lunedì 5 gennaio 2026

Looking back Italia: CCCP Fedeli alla Linea - Affinità divergenze tra il compagno Togliatti e noi (1986)


Inaugurare la rubrica Looking back Italia con Affinità divergenze fra il compagno Togliatti e noi significa scegliere consapevolmente un punto di non ritorno della musica italiana, un’opera che più che appartenere a un’epoca la attraversa e la frattura, lasciando un prima e un dopo, perché i CCCP – Fedeli alla linea non sono stati soltanto una band ma un dispositivo culturale capace di mettere in crisi linguaggi, posture, identità e perfino le categorie con cui si era soliti raccontare la canzone popolare, il rock, l’impegno politico e l’avanguardia.
I CCCP – Fedeli alla linea possono ragionevolmente ambire al titolo di più importante rock band italiana di sempre, non perché abbiano venduto più dischi o occupato più spazio mediatico di altri, ma perché sono stati tra i pochissimi a riuscire davvero nell’impresa di rendere il rock una lingua viva, necessaria, non decorativa, in un paese che con il rock ha sempre avuto un rapporto problematico, oscillando tra imitazione e complesso d’inferiorità, e perché hanno saputo farlo parlando una lingua profondamente italiana, provinciale e insieme feroce, capace di dialogare con le avanguardie internazionali senza mai diventare succube di modelli esterni. 
In questo senso Affinità e divergenze fra il compagno Togliatti e noi, pubblicato nel 1986, non è solo il primo vero album dei CCCP, ma uno dei punti di massima tensione e verità del rock italiano tout court, un disco che ancora oggi suona come un corpo estraneo, ruvido, disturbante, incapace di invecchiare perché non è mai stato pensato per essere “attuale” o “piacevole”
I CCCP nascono nel 1982 dall’incontro tra Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni a Berlino Ovest, città allora simbolo della divisione ideologica del mondo, e già questo dettaglio dice molto della natura del gruppo, che fin dall’inizio si muove dentro le fratture, le linee di confine, le zone grigie della storia e dell’identità. Il ritorno in Emilia, a Reggio Emilia in particolare, non rappresenta un ripiegamento provinciale ma un’intuizione fondamentale: la cultura popolare locale, il comunismo di sezione, il ballo liscio, la disciplina collettiva, la nebbia e la paranoia padana possono essere filtrati attraverso l’etica punk e restituiti come qualcosa di nuovo, disturbante, universale proprio perché profondamente situato.


 Le coordinate sonore dei CCCP sono molteplici e dichiarate senza complessi: il punk e il proto-punk americano, dalla furia primitiva degli Stooges all’urgenza dei Ramones, la dark wave e il post-punk britannico dei PIL e dei Bauhaus, l’elettronica e l’industrial tedeschi, dai Kraftwerk agli Einstürzende Neubauten, ma anche il cantautorato italiano più anomalo e visionario, con Franco Battiato come nume tutelare sotterraneo.
Eppure, nonostante questo intreccio di influenze, i CCCP non assomigliano a nessun altro, perché tutto ciò che toccano viene deturpato, irrigidito, reso spigoloso, passato attraverso una lente ideologica e corporea che non ammette abbellimenti. Dopo una serie di singoli,  Affinità e divergenze arriva come un’esplosione controllata, come un disco che non ha più nulla di acerbo ma conserva intatta la violenza emotiva degli esordi, trasformandola in una forma più consapevole e per certi versi ancora più inquietante. 
Anche l’oggetto in sé è una dichiarazione di intenti: la copertina in stile “socialismo reale”, il vinile rosso, la dicitura “Punk filosovietico / musica melodica emiliana”, tutto concorre a creare un cortocircuito visivo e simbolico che prepara all’ascolto come a una prova, non come a un piacere. Far partire il disco significa essere immediatamente investiti dall’urlo-proclama di “CCCP”, manifesto sonoro e politico che mette subito in chiaro la posizione della band con un verso destinato a diventare leggendario, “Fedeli alla linea e la linea non c’è”, sintesi perfetta di una militanza senza dogma, di un’appartenenza svuotata ma non liquidata, accompagnata da chitarre gracchianti, basso ossessivo e una batteria elettronica che pulsa come un cuore meccanico, marchio di fabbrica del gruppo. 
Da lì in avanti il disco non concede tregua, perché “Curami” affonda immediatamente nelle psicosi di una generazione che attraversa gli anni Ottanta sentendosi fuori posto, malata, bisognosa non di amore ma di terapia, con Ferretti che implora una cura in un canto rantolato e allucinato, mentre il brano si incanta nella ripetizione ossessiva di “solo una terapia”, fino a lasciare spazio al bit nudo della drum machine e ai suoni stranianti dello xilofono, in una tensione che richiama da vicino le nevrosi dei Public Image Ltd. 


