Per comprendere l’essenza ultima degli Squallor occorre innanzitutto operare una necessaria sospensione del giudizio critico tradizionale. Approcciarsi alla loro produzione con le classiche categorie analitiche della sociologia della musica o della storiografia culturale significa mancare sistematicamente il bersaglio di una traiettoria artistica che ha deliberatamente scelto la scomposizione del linguaggio come propria cifra stilistica fondamentale.
Dunque, se proviamo a chiederci chi fossero veramente gli Squallor, ci scontriamo subito con la natura proteiforme di un collettivo che ha saputo incarnare le contraddizioni più viscerali dell’Italia tra gli anni Settanta e gli Ottanta, muovendosi con un’agilità tattica che li ha resi inafferrabili sia ai critici impegnati sia ai moralisti di ogni risma.
Per rispondere alla domanda se fossero anarchici, qualunquisti, conservatori o semplicemente goliardi, dobbiamo guardare alla genesi del progetto, nato nelle stanze dei bottoni della discografia italiana per mano di autentici pesi massimi del settore come Giancarlo Bigazzi, Totò Savio, Daniele Pace, Alfredo Cerruti ed Elio Gariboldi.
Questi personaggi operavano su due binari paralleli: scrivevano successi melensi e rassicuranti per i grandi interpreti della musica leggera nazionalpopolare e, al contempo, liberavano in studio di registrazione tutto il loro nichilismo represso attraverso la creazione di personaggi grotteschi e storie al limite dell’assurdo che non avrebbero mai potuto trovare spazio nel mercato mainstream ufficiale, ma che contenevano una carica eversiva infinitamente superiore a gran parte del cantautorato politico coevo.
In quest'ottica, è possibile leggere l'intera opera degli Squallor come una vera e propria manifestazione situazionista.
Essi agivano dall'interno del sistema discografico, stravolgendo sistematicamente i prodotti musicali che spesso avevano contribuito a creare, proprio per ribaltarne il significato e diffondere il loro messaggio corrosivo.
Utilizzavano le stesse strutture produttive che rendevano "accettabile" la musica leggera per iniettare una critica radicale che, proprio perché inserita in un contesto di apparente normalità, risultava ancora più destabilizzante.
Se volessimo definirli anarchici, dovremmo intenderli nell'accezione nichilista del termine, ovvero come portatori di una distruzione del senso che non mira alla costruzione di una nuova società utopica, ma alla demolizione sistematica di ogni residuo di buon senso borghese e di ogni ipocrisia linguistica. Attraverso questa tecnica di capovolgimento situazionista, essi trasformavano le canzoni d’amore in parodie oscene e il linguaggio della televisione in un flusso ininterrotto di turpiloquio e cinismo, svelando la vacuità dei messaggi mediatici del tempo.
In questo senso, gli Squallor sono stati i più grandi sovvertitori del sistema proprio perché ne erano parte integrante: ne conoscevano perfettamente i meccanismi di produzione del consenso e i limiti della censura, che sistematicamente violavano con una consapevolezza tecnica disarmante.
Sarebbe tuttavia riduttivo incasellarli solo nel campo dell’anarchismo, poiché emerge in loro una vena di qualunquismo che non è ingenuità, ma scelta metodologica.
Di fronte alla complessità degli "anni di piombo" e alla polarizzazione estrema dello scontro ideologico, l’aver scelto il territorio del non-senso e della battuta ha rappresentato una forma radicale di rifiuto della partecipazione al "gioco delle parti".
In un’epoca in cui il linguaggio si faceva arma di battaglia politica, loro hanno preferito essere i clown grotteschi che ridevano di tutti indistintamente, colpendo con la stessa ferocia il potente di turno, il democristiano impomatato, il sessantottino fanatico e il perbenismo cattolico, trasformando l’Italia in un grande teatro delle maschere in cui nessuno si salva e in cui la risata è l’unico atto di sopravvivenza possibile.
Inoltre, pur utilizzando i cliché della società patriarcale e maschilista per costruire i propri sketch, ne hanno operato di fatto una decostruzione corrosiva. Hanno trasformato quegli stessi stereotipi in parodie così spinte da far apparire ridicola la visione del mondo che avrebbero dovuto rappresentare.
In questo processo di esagerazione iperbolica, gli Squallor non hanno rafforzato lo status quo, ma lo hanno esposto nella sua nudità più volgare e deprimente, rendendo impossibile qualsiasi forma di identificazione seria con i personaggi portati in scena da Alfredo Cerruti o dalla voce inimitabile di Daniele Pace.
Infine, ridurre tutto a semplice goliardia sarebbe l’errore più grave di tutti. Se è vero che la loro produzione è intrisa di un umorismo viscerale tipico della tradizione cabarettistica italiana, è altrettanto vero che dietro la risata sguaiata si nascondeva un’intelligenza affilata, capace di decodificare il cambiamento dei consumi culturali del paese meglio di qualsiasi saggio accademico.
Gli Squallor erano chirurghi del costume che operavano a cuore aperto una nazione che stava perdendo la propria innocenza per tuffarsi a capofitto nell’edonismo reaganiano.
La loro eredità non risiede tanto nell’aver creato un genere, quanto nell’aver insegnato al pubblico che il linguaggio è una costruzione fragile, manipolabile e stravolgibile per rivelare verità inquietanti che la musica "seria" non osava nemmeno sussurrare.
