mercoledì 7 ottobre 2026

Looking back: The Pogues - If I should fall from grace with God (1988)


Nel genio tragico e sregolato di Shane MacGowan e nella parabola dei Pogues, il gennaio del 1988 rappresenta il vertice assoluto di un'orbita irripetibile. 
If I Should Fall from Grace with God, il terzo album in studio della formazione londinese, non è un semplice disco: è l'istantanea fiammeggiante di un gruppo di irregolari al massimo della propria potenza espressiva, un momento fugace e irripetibile in cui la sregolatezza alcolica, la ferocia del punk e la grazia ancestrale del folk gaelico si bilanciarono sopra il baratro. 
Per comprendere la portata devastante di quest'opera, occorre calarsi nel contesto sociale e politico dell'Inghilterra thatcheriana del tardo decennio ottanta: Londra, metropoli dominata dalle politiche neoliberiste di Margaret Thatcher, era una città sventrata dalle disuguaglianze sociali e dall'alienazione, attraversata dalle cicatrici dei Troubles nell'Irlanda del Nord e pervasa da un latente razzismo anti-irlandese. 
Negli anni Ottanta, essere un immigrato irlandese nella capitale britannica significava vivere in una condizione di sospetto perenne, oscillando tra la segregazione lavorativa e la minaccia costante del Prevention of Terrorism Act. 
In questo clima di ostilità e sradicamento, i Pogues rappresentarono una risposta culturale di straordinaria violenza e bellezza. Fondata nel 1982 nell'area di Kings Cross con il nome provocatorio di Pogue Mahone (traslitterazione del gaelico póg mo thóin, ovvero baciami il culo), la band guidata dal giovanissimo Shane MacGowan – nato nel Kent da genitori irlandesi ma cresciuto spiritualmente tra le colline del Tipperary – aveva compiuto un'operazione iconoclasta senza precedenti: MacGowan non voleva preservare la musica tradizionale irlandese conservandola sotto una teca di cristallo, voleva riattivarne la carica sovversiva, dissetandosi alla fonte pura di Dublino per poi scagliarne i ritmi contro le pareti di mattoni rossi del pub punk Hope and Anchor. 
Dopo l'esordio grezzo e viscerale di Red Roses for Me (1984) e il capolavoro della consacrazione Rum Sodomy & the Lash (1985), prodotto da Elvis Costello, la band si trovò a un bivio cruciale: il folk-punk di inizio carriera rischiava di trasformarsi in una formula ripetitiva, ma l'organico s'arricchì con l'ingresso di Philip Chevron e del veterano folk Terry Woods, affiancati a James Fearnley, Jem Finer, Spider Stacy, Darryl Hunt e Andrew Ranken. 
Entrati ai RAK Studios con Steve Lillywhite alla consolle, i Pogues diedero vita a un'opera monumentale che scalò le classifiche fino al terzo posto, ridefinendo per sempre i confini tra la world music, il punk e la poesia popolare.


La produzione di Lillywhite evitò accuratamente sia l'appiattimento lo-fi dei primi lavori sia la levigatura sintetica tipica degli anni Ottanta, lavorando sulla stratificazione e sulla separazione stereofonica degli strumenti acustici in modo che la fisarmonica di Fearnley e il banjo di Finer potessero viaggiare su canali distinti senza sovrapporsi in un coacervo confuso. La sezione ritmica ottenne un peso sismico, sorretta da un basso denso e da una cassa secca che spingeva i tempi tradizionali a velocità prossime al thrash-metal senza mai smarrire il senso del groove, mentre il raggio d'azione stilistico si ampliava incorporando scale minori balcaniche e mediorientali, la tradizione flamenqueante spagnola assorbita durante le riprese del film Straight to Hell di Alex Cox, e raffinati arrangiamenti orchestrali curati da Fiachra Trench. 
Su questa impalcatura sonora si erge la prova vocale di Shane MacGowan, nel pieno della sua lucidità artistica prima che le dipendenze ne compromettessero le facoltà: una voce catramosa, simile a un rasoio immerso nel whiskey, dotata di un senso del tempo impeccabile e capace di virare dal ruggito dionisiaco al sussurro spezzato con naturalezza drammatica.
L'analisi traccia per traccia rivela un'architettura perfetta che si apre sul Lato A con l'esplosione della title track If I Should Fall from Grace with God, una preghiera pagana e una danza macabra sulla propria tomba sorretta da un tempo di reel velocizzato a ritmi frenetici. 
Segue la sinistra Turkish Song of the Damned, fiaba marinaresca perseguitata da fantasmi e costruita da Finer e MacGowan su scale orientali e ritmiche ossessive, prima di lasciare spazio alla furia festosa di Bottle of Smoke, inno di rivalsa popolare dedicato alla vittoria inaspettata di un cavallo da corsa sgangherato. 


