gregory degli XTC il cui uso dell'E-Bow crea linee melodiche infinite e fluttuanti che sembrano archi distanti o grida di uccelli in volo legandosi perfettamente al tessuto polifonico della composizione e dimostrando una sensibilità esecutiva che solo i più grandi maestri del rock obliquo sanno possedere. 
Anche sul fronte italiano l'album mobilita eccellenze assolute come il trombettista Paolo Fresu che regala spunti di un lirismo struggente nel brano Cieli del nord, il bassista Stefano Cerri il cui tocco fluido sostiene le architetture più complesse, e il percussionista Nino Lali Piccoli che con le sue tablas introduce elementi della tradizione classica indiana contribuendo a quella stratificazione culturale che fa del disco un vero manifesto di musica globale ante litteram. 


Alice & Peter Hammill

Tutta questa incredibile ricchezza strumentale ed esecutiva non risulta mai sovraccarica o fine a se stessa poiché è costantemente posta al servizio di una scrittura compositiva altissima che vede in Juri Camisasca l'autore principale di ben cinque tracce dell'album.
Un Camisasca che in quel periodo viveva una profonda esperienza di isolamento e di ricerca spirituale all'interno di un monastero benedettino e le cui composizioni recano impresso il sigillo di una ascesi mistica e di una purezza poetica che si sposano perfettamente con la vocalità ieratica e profonda di Alice. 
Il brano di apertura che dà il titolo all'intero lavoro si presenta immediatamente come una dichiarazione d'intenti e come una vera e propria suite di pop spirituale in cui la batteria circolare e iper-precisa di Steve Jansen stabilisce un tempo ipnotico su cui si innestano i ricami chitarristici di Dave Gregory e la tromba liquida di Jon Hassell mentre le tastiere di Richard Barbieri creano uno sfondo cangiante che riproduce visivamente e acusticamente l'ossimoro del titolo ovvero la compresenza della luce solare e della pioggia purificatrice. 
La voce di Alice si muove con assoluta sovranità in questo spazio sonoro esplorando il registro grave con una sensualità trattenuta e spirituale per poi elevarsi verso vette di assoluta limpidezza mentre canta versi di Camisasca che evocano immagini di rigenerazione cosmica, di superamento della dualità, e di fusione con l'assoluto, in un'atmosfera che risente fortemente dell'influenza della filosofia orientale e del misticismo cattolico più eterodosso. 
Con Cieli del nord l'album si sposta verso latitudini ancora più interiori e nordiche dove la melodia composta da Alice insieme a Marco Liverani si sviluppa come un canto di solitudine e di contemplazione dei paesaggi interiori, e la tromba di Paolo Fresu si inserisce in questo ordito con note lunghe e malinconiche che sembrano provenire dai fiordi norvegesi o dalle brughiere scozzesi, dialogando costantemente con le trame elettroniche di Richard Barbieri e creando un cortocircuito affascinante tra la solarità mediterranea della voce e la fredda luce zenitale dell'arrangiamento. 
Questo brano in particolare evidenzia la profonda consonanza spirituale con la poetica di David Sylvian specialmente quello di brani come Before the Bullfight o Laughter and Forgetting dove il jazz si contamina con l'ambient music e la musica da camera, in una sintesi di raggelante perfezione formale in cui ogni nota sembra pesata sulla bilancia dell'anima e nessun elemento è lasciato al caso o alla pura esibizione virtuosistica. 

David Sylvian

Visioni prosegue lungo questo cammino di esplorazione interiore con un andamento quasi liturgico supportato dal basso solido di Stefano Cerri e dalle tastiere che simulano archi antichi e moderni al tempo stesso mentre le manipolazioni sonore di Jon Hassell creano un contrappunto di suoni alieni e familiari che amplificano il senso di meraviglia e di smarrimento di fronte al mistero dell'esistenza e della percezione. 
In Tempo senza tempo la scrittura di Camisasca si fa ancora più essenziale e radicale eliminando ogni sovrastruttura per concentrarsi sul concetto dell'eterno presente e sulla sospensione del divenire cronologico, un tema che Alice interpreta con una recitazione cantata di straordinaria efficacia in cui la precisione sillabica si fa preghiera e la ritmica sotterranea di Jansen funge da orologio interiore che scandisce un tempo non lineare ma circolare. 
Uno dei vertici emotivi e melodici dell'album è indubbiamente rappresentato da Le ragazze di Osaka un brano firmato da Francesco Messina Eugenio Finardi e Luca Madonia che si distacca parzialmente dal misticismo camisaschiano per abbracciare una narrazione più metropolitana ed esistenziale ma che nell'arrangiamento curato da Jan Maidman e Steve Jansen trova una veste sonora di assoluto splendore internazionale. 
Le tastiere di Barbieri qui disegnano trame di una delicatezza estrema che evocano le atmosfere giapponesi tanto care alla cinematografia di Ozu o alle composizioni di Ryuichi Sakamoto partner artistico storico proprio di Sylvian, e la voce di Alice si fa interprete di una malinconia universale cantando la distanza, l'incomunicabilità, e il fascino discreto di un oriente ideale in cui i sentimenti si nascondono dietro la grazia dei gesti e il silenzio dei rituali quotidiani. 
La seconda parte dell'album si apre con la brevissima e folgorante Orléans, un brano tradizionale francese arrangiato originariamente da David Crosby, che Alice esegue quasi interamente a cappella con il solo sostegno di un campione d'onda sinusoidale curato da Pino Pischetola e che dimostra l'assoluta purezza del suo strumento vocale capace di farsi antico e contemporaneo al tempo stesso, di rievocare il canto gregoriano e la polifonia rinascimentale proiettandoli nel cuore della modernità tecnologica più avanzata. 


