Ripercorrere l'uscita e l'impatto di 17 Re dei Litfiba significa immergersi in un crocevia fondamentale della storia culturale, politica e musicale del nostro Paese, un'opera titanica pubblicata nel dicembre del 1986 che ha saputo ridefinire i confini del rock cantato in italiano, elevandolo a dignità letteraria e sonora internazionale.
Per comprendere appieno la portata di questo doppio album, pietra miliare della cosiddetta "trilogia del potere" insieme al precedente Desaparecido e al successivo Litfiba 3, è necessario prima di tutto sintonizzarsi sulle frequenze di un'Italia che, nella seconda metà degli anni Ottanta, stava drammaticamente e magneticamente voltando pagina rispetto al decennio precedente.
Il 1986 non era più il tempo delle ideologie granitiche e delle piazze infuocate degli anni Settanta, ma non era ancora il deserto edonistico, televisivo e patinato dei favolosi anni Ottanta da bere, dominati dai quiz di Mike Bongiorno, dalle neonate reti commerciali di Silvio Berlusconi e da un benessere diffuso ma spesso superficiale che avrebbe segnato la fine del decennio.
L'Italia di metà decennio viveva una sorta di sospensione metropolitana e sotterranea, divisa tra la spinta modernizzatrice verso un'Europa che sembrava correre veloce e le scorie di un malessere sociale profondo, fatto di periferie grigie, disoccupazione giovanile, la piaga dilagante dell'eroina che decimava le comunità urbane e una crescente alienazione che colpiva i giovani costretti a fare i conti con un futuro incerto e privo di punti di riferimento stabili.
È in questo scenario che Firenze, e in particolare l'area creativa legata all'etichetta indipendente I.R.A. Records, ai laboratori autogestiti e ai locali di culto come il Tenax, si trasforma nella capitale occulta di una controcultura viscerale, capace di attrarre energie creative da tutta la penisola e di fonderle in un calderone unico di arte, musica e dissenso estetico.
I Litfiba — formati da Piero Pelù alla voce, Federico "Ghigo" Renzulli alle chitarre, Gianni Maroccolo al basso, Antonio Aiazzi alle tastiere e Ringo De Palma alla batteria, con la complicità fondamentale e occulta di Francesco Magnelli — raccolgono le istanze della new wave e del post-punk britannico di band come Joy Division, Bauhaus, Cure e Siouxie and the Banshees, ma le impregnano di una mediterraneità oscura, di suggestioni letterarie decadenti, di romanticismo nero e di un'urgenza espressiva tutta italiana che rifugge qualsiasi imitazione scolastica per farsi carne viva.
Quando 17 Re arriva nei negozi sotto forma di un ambizioso e folle doppio LP contenente sedici tracce, il mercato discografico nazionale, ancora rigidamente ancorato alla forma canzone sanremese, al pop leggero d'autore o ai residui del cantautorato politico più ortodosso, viene letteralmente scosso da un terremoto sonoro senza precedenti.
La scelta coraggiosa di autoprodursi, di mantenere il totale controllo artistico e di insistere sulla lingua italiana — rifiutando la facile scorciatoia dell'inglese che all'epoca sembrava l'unico passaporto per la credibilità rock — rappresenta un atto di straordinaria arroganza creativa e di lucida consapevolezza politica, la dimostrazione che si poteva costruire un immaginario epico e universale partendo dalle proprie radici linguistiche e geografiche.
I testi del disco non fanno sconti e rifuggono la retorica militante di facciata per rifugiarsi in un simbolismo e in un astrattismo visionario che parlano direttamente alla pancia di una generazione disorientata, schiacciata tra il conformismo dilagante e la paura di un futuro atomico e incerto, suggellata drammaticamente, proprio in quei mesi, dalla catastrofe nucleare di Černobyl', i cui riverberi psicologici ed ecologici attraversano trasversalmente le atmosfere apocalittiche e claustrofobiche dell'album.
Brani come Resta, Re del silenzio, Vendetta, Tango, Gira nel mio cerchio e la celeberrima Apapaia costruiscono un affresco sonoro stratificato, dove il basso ipnotico, pulsante e geometrico di Maroccolo guida trame ritmiche tribali e psichedeliche, le tastiere di Aiazzi dipingono atmosfere ora gelide ora barocche e orchestrali, le chitarre taglienti e desertiche di Renzulli scolpiscono muri di suono e fendenti spigolosi, mentre la voce di Piero Pelù oscilla con straordinaria versatilità tra l'invettiva sciamanica, il declamo teatrale e il lamento dolente, incarnando perfettamente la figura del dandy maledetto e del tribuno metropolitano.
L'intero concept dell'album ruota attorno al tema del potere, inteso non solo nella sua accezione politica istituzionale o totalitaria, ma declinato in tutte le sue forme subdole: il potere sui corpi, il potere economico, il controllo sociale, la manipolazione mediatica e la dittatura invisibile delle coscienze, temi che risuonano con una modernità spaventosa se rapportati alle derive della società contemporanea del Ventunesimo secolo.
All'epoca della sua uscita, la critica specializzata accolse l'opera con un misto di stupore e reverenza, comprendendo immediatamente di trovarsi di fronte a un monumento della musica italiana, sebbene il grande pubblico impiegasse del tempo a decifrare la complessità di un doppio album così ostico, denso e privo di facili concessioni commerciali. Le registrazioni, avvenute in condizioni spesso precarie ma cariche di tensione creativa, riflettono la volontà della band di esplorare territori sonori inesplorati, mescolando le urgenze del punk rock con le rarefazioni della musica ambient, le strutture ipnotiche del krautrock tedesco con le melodie dolenti di una tradizione popolare reinventata e filtrata attraverso il prisma della modernità industriale.
Ascoltare oggi 17 Re significa riaprire una capsula del tempo che custodisce l'anima più irrequieta, colta e visionaria del rock italiano, un disco che non cercava il consenso immediato delle classifiche o la rotazione radiotelevisiva rassicurante, ma che pretendeva di essere attraversato come un viaggio iniziatico e sciamanico in un mondo distopico, onirico e affascinante, dimostrando per sempre che anche nel Bel Paese si poteva fare musica totale, capace di dialogare alla pari con l'avanguardia internazionale senza mai perdere la propria identità maledetta, irripetibile e profondamente radicale.



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