venerdì 9 gennaio 2026

David, where are you now?


La morte di David è stata una totale sorpresa, così come quasi tutte le altre cose che lo riguardavano. Sento un enorme vuoto adesso...Durante gli ultimi anni, con lui che viveva a New York ed io a Londra, i nostri scambi avvenivano tramite email...Ho ricevuto un’email da lui sette giorni fa. Era divertente e surreale come al solito, si annodava tra giochi di parole e allusioni e le solite cose che facevamo. Finiva con questa frase: ‘Grazie per i nostri bei momenti, brian, non svaniranno mai’. Ed era firmata ‘Dawn’ (Alba).
Realizzo solo adesso che mi stava dicendo addio.
(Brian Eno)

Diciamoci la verità, nessuno di noi pensava davvero che David Bowie potesse morire, quasi che egli fosse realmente l’alieno Ziggy Stardust del quale ci eravamo innamorati fin dalla sua prima apparizione, una creatura arrivata da altrove per indicarci una direzione e poi svanire senza lasciare traccia, perché Bowie ha sempre dato l’impressione di appartenere a una dimensione diversa da quella comune, di muoversi su un piano in cui il tempo, l’identità e perfino la morte sembravano concetti negoziabili, elementi di una narrazione più ampia che lui stesso controllava. 
La notizia della sua scomparsa, nel gennaio del 2016, ha avuto proprio per questo un effetto straniante, come se fosse crollata una convenzione tacita, come se si fosse infranta l’illusione che alcuni artisti potessero sottrarsi alle leggi ordinarie dell’esistenza, e a distanza di dieci anni il senso di incredulità non si è del tutto dissolto, perché la sua opera continua a parlare con una voce sorprendentemente presente, capace di dialogare con il nostro tempo come se fosse stata concepita ieri.
Ripercorrere la carriera di David Bowie significa confrontarsi con un percorso eccezionalmente esteso e frammentato, che attraversa oltre mezzo secolo di musica e cultura visiva, e che sfugge a qualsiasi tentativo di sintesi lineare. 
Bowie non è stato semplicemente un musicista, né soltanto una popstar, ma un artista totale che ha utilizzato il pop come linguaggio aperto, come spazio di sperimentazione in cui far convivere suono, immagine, parola e corpo. 
Nato a Londra nel 1947 con il nome di David Robert Jones, cresce in una città che negli anni Cinquanta e Sessanta è un laboratorio culturale in fermento, attraversato da nuove mode, nuove musiche e nuove possibilità di espressione, e fin da giovanissimo dimostra una curiosità vorace, che lo porta a studiare il sassofono, a frequentare ambienti artistici eterogenei e a interessarsi al teatro, al mimo e alla danza, discipline che segneranno in modo profondo la sua concezione della performance.
I primi anni della sua carriera discografica sono segnati da una continua ricerca di direzione. Bowie attraversa stili diversi, passando dal pop di ispirazione mod al folk, senza trovare immediatamente una voce riconoscibile, ma proprio questa fase di apparente incertezza è fondamentale per comprendere la sua futura grandezza, perché rivela una disponibilità al cambiamento e un rifiuto precoce di qualsiasi identità rigida. 