Subito dopo Anìn a grîs riporta l'ascolto verso una dimensione di recupero delle radici culturali e linguistiche locali essendo un brano cantato interamente in lingua friulana, scritto da Maria Grazia Di Gleria e Marco Liverani, in cui la chitarra acustica di Guarnerio e l'E-Bow di Dave Gregory cullano la voce di Alice in una ninna nanna arcaica e dolcissima, che dimostra come la world music in questo album non sia un'operazione di facciata o un esotismo da cartolina, ma una ricerca profonda delle risonanze comuni tra il folklore locale e le avanguardie internazionali. 
Questo brano dimostra la straordinaria intuizione di Alice nel capire che il dialetto o la lingua minoritaria, se sottratti alla macchietta folkloristica, possono diventare veicoli di una poesia universale e universamente accessibile grazie alla forza evocativa dei suoni e alla sacralità della parola cantata, che si fa carne e spirito oltre ogni barriera linguistica. 
Con L'era del mito si ritorna alla scrittura visionaria di Juri Camisasca e qui le sonorità dell'album toccano vette di sperimentalismo etnico di straordinaria suggestione grazie all'uso combinato delle percussioni di Gilson Silveira e di Alice stessa, delle tablas di Nino Lali Piccoli, e dei sintetizzatori programmati da Roberto Baldi e Richard Barbieri, il quale regala un assolo di Prophet V di rara obliquità. 
Il brano evoca un'età dell'oro perduta, un tempo in cui l'uomo viveva in perfetta armonia con gli dei e con i ritmi della natura, e la performance vocale di Alice si fa sacerdotale, ieratica, quasi sciamanica guidando l'ascoltatore attraverso un rituale di purificazione sonora che culmina in un finale di grande densità percussiva ed elettronica, in cui il passato più remoto e il futuro più fantascientifico si fondono in un eterno presente. 
Le baccanti ispirato all'omonima tragedia di Euripide rappresenta forse il fulcro concettuale del disco, un brano di una potenza drammatica e visionaria impressionante, dove la tromba di Jon Hassell e il flicorno di Franz Backmann creano un tessuto armonico di sapore espressionista, su cui Alice distende un canto teso nervoso e al contempo geometrico ed elegantissimo, che esplora il conflitto eterno tra la ragione apollinea e l'istinto dionisiaco, tra l'ordine sociale e la forza primordiale della natura e del sacro. La chiusura del disco è affidata allo struggente capolavoro Now and Forever scritto interamente da Peter Hammill che qui canta e suona le tastiere accanto ad Alice in un duetto che rimane tra le cose più alte mai registrate nella storia della musica pop europea. 
L'introduzione del brano è affidata al flauto ney di Kudsi Erguner che con le sue note soffiate e cariche di una malinconia millenaria introduce l'ascoltatore in uno spazio di meditazione assoluta nel quale le voci di Alice e Hammill si intrecciano si rincorrono, si fondono e si separano esprimendo la fragilità e la bellezza dei legami umani e la tensione costante verso un'eternità che trascende il tempo e lo spazio.


