lunedì 20 aprile 2026

Lo spaghetto di Marinetti

 

Cosa rappresenta per ogni italiano un bel piatto di pastasciutta? È una domanda che sembra semplice ma che, a ben vedere, racchiude un universo di significati, di memorie, di identità collettiva. La pastasciutta non è soltanto un alimento: è un rito quotidiano, è il centro simbolico della tavola familiare, è la materializzazione di un modo di vivere che intreccia gusto, convivialità e tradizione. 
Dalle cucine domestiche alle trattorie, dai pranzi della domenica alle improvvisazioni veloci, la pasta attraversa la vita degli italiani come un filo continuo, rassicurante e persistente. Non stupisce quindi che essa sia stata celebrata in ogni forma d’arte, dalla letteratura al cinema, fino a diventare icona popolare, come nella celebre scena di “Miseria e Nobiltà”, in cui Totò si abbuffa di spaghetti con una voracità quasi primordiale, arrivando persino a infilarli nelle tasche della giacca, in un gesto tanto comico quanto simbolico: la pasta come desiderio, come abbondanza, come rivalsa sociale. 
Eppure, proprio questo simbolo così radicato e amato diventa, all’inizio del Novecento, il bersaglio polemico di uno dei movimenti artistici più provocatori e iconoclasti della storia italiana: il Futurismo. Il 28 dicembre 1930 appare sulla Gazzetta del Popolo di Torino il Manifesto della cucina futurista, firmato da Filippo Tommaso Marinetti, già fondatore del Futurismo, e da Fillìa. Questo testo, che rappresenta un’evoluzione del precedente manifesto del 1920, si inserisce perfettamente nella poetica futurista fatta di rottura, velocità, esaltazione della modernità e rifiuto del passato. 
L’anno successivo, nel 1931, viene pubblicato anche il volume “La cucina futurista”, che raccoglie e amplia i principi espressi nel manifesto, proponendo una vera e propria rivoluzione del modo di concepire il cibo, la preparazione e il consumo dei pasti. Il primo punto del manifesto è forse il più clamoroso e scandaloso: “Contro la pastasciutta”
Non si tratta di una provocazione marginale, ma di un attacco frontale a uno dei pilastri della cultura italiana. 
 

Secondo i futuristi, infatti, la pastasciutta è responsabile di una serie di difetti morali e fisici che affliggerebbero il popolo italiano: fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica, neutralismo. 
In altre parole, la pasta non sarebbe soltanto un cibo, ma un vero e proprio fattore di decadenza nazionale. Questa posizione, per quanto paradossale possa apparire, va letta alla luce dell’ideologia futurista, che esalta l’energia, la velocità, l’aggressività e la capacità di azione, in contrapposizione a tutto ciò che è lento, statico, legato alla tradizione. 
La pastasciutta, con i suoi tempi di cottura, con la sua consistenza morbida e avvolgente, con il suo ruolo centrale nella dieta mediterranea, diventa il simbolo perfetto di un’Italia che i futuristi vogliono superare.
Non a caso, nel manifesto si sostiene che solo l’abolizione di questo alimento potrà rendere gli italiani più agili, più scattanti, più pronti ad affrontare le sfide del futuro e persino a vincere una possibile guerra. 
A questa motivazione di carattere quasi antropologico e psicologico si aggiunge anche una considerazione di tipo economico e politico: l’Italia, secondo i futuristi, dovrebbe liberarsi dalla dipendenza dal grano estero, che è alla base della produzione della pasta, per valorizzare invece la propria industria risicola. 
Il riso, più leggero e più “moderno”, diventa così il simbolo di una nuova alimentazione nazionale, in linea con le esigenze di autosufficienza e di progresso. 
Ma la critica alla pastasciutta è solo il punto di partenza di una visione molto più ampia e radicale della cucina. L’arte culinaria futurista si propone infatti di reinventare completamente il modo di concepire il cibo, trasformandolo in un’esperienza multisensoriale, in cui non contano soltanto il gusto e la nutrizione, ma anche la vista, l’olfatto, il tatto e persino l’udito. 
I futuristi vogliono liberare la cucina dalla sua dimensione puramente utilitaria e tradizionale, elevandola a forma d’arte totale, capace di coinvolgere tutti i sensi e di stimolare l’immaginazione. In questo contesto, i sapori tradizionali vengono messi in discussione e sostituiti da accostamenti inediti, spesso stravaganti e provocatori. 
Dolce e salato si mescolano, ingredienti lontani tra loro vengono combinati in modi sorprendenti, creando piatti che sono allo stesso tempo esperimenti gastronomici e manifestazioni artistiche. Non si tratta più di cucinare per nutrirsi, ma di creare esperienze sensoriali nuove, capaci di rompere le abitudini e di stimolare la mente. 