Il primo successo significativo arriva nel 1969 con Space Oddity, un brano che utilizza l’immaginario della corsa allo spazio per raccontare una condizione esistenziale di solitudine e smarrimento, e che introduce Major Tom, figura emblematica di un’umanità sospesa tra progresso tecnologico e fragilità emotiva. Già in questa canzone è possibile cogliere uno dei tratti distintivi di Bowie, ovvero la capacità di utilizzare la fantascienza e il simbolismo come strumenti per parlare di emozioni profondamente umane.
All’inizio degli anni Settanta Bowie comprende che il modo più efficace per esprimere la propria visione artistica passa attraverso la costruzione di personaggi, di maschere consapevoli che gli permettano di esplorare temi complessi senza rimanere intrappolato nell’autobiografia diretta. È in questo contesto che nasce Ziggy Stardust, l’alter ego che lo consacra definitivamente e che rappresenta uno dei momenti più influenti della storia del rock. 
Ziggy è un alieno messianico, androgino e vulnerabile, che arriva sulla Terra per portare un messaggio di salvezza attraverso la musica, ma che viene distrutto dal successo e dall’eccesso. Attraverso l’album The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, Bowie non solo ridefinisce l’estetica del rock, fondendo glam, teatro e fantascienza, ma propone anche una riflessione profonda sulla celebrità, sull’identità e sull’autodistruzione, temi che diventeranno ricorrenti nella sua opera.
Il successo di Ziggy Stardust è enorme, ma Bowie dimostra ancora una volta di non voler restare prigioniero della propria creazione. 
Nel momento di massima popolarità decide di “uccidere” il personaggio sul palco, segnando una rottura netta e volontaria con il passato. Questa scelta, che all’epoca appare incomprensibile a molti, rivela invece una lucidità rara e una consapevolezza profonda dei meccanismi dello spettacolo, perché Bowie intuisce che la ripetizione sarebbe stata una forma di morte artistica ben più grave. 
Negli anni immediatamente successivi continua a trasformarsi, pubblicando album come Aladdin Sane e Diamond Dogs, nei quali l’energia glam si contamina con suggestioni più oscure e distopiche, riflettendo un mondo sempre più inquieto e frammentato.
A metà degli anni Settanta Bowie si sposta verso sonorità diverse, avvicinandosi alla musica soul e funk americana. Young Americans rappresenta una svolta importante, perché mostra un artista capace di reinventarsi ancora una volta, confrontandosi con una tradizione musicale lontana dalle sue origini e facendola propria con grande intelligenza. Brani come Fame rivelano un’attenzione crescente per i temi del successo e dell’alienazione, trattati con uno sguardo ironico e disincantato. Questo periodo è anche segnato da una vita personale turbolenta, fatta di eccessi e instabilità, che lo porteranno a cercare una via di fuga sia artistica sia esistenziale.


La fine degli anni Settanta segna uno dei capitoli più celebrati e influenti della carriera di Bowie, quello legato al suo soggiorno europeo e in particolare a Berlino. In collaborazione con Brian Eno e Tony Visconti, Bowie realizza una serie di album che rompono radicalmente con il pop tradizionale e aprono nuove strade alla musica contemporanea. Low, Heroes e Lodger non sono semplicemente dischi sperimentali, ma veri e propri paesaggi sonori che riflettono un’Europa divisa, inquieta e in trasformazione. 
In queste opere Bowie utilizza l’elettronica, le strutture frammentarie e le atmosfere ambient per esplorare stati d’animo complessi, dando forma a una musica che sembra più interessata a evocare sensazioni che a raccontare storie lineari.
Il brano Heroes, in particolare, diventa uno dei momenti più emblematici della sua carriera, perché riesce a coniugare una dimensione epica con un’intimità struggente, raccontando la possibilità di un gesto eroico minimo e temporaneo, capace però di dare senso all’esistenza. Questa fase berlinese segna anche una rinascita personale, perché permette a Bowie di prendere le distanze dagli eccessi e di ritrovare una maggiore concentrazione creativa. 
Ancora una volta, il cambiamento geografico diventa un motore di trasformazione artistica.
Con l’ingresso negli anni Ottanta Bowie affronta una nuova metamorfosi, scegliendo di dialogare in modo più diretto con il grande pubblico. Album come Let’s Dance lo consacrano come superstar globale, grazie a una produzione brillante e a una serie di singoli di enorme successo. Questo periodo è spesso guardato con sospetto da una parte della critica, che lo considera troppo commerciale, ma anche in questa fase Bowie dimostra una notevole intelligenza strategica, utilizzando i linguaggi del pop più accessibile senza rinunciare del tutto alla propria complessità. 
I suoi videoclip, curati e innovativi, contribuiscono a definire l’estetica di un’epoca e a consolidare il suo ruolo di icona visiva.
La seconda metà degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta segnano un momento di crisi e di ripensamento. Bowie avverte il bisogno di rimettere in discussione il proprio ruolo e decide di fondare i Tin Machine, un progetto collettivo che lo allontana deliberatamente dallo status di star solitaria.