Now and Forever non è solo una canzone ma è un testamento spirituale e artistico che sigilla un album perfetto, nel quale ogni elemento ha trovato la sua esatta collocazione in un disegno superiore che supera la somma delle singole parti. 
Analizzando la struttura globale de Il sole nella pioggia emerge con assoluta chiarezza come questo disco rappresenti un punto di non ritorno per la carriera di Alice, la quale abbandona definitivamente i panni della cantante pop di successo, che pure le avevano dato la celebrità nei primi anni ottanta con brani come Per Elisa o Messaggio, per abbracciare lo status di artista totale, di ricercatrice vocale e spirituale capace di dialogare alla pari con i massimi esponenti dell'intellighenzia musicale mondiale. 
In questo senso la vicinanza estetica a David Sylvian non è solo una questione di timbri o di collaboratori condivisi ma riguarda una vera e propria filosofia dell'arte intesa come cammino interiore, come ascesi, come rifiuto del compromesso commerciale a favore di una totale onestà espressiva. 
Come Sylvian, che dopo i trionfi pop con i Japan aveva intrapreso un cammino solitario di spogliazione e di ricerca verso forme musicali sempre più astratte e vicine al silenzio e alla musica ambient, così Alice compie con questo album un salto quantico che la allontana dalle logiche del mercato discografico italiano dell'epoca per posizionarla in una sfera di assoluta indipendenza e di respiro europeo. 
Le sonorità speciali di questo lavoro sono il frutto di una sapiente e allora pionieristica fusione tra acustico ed elettronico, tra campionamenti digitali e strumenti etnici suonati dal vivo, in cui la tecnologia dell'epoca come il campionatore Emu III o il sintetizzatore Prophet V non viene usata per creare suoni geometrici e freddi, ma per dilatare lo spazio acustico, per creare spessore, per generare calore e mistero attorno alle note. 
La world music che attraversa l'intero disco non ha nulla a che vedere con l'appropriazione superficiale di ritmi esotici che andava di moda in quegli anni ma è una world music dello spirito, un'esplorazione dei suoni ancestrali e delle tradizioni sacre di popoli diversi, che trovano un punto di convergenza nella sensibilità contemporanea dell'artista. 
Che si tratti delle tablas indiane, del flauto ney turco, della tromba d'avanguardia di Jon Hassell o della lingua friulana, ogni elemento è integrato in un linguaggio transnazionale che parla direttamente all'inconscio dell'ascoltatore superando le barriere del tempo e della geografia. 
Un ruolo fondamentale in questa alchimia sonora è svolto senza dubbio dall'ingegneria del suono e dal mixaggio affidati a personalità del calibro di Steve Jansen, Richard Barbieri, e Pino Pischetola che presso i Condulmer Studio e i Logic Studio sono riusciti a creare una spazialità sonora straordinaria in cui la voce di Alice è posizionata al centro esatto di un palcoscenico tridimensionale dove ogni percussione, ogni linea di basso, ogni ricamo di tastiera, gode di una definizione e di una nitidezza acustica eccezionali, che rendono l'ascolto dell'album, un'esperienza sensoriale avvolgente e quasi tattile. 
La voce stessa di Alice in questo album si evolve ulteriormente diventando uno strumento versatile e polimorfo, capace di passare dalla declamazione teatrale al sussurro confidenziale, dal canto spiegato e lirico, all'invocazione mantrica, dimostrando un controllo tecnico e una maturità espressiva che la pongono ai vertici della vocalità contemporanea non solo italiana. 
La critica dell'epoca accolse l'album con unanime ammirazione riconoscendovi lo statuto di capolavoro assoluto e di pietra miliare della nostra musica, e a distanza di decenni Il sole nella pioggia non ha perso un'oncia della sua forza profetica, della sua freschezza sonora e della sua capacità di emozionare e di far riflettere l'ascoltatore attento. 
Questo disco dimostra che è possibile fare musica di altissimo livello concettuale e spirituale senza rinunciare alla bellezza della melodia e all'eleganza della forma canzone, e rimane come un monumento alla libertà artistica di una donna e di un'interprete che ha saputo guardare oltre l'orizzonte del proprio tempo per regalarci un'opera destinata a splendere per sempre nel firmamento della musica mondiale. La straordinaria coerenza interna dell'album si riflette anche nella scelta dell'artwork curato da Polystudio che con la sua grafica essenziale ed elegante anticipa visivamente il contenuto sonoro del disco proponendo un'immagine di sobria e aristocratica purezza che si distacca nettamente dalle estetiche vistose e sature degli anni ottanta per inaugurare un nuovo decennio all'insegna del rigore e della spiritualità. 
Riascoltare oggi Il sole nella pioggia significa immergersi in un fiume di suono che scorre placido e profondo lontano dalle frenesie del consumo immediato, significa riscoprire il valore del tempo della pazienza costruttiva e della cura del dettaglio che solo i grandi maestri sanno infondere nelle loro opere ed è per questo che il disco non invecchia ma continua a parlarci con la stessa urgenza e la stessa chiarezza di allora indicandoci una via possibile per una musica che sia al contempo colta e popolare profonda e accessibile terrena e divina. 
Il sole nella pioggia resta l'esempio perfetto di come la canzone italiana abbia saputo in un momento di grazia assoluta liberarsi dai propri provincialismi per dialogare con le avanguardie più nobili del pianeta, non per inseguire una moda ma per rispondere a un'intima necessità di bellezza e di verità che Carla Bissi ha saputo tradurre in note e parole destinate a sfidare l'eternità, e a rimanere impresse nella memoria collettiva di chiunque ami la musica come forma d'arte suprema e specchio fedele dell'infinito che risiede in ciascuno di noi.

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