
Ascoltare un album dei Sunn O))) significa collocare l’esperienza sonora in una dimensione che eccede la semplice estetica per avvicinarsi a una riflessione sull’ordine profondo del reale.
Ciò appare particolarmente pertinente nel caso del progetto musicale fondato alla fine degli anni Novanta da Stephen O'Malley e Greg Anderson, entrambi provenienti da una scena underground inizialmente legata al doom e al metal sperimentale ma progressivamente orientati verso una radicale riduzione del linguaggio musicale ai suoi elementi più essenziali, vale a dire la durata, la frequenza e la risonanza.
Ne è quindi derivata una poetica del drone che si nutre tanto di influenze metal quanto di minimalismo, musica contemporanea e tradizioni rituali, e che trova una delle sue espressioni più compiute proprio nel recente album Sunn O))), un’opera che si presenta come una sequenza di masse sonore lente e imponenti, prive di sviluppo melodico tradizionale ma estremamente ricche di microvariazioni interne.
Questi "monoliti" sonori, per la loro peculiare natura possono essere interpretate come analoghe alle strutture armoniche descritte da Platone nel Timeo, per nella quale il cosmo è descritto come costruito attraverso rapporti numerici che coincidono con gli intervalli musicali fondamentali, trasformando così l’universo intero in una sorta di armonia invisibile.
In questo senso, brani come “Richard”, con la sua apertura quasi impercettibile che si espande progressivamente fino a saturare lo spazio sonoro, o “NN O)))”, in cui la stratificazione delle frequenze basse genera un effetto di compressione e rarefazione simultanee, possono essere letti come tentativi di rendere percepibile questa dimensione primaria del suono, in cui la distinzione tra nota e rumore si dissolve a favore di una continuità vibratoria che avvolge l’ascoltatore, mentre composizioni come “Rabbit’s Revenge” introducono elementi vocali che, lungi dal riportare la musica a una forma narrativa o espressiva convenzionale, accentuano piuttosto la dimensione rituale e incarnata dell’esperienza, trasformando la voce in un ulteriore strato di risonanza che si intreccia con le chitarre amplificate fino all’estremo. Proprio questa insistenza sulla materialità del suono, sulla sua capacità di occupare lo spazio e di coinvolgere il corpo, permette di stabilire un parallelo con la concezione platonica dell’anima del mondo che, come riportato nell'opera Timeo, è costruita dal Demiurgo attraverso proporzioni matematiche analoghe a quelle musicali e funge da principio di connessione e armonizzazione tra le diverse parti del cosmo.
Analogamente, la musica dei Sunn O))) sembra operare come un campo di forze in cui le singole componenti non sono mai isolate ma sempre in relazione reciproca, generando un tessuto sonoro continuo che può essere percepito come una forma di unità dinamica.
Questa unità non è data una volta per tutte, ma emerge nel tempo attraverso un processo di ascolto che richiede attenzione e disponibilità a lasciarsi trasformare. L’orecchio infatti, abituato a riconoscere pattern ritmici e melodici, deve ricalibrarsi per cogliere le variazioni minime, le interferenze che costituiscono la vera sostanza di questa musica.
In tal senso, l’esperienza dell’ascolto dell'album può essere interpretata come una forma di "riaccordatura" dell’anima, in linea con l’idea platonica secondo cui la musica possiede una funzione terapeutica ed educativa, capace di ristabilire l’armonia interiore quando essa si è smarrita.
Tale processo è reso ancora più evidente nella dimensione live del gruppo, che nelle sue esibizioni utilizza volumi estremi, accordature ribassate e una presenza scenica quasi ieratica per creare un ambiente immersivo in cui il suono non è semplicemente ascoltato ma fisicamente percepito, trasformando il concerto in una sorta di rituale collettivo.
Anche se l’album non può riprodurre integralmente questa esperienza, riesce comunque a suggerirne la logica attraverso la gestione del tempo, che qui non è più una successione lineare di eventi ma una distensione quasi spaziale in cui il suono si deposita e si trasforma lentamente, richiamando la concezione platonica del tempo come immagine mobile dell’eternità.
In questo contesto, anche la biografia dei membri del gruppo acquista un significato particolare, poiché il percorso di O’Malley e Anderson può essere visto come una progressiva ricerca di essenzialità, un allontanamento dalle forme codificate del metal verso una pratica sonora che mette in discussione i confini stessi della musica; una pratica che, proprio per questo, si presta a essere interpretata in chiave filosofica come un tentativo di avvicinarsi a una dimensione originaria in cui suono, numero e essere coincidono.
Così, l’ascolto di “Sunn O)))” diventa un’esperienza che, pur partendo da un contesto culturale specifico, si apre a una riflessione più ampia sul rapporto tra percezione e struttura, tra individuo e cosmo, tra disordine apparente e ordine nascosto; e quando il suono si dissolve, lasciando dietro di sé solo una traccia nella memoria e nel corpo, resta la sensazione di aver attraversato non semplicemente un’opera musicale ma una soglia, come se per un istante fosse stato possibile intuire quella trama invisibile di rapporti che, secondo Platone, tiene insieme tutte le cose, e che nella vibrazione profonda dei Sunn O))) riaffiora non come idea, ma come esperienza.


Nessun commento:
Posta un commento