Questa esperienza, pur non sempre apprezzata dal pubblico, è fondamentale per comprendere il suo desiderio di azzeramento e di rinnovamento. Negli anni Novanta Bowie torna a sperimentare con grande libertà, confrontandosi con l’elettronica, l’industrial e la cultura cyberpunk in album come Outside ed Earthling, che mostrano un artista ancora curioso e attento alle trasformazioni della musica contemporanea.
Con l’ingresso nel nuovo millennio Bowie assume una postura più riflessiva. Album come Heathen e Reality mostrano un ritorno alla forma canzone, ma con una maturità nuova e una consapevolezza profonda del tempo che passa. Dopo un periodo di silenzio, il ritorno discografico con The Next Day nel 2013 sorprende per la sua forza e per la capacità di dialogare con il passato senza cadere nella nostalgia, affrontando temi come la memoria, la storia e l’identità con uno sguardo lucido e disincantato.
L’ultimo capitolo della sua carriera, Blackstar, rappresenta uno dei commiati più intensi e consapevoli della storia della musica pop. Pubblicato pochi giorni prima della sua morte, l’album affronta il tema della fine con un linguaggio complesso e stratificato, mescolando jazz, rock ed elettronica in una meditazione oscura e profondamente poetica. 
Bowie trasforma la propria scomparsa in un gesto artistico finale, lasciando un’opera che continua a interrogare e a commuovere.


Blackstar è molto più di un album: è un messaggio lanciato oltre la soglia del tempo, un canto ultimo in cui David Bowie si confronta con la propria mortalità con una lucidità e una poesia rare. Pubblicato pochi giorni prima della sua morte, il disco si muove su un confine sottile tra oscurità e luce, tra fine e trascendenza, e fin dal titolo evoca un oggetto celeste misterioso, un corpo che brucia nel buio lasciando una scia. 
La musica stessa riflette questa tensione: strutture frammentarie, improvvisazioni jazzistiche, elettronica e rock si intrecciano per creare un paesaggio sonoro sospeso, inquieto e insieme solenne, un teatro in cui il tempo sembra dilatarsi e le note diventano simboli di introspezione. 
I testi, criptici e allusivi, affrontano la fine senza retorica: la title track e brani come Lazarus suggeriscono una consapevolezza profonda, una conversazione intima con la morte, mentre il linguaggio visivo dei video e delle immagini collegate all’album amplifica il senso di rituale e trascendenza. Blackstar è dunque un testamento spirituale: non un addio malinconico, ma un invito a confrontarsi con la propria fragilità, a riflettere sulla vita e sul senso della creazione artistica, a vedere la morte non come un termine, ma come parte di un continuum che comprende memoria, eredità e trasformazione. 
In questa prospettiva, l’album chiude la carriera di Bowie come un cerchio perfetto: dalla solitudine cosmica di Space Oddity alla meditazione suprema di Blackstar, emerge un percorso coerente e luminoso, in cui la metamorfosi, la curiosità e il coraggio diventano strumenti per attraversare l’ignoto e lasciare un segno che sopravvive oltre la carne, oltre il tempo, oltre la scomparsa.


A dieci anni dalla sua morte, David Bowie appare dunque non come un artista appartenente al passato, ma come una presenza ancora viva, capace di offrire strumenti per comprendere il presente e immaginare il futuro. 
La sua eredità non risiede solo nelle canzoni, ma nell’idea stessa di arte come trasformazione continua, come atto di libertà e di coraggio, e forse è proprio per questo che, nonostante tutto, continuiamo a fare fatica ad accettare che possa davvero essere scomparso, perché Bowie ha sempre abitato un altrove che non coincide del tutto con il nostro mondo, quello dei comuni mortali.

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