Il vertice emotivo e narrativo del disco arriva con Fairytale of New York, indiscusso capolavoro scritto con Jem Finer e trasformato in un duetto immortale tra Shane MacGowan e Kirsty MacColl: ambientato in una cella di sicurezza la notte di Natale, il brano rifiuta ogni melensaggine festiva per raccontare la parabola di due immigrati irlandesi che si scambiano insulti feroci prima di confessare le proprie fragilità su un maestoso arrangiamento di pianoforte, archi e il coro della polizia di New York che intona Galway Bay. 
Dopo il breve interludio jazz-klezmer di Metropolis, il primo lato si chiude con l'imponente Thousands Are Sailing, firmata da Philip Chevron, struggente riflessione sull'emigrazione che traccia un ponte concettuale tra le navi della disperazione dell'Ottocento e i giovani irlandesi in fuga dalla crisi degli anni '80.
Il Lato B si apre con l'orgia carnevalesca di Fiesta, dove la band rielabora spudoratamente la musica da giostra spagnola tra ottoni squillanti, citazioni pop e uno slang dissacrante, dimostrando come la festa alcolica possa trasformarsi in una forma di resistenza esistenziale. 
Il legame viscerale con le radici riemerge con forza nel travolgente Medley: The Recruiting Sergeant / The Rocky Road to Dublin / The Galway Races, dove tre classici della tradizione gaelica vengono eseguiti a velocità spaventosa con un virtuosismo tecnico impressionante. 
La tensione politica del disco raggiunge il culmine nella doppietta Streets of Sorrow / Birmingham Six, un brano civile d'accusa scritto contro le ingiuste detenzioni dei Sei di Birmingham e dei Quattro di Guildford nell'ambito delle leggi antiterrorismo britanniche, la cui carica polemica fu tale da subire la censura radiofonica da parte della BBC. 
L'album scivola poi verso la conclusione con la poetica Lullaby of London, delicata ninnananna urbana ambientata tra le strade piovose della capitale inglese, la furiosa polka di Sit Down by the Fire, e infine la sublime The Broad Majestic Shannon, nostalgico omaggio alla campagna irlandese e ai paesi lungo il fiume Shannon, dove la voce di MacGowan si fa calda e contemplativa per celebrare la memoria di un mondo rurale che sfuma nel tempo.


If I Should Fall from Grace with God rimane il capolavoro insuperato dei Pogues perché è riuscito nell'impresa impossibile di unire la rabbia e la velocità del punk con la solennità secolare della musica tradizionale, trasformando la diaspora irlandese e la sofferenza dell'emigrazione in una celebrazione poetica di irripetibile bellezza. 
L'album sintetizza in dodici tracce l'essenza stessa dell'estetica di Shane MacGowan: un'umanità ferita ma mai vinta, capace di cantare la propria redenzione dal fondo di un bicchiere o da una cella di prigione, lasciando in eredità un'opera lirica, viscerale e immortale che continua a risuonare con la stessa immutata forza d'impatto a distanza di decenni.

Nessun commento:

Posta un commento

Tuxedomoon: sinfonie per una luna di vetro

Nel panorama musicale del tardo ventesimo secolo, poche entità sono riuscite a incarnare lo spirito di rottura e di reinvenzione estetica co...

Archivio