Le droghe, in questo universo, non sono mai veicolo di evasione o di espansione sensoriale, ma strumenti di controllo, sedativi, farmaci per sopravvivere, come racconta senza metafore “Valium Tavor Serenase”, una sfuriata hardcore che alterna una violenza sonora inaudita a uno stacco improvviso di liscio emiliano in tre quarti, un matrimonio sacrilego tra punk e Casadei che suona come un oltraggio deliberato a ogni idea di purezza stilistica. Il disco procede così, alternando accelerazioni e stasi, sfoghi e immobilità, costruendo un clima di desolazione surreale in cui brani come “Trafitto” rallentano il passo per mettere in scena un’apatia esistenziale che è anche politica, mentre “Noia” sprofonda in una cupezza senza via d’uscita, fotografando un’Emilia lontanissima da qualsiasi immagine solare o bonaria. 
Anche l’amore, quando compare, è privato di ogni residuo romantico e ridotto a gesto meccanico, corporeo, quasi violento, come in “Mi ami?”, dove il desiderio è descritto in termini brutali, scomodi, deliberatamente anti-poetici. “Morire” arriva come una delle staffilate più feroci del disco, con Ferretti che martella l’ascoltatore sul mantra “Produci, consuma, crepa”, smontando dall’interno l’estetica punk e quella consumistica con la stessa ferocia, in un elenco di imperativi che non salva nessuno, mentre “Io sto bene” chiude idealmente il cerchio degli anni Ottanta rovesciandone i miti, trasformando l’edonismo in abulia e l’arrivismo in smarrimento, fino a quel ritornello ambiguo e contraddittorio, “Io sto bene / io sto male / io non so come stare”, che suona come una diagnosi generazionale definitiva. “Allarme”, inquieto e quasi danzabile nella sua tensione costante, prepara il terreno al lungo delirio conclusivo di “Emilia Paranoica”, vero manifesto del disco e forse dell’intera parabola dei CCCP, un brano costruito su una stasi oppressiva che improvvisamente accelera e poi si blocca di nuovo, come un pensiero ossessivo che non trova mai risoluzione, mentre l’Emilia diventa una terra fredda, alienata, frontiera ultima di una provincia che non consola ma amplifica il disagio, fino alla frase finale, “Aspetto un’emozione sempre più indefinibile”, che resta sospesa come un testamento.


 Affinità e divergenze fra il compagno Togliatti e noi consacra definitivamente i CCCP come la band più radicale e internazionale del rock italiano, portandoli a suonare a Berlino Est e a Mosca e imponendoli come riferimento imprescindibile per tutta la scena alternativa successiva.
Dopo verranno i CSI, un’altra stagione, un’altra lingua, un altro rapporto con la storia e con la memoria, e dopo ancora arriveranno i PGR.
Ma questo disco resta il momento in cui tutto è stato detto con la massima urgenza e la minima concessione, un album che non cerca di piacere, non chiede adesione, e proprio per questo continua a colpire come una scarica elettrica ogni volta che qualcuno decide, ancora oggi, di far scivolare la puntina sul vinile rosso o di premere play senza sapere davvero a cosa sta andando incontro.



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