 


Un altro aspetto fondamentale della cucina futurista è l’attenzione alla forma, ai colori, ai profumi e all’architettura dei piatti. Il cibo deve essere bello da vedere, deve avere una composizione armoniosa o volutamente dissonante, deve suscitare emozioni ancora prima di essere assaggiato. 
I piatti diventano vere e proprie opere d’arte, in cui ogni elemento è studiato con cura, dalla disposizione degli ingredienti alla scelta dei colori, fino alla presentazione finale. 
Anche il modo di mangiare viene rivoluzionato: i futuristi propongono, ad esempio, l’abolizione della forchetta e del coltello, strumenti considerati ormai superati e limitanti. Al loro posto, si privilegia il contatto diretto con il cibo, che permette di coinvolgere il tatto e di rendere l’esperienza più immediata e intensa. 
Il contrasto tra caldo e freddo, tra consistenze diverse, diventa un elemento fondamentale per stimolare le sensazioni e rendere il pasto un momento dinamico e coinvolgente. Il manifesto non si limita a enunciare principi teorici, ma propone anche esempi concreti di ricette futuriste, caratterizzate da nomi fantasiosi e da combinazioni sorprendenti. Tra queste, spiccano il “Salmone dell’Alaska ai raggi del sole con salsa Marte” e la “Beccaccia al Monterosa salsa Venere”, piatti ideati dal primo cuoco del ristorante Penna d’Oca. 
Già dai nomi si intuisce l’intento di andare oltre la semplice cucina, creando un immaginario che richiama lo spazio, la natura, la tecnologia, in perfetta sintonia con l’estetica futurista. 
Queste ricette non sono pensate per essere replicate facilmente nelle cucine domestiche, ma piuttosto per stupire, per provocare, per far riflettere sul rapporto tra cibo e cultura. La cucina diventa così un terreno di sperimentazione artistica, in cui ogni piatto è un manifesto, un atto di rottura, una sfida alle convenzioni. 
Tuttavia, nonostante l’entusiasmo e la creatività dei futuristi, la loro battaglia contro la pastasciutta non ha avuto il successo sperato. La pasta ha continuato a essere il cuore della cucina italiana, resistendo a ogni tentativo di abolizione o di marginalizzazione. 
Questo fallimento, però, non deve essere interpretato come una semplice sconfitta, ma piuttosto come la dimostrazione della forza e della resilienza della tradizione. La pastasciutta, infatti, non è soltanto un alimento, ma un simbolo identitario profondamente radicato, capace di adattarsi ai cambiamenti senza perdere la propria essenza. 


Allo stesso tempo, l’esperienza della cucina futurista ha lasciato un’eredità importante, soprattutto per quanto riguarda l’attenzione all’estetica, alla sperimentazione e alla dimensione sensoriale del cibo. Molti degli elementi introdotti dai futuristi, come la cura per la presentazione dei piatti, l’uso di accostamenti insoliti, l’idea del cibo come esperienza multisensoriale, sono oggi parte integrante della cucina contemporanea, soprattutto in ambito gastronomico e di alta cucina. 
In questo senso, il manifesto futurista può essere visto come un precursore di molte tendenze attuali, anche se le sue posizioni più estreme, come l’abolizione della pastasciutta, sono rimaste confinate nel campo della provocazione. 
Il contrasto tra la tradizione rappresentata dalla pasta e l’innovazione proposta dai futuristi continua ancora oggi a essere un tema centrale nel dibattito gastronomico. Da un lato, c’è il desiderio di preservare le radici, di mantenere vive le ricette e i rituali che definiscono l’identità culturale; dall’altro, c’è la spinta verso la sperimentazione, verso la ricerca di nuovi linguaggi e nuove forme espressive. La cucina, come ogni forma d’arte, vive di questo equilibrio tra continuità e cambiamento, tra memoria e innovazione. In definitiva, la vicenda della pastasciutta e dei futuristi rappresenta un esempio emblematico di come il cibo possa diventare terreno di scontro ideologico, simbolo di valori e visioni del mondo. 
La pasta, con la sua apparente semplicità, si rivela così un elemento carico di significati, capace di suscitare passioni, polemiche, riflessioni. E forse è proprio questa sua capacità di andare oltre la dimensione puramente alimentare che ne spiega la straordinaria longevità e il suo ruolo centrale nella cultura italiana. 
I futuristi hanno cercato di distruggerla, di sostituirla, di ridimensionarne l’importanza, ma alla fine hanno contribuito, paradossalmente, a rafforzarne il mito, rendendola ancora più consapevole di sé, ancora più radicata nell’immaginario collettivo. 
Così, mentre le ricette futuriste restano come testimonianza di un’epoca di grande fermento creativo, la pastasciutta continua a essere, oggi come ieri, uno dei simboli più forti e riconoscibili dell’Italia nel mondo, capace di unire generazioni, territori e culture diverse sotto il segno di un piatto che, nella sua semplicità, racchiude una storia complessa e affascinante. 

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