Analizzando la loro discografia, da Troia del 1973 fino alle ultime prove degli anni Novanta, si nota un’evoluzione costante nel metodo di decostruzione. Si parte da una critica più diretta alla musica leggera per arrivare a una costruzione narrativa complessa, fatta di frammenti radiofonici, interviste impossibili e personaggi ricorrenti come Pierpaolo.
Questi diventano icone di un mondo sotterraneo che viveva parallelamente alla storia ufficiale, quella dei telegiornali e della politica spettacolo, che gli Squallor osservavano dal loro osservatorio privilegiato: lo studio di registrazione.
Probabilmente la risposta definitiva alla nostra domanda su chi fossero realmente gli Squallor sta nel fatto che essi erano tutto questo contemporaneamente.
Proprio per questo non erano nessuno in particolare: erano l’incarnazione dello spirito stesso di un’epoca caratterizzata dal cinismo necessario per non impazzire di fronte alla cronaca nera e alla vacuità culturale dilagante.
La loro forza risiedeva nella capacità di restare outsider pur essendo interni ai meccanismi del business musicale; una posizione che ha permesso loro una libertà creativa totale, al riparo dai dogmi dell'underground così come da quelli del mainstream.
Potevano permettersi di essere insopportabilmente volgari e profondamente geniali nello stesso istante.
La loro goliardia era una maschera tattica, un cavallo di Troia per introdurre nella casa degli italiani una critica radicale che, se proposta con i crismi della serietà, avrebbe generato un rifiuto immediato. Somministrata sotto forma di canzonaccia sguaiata, veniva invece assimilata da milioni di persone. Questa è la vera cifra degli Squallor: aver agito come agenti destabilizzanti camuffati da intrattenitori di serie B.
Un’operazione di disturbo capillare che ha avuto effetti profondi sul modo in cui l’ironia è stata usata nella cultura di massa italiana, influenzando generazioni di comici e autori.
Chi oggi prova a studiare il fenomeno Squallor si imbatte in una massa informe di riferimenti alla cultura pop, spazzatura televisiva, tic linguistici dialettali e citazioni colte che si mescolano in un magma indistinto. Non c’è bisogno di etichettarli, perché la loro grandezza sta proprio nella negazione di qualsiasi etichetta e nella rivendicazione di un diritto al caos. In un’Italia ossessionata dalla forma, il loro approccio ha rappresentato un atto di libertà pura e incondizionata.
Ascoltare oggi brani come 38 Luglio o Cornutone significa confrontarsi con un’architettura del paradosso che non invecchia, perché le dinamiche umane che gli Squallor esploravano — la frustrazione, il tradimento, l’avidità, la libidine repressa e l’incomunicabilità — sono immutabili. Trattare questi temi senza mai cadere nella retorica, esaltandone anzi la dimensione più meschina, li rende ancora oggi un oggetto di studio imprescindibile per chiunque voglia comprendere le viscere dell’identità italiana, al di là della facciata rassicurante.
In definitiva, gli Squallor sono stati gli unici veri anarchici in un paese che ha sempre preferito la menzogna rassicurante alla verità sgradevole. Per farlo, hanno adottato la maschera del qualunquista, dell’uomo qualunque che non crede in nulla, per colpire più a fondo nel cuore del sistema.
Questa strategia di mimetizzazione è stata talmente efficace che ancora oggi ci si interroga se fossero dei geni incompresi o dei cinici opportunisti.
La risposta è che erano entrambi, senza contraddizione.
In un mondo dominato dal "pensiero unico", la forma più alta di resistenza è quella di non essere mai uguali a se stessi, di mutare continuamente pelle.
L'eredità degli Squallor non è un corpus di canzoni, ma un’attitudine: una resistenza al senso comune che passa attraverso la decostruzione del linguaggio.
Con la pazienza di artigiani del ridicolo e la ferocia di veri nichilisti dell’anima, erano pronti a bruciare i ponti dietro di sé dopo ogni singola uscita discografica, lasciando una scia di stupore, sdegno e ammirazione. Il vero atto di sovversione situazionista consiste nel non lasciare che la realtà ci definisca, ma nell'imporsi sulla realtà attraverso la risata, l'unica arma in grado di distruggere ogni monumento alla falsa coscienza collettiva. Sebbene molti abbiano provato a imitarli, nessuno è mai riuscito a raggiungere la profondità dell'abisso in cui gli Squallor si tuffavano quotidianamente per riportare in superficie le scorie della nostra anima collettiva, per poi servircele in un piatto condito con una risata amara che ci lasciava un retrogusto di inquietudine.
Questo è il segno distintivo di ogni opera d'arte autenticamente sovversiva: non si limita a compiacere lo spettatore, ma lo costringe a guardarsi allo specchio e a vedere quanto di quell'assurdità e di quella volgarità descritte nelle canzoni appartenga in realtà a lui stesso e alle sue piccole meschinità quotidiane. Smascherando così il grande inganno del decoro e della moralità pubblica, che spesso non è altro che una vernice sottile, gli Squallor giocavano costantemente con il limite, rendendo il confine tra il lecito e l'illecito, tra il comico e il tragico, totalmente evanescente.
Alla fine di ogni ascolto, non restava che la consapevolezza che il mondo è un teatro di follia in cui l'unica posizione possibile è quella di osservatori distaccati che ridono di tutto, perché sanno che in fondo non c'è nulla di veramente serio da prendere sul serio, se non la propria libertà di pensiero.
Una libertà che gli Squallor hanno rivendicato fino all'ultimo giorno, con una coerenza spaventosa che li rende forse i personaggi più integri del panorama culturale italiano del secondo Novecento.



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