Sorry Somehow - In ricordo di Grant Hart (1956 - 2017)
Il 14 settembre 2017 moriva un uomo il cui nome, con tutta probabilità, alla maggior parte di chi mi legge, risulterà essere assolutamente sconosciuto. Chi invece come il sottoscritto ha avuto l’immensa fortuna di conoscerlo personalmente e di amare la sua musica, capirà il sentimento che mi spinge a celebrarne la figura.
«Un uomo ha due motivi per compiere le proprie azioni, / il primo è l’orgoglio, il secondo è l’amore», cantava Grant Hart, con la solita furia ricchissima di proprietà melodiche e la consueta dolcezza polverizzata in una raffica di frustate hardcore, in "She Floated Away", uno dei tanti capolavori racchiusi in Warehouse: Songs And Stories (1987), tra quelle “lunghe” l’opera numero sei dei suoi Hüsker Dü, e a questo punto, al di là di qualsiasi formula o semplificazione da carta stampata (oppure digitale, fa lo stesso), a chi scrive tocca mettere da parte l’orgoglio, sulla base del quale sarebbe opportuno starsene muti, e provare a scrivere una lettera d’amore si spera in grado di restituire, a quanti avranno voglia di leggerla, almeno uno dei mille motivi per cui Grantzberg Vernon Hart, nato a St. Paul, nel Minnesota, il 18 marzo del 1961 e scomparso all’età di 56 anni, dopo una lunga battaglia con il cancro, mi ha cambiato la vita, migliorandola e rendendola più sopportabile.
Gli Hüsker Dü (il nome significa Ti ricordi? In norvegese) di Hart, dell’altro cantante e compositore Bob Mould nonché del “baffo” Greg Norton al basso, partiti dalla velocità supersonica e martellante del punk in chiave hardcore e disco dopo disco avvicinatisi a una loro sofferta maturità, in un certo senso quasi classica, senza accettare un solo compromesso, riprendevano, all’inizio degli ’80, il dualismo di tante celebri coppie d’arte della storia del rock (Lennon e McCartney nei Beatles, Jagger e Richards negli Stones) per adattarlo alle nevrosi, al riflusso, alle fragilità e alle fredde solitudini delle stagioni a loro contemporanee.
Conoscevano e amavano la storia della musica (ascoltate le loro annichilenti rivisitazioni dei Byrds di Eight Miles High o del Donovan di Sunshine Superman), e hanno saputo scriverla e riscriverla attraverso lavori rabbiosi, scartavetrati e soprattutto brutalmente onesti, nei quali sia i punks più accesi, sia gli estimatori del rock classico potevano trovare riflessa, in un’onda di frastuono a un certo punto sempre declinante verso la forma-canzone, una porzione delle proprie passioni e delle rispettive realtà quotidiane. Se la scrittura di Mould tendeva a ripercorrere, anche nell’amarezza sconfinata dei testi, i sentieri tracciati dal furibondo rock chitarristico dei Television, quella di Grant Hart presentava invece sfumature da hippie, come se il batterista, capace d’infilare un’indimenticabile, epigrafica ballata acustica come Never Talking To You Again tra i solchi violentissimi di quella cattedrale di rumore e alienazione conosciuta col nome di Zen Arcade del 1984, volesse incartare, tra le fucilate dei suoi tamburi e le abrasive pennate del collega, un’anima più idealista e distesa, non meno tormentata, forse, ma di certo maggiormente incline (fatte le debite proporzioni) all’immediatezza pop.
Grant Hart rappresentava la parte «soul» del duo, e per quanto mi riguarda, quella di cui è stato più facile innamorarsi a partire dal ritornello ossessivo di quella perla chiamata Diane incastonata dentro Metal Circus (1983), ossia una storia di stupro e follia già tendente, in un suo modo assurdo e per contrasto perfetto, al power-pop, e proseguendo con It’s Not Funny Anymore, devastante sventagliata punk-rock inclusa nello stesso EP, con la sconfinata tristezza di Turn On The News o con l’overdose radiografata in tempo reale di Pink Turns To Blue, con il pianoforte scemo e irresistibile di Books About UFOs (da New Day Rising [1985]) e quello melodrammatico di No Promise Have I Made (da Candy Apple Grey [1986]), con le scosse turbolente della Green Eyes di Flip Your Wig (1985) e il drive mostruoso di Charity, Chastity, Prudence And Hope, Too Much Spice, Tell You Why Tomorrow o uno qualsiasi dei pezzi da novanta riservati all’epitaffio di Warehouse: Songs and Stories.
Prolifici e imbattibili, gli Hüskers furono oggetto di infinite discussioni allorquando, primo gruppo fra quelli del circuito indipendente, firmarono un contratto con la multinazionale Warner Bros, dopo anni di militanza in casa SST, senza però perdere nemmeno un briciolo della loro integrità e intensità. Allo stesso modo fu uno choc il momento in cui, diventate irrisolvibili le contrapposizioni interne, successivamente al suicidio del loro vecchio manager David Savoy, decisero di sciogliere il loro sodalizio. Curioso, poi, che Hart scegliesse di esordire da solista proprio con una composizione (magnifica) in precedenza proposta agli Hüskers e nondimeno bocciata da Mould, preoccupato dalla somiglianza di questa con una composizione coeva dei Dream Syndicate: 2541, sublime jingle-jangle psichedelico con tracce dei Velvet del terzo album, apparve su di un 12” omonimo e pochi mesi dopo, parafrasata in un nuovo e più robusto arrangiamento elettrico, nel bellissimo Intolerance (1989), debutto da titolare cui fecero seguito, due ottimi album a nome Nova Mob, formazione tanto estemporanea quanto sottovalutata con la quale il nostro si esibì e produsse fino alla metà dei ’90.
Splendido, benché all’epoca ignorato dai più, fu anche Ecce Homo (1995), live in solitaria registrato presso il Crocodile Cafe di Seattle con l’obiettivo di sopperire appunto allo scioglimento dei Nova Mob, e miracoloso, quattro anni dopo, apparve Good News For Modern Man, totalmente snobbato dalla stampa tutta, inciso suonando da solo ogni strumento e ancora benedetto dall’ispirazione necessaria a fare di A Letter From Anne-Marie un capolavoro di proiezione byrdsiana fuori dal tempo.
Con quel titolo, «buone notizie per l’uomo moderno», era come se Grant Hart sottolineasse ancora una volta la sua fiducia e il suo attaccamento alla forza taumaturgica del fare musica, importante per lui (e per noi), all’alba del nuovo millennio, quanto lo era stata nelle società occidentali di mezzo secolo prima: un piccolo indizio, per carità, ma sufficiente a ipotizzare, per questo vecchio amico diagnosticato sieropositivo per errore nel 1988, senz’altro succube, in passato, d’una moltitudine di droghe (altra ragione di attrito con il pulitissimo Mould) e nondimeno sobrio dalla fine degli ’80, un ritorno di fiamma e di forma al quale fu piacevole credere. Invece Grant sparì di nuovo dalla circolazione; apparve solo, fisicamente distrutto, in occasione di un concerto organizzato, nel 2005, da musicisti dell’area di Minneapolis per sostenere le spese mediche di Karl Mueller, bassista dei concittadini Soul Asylum affetto da cancro.
Mueller passò a miglior vita nel giugno di quell’anno, mentre riguardo a Grant Hart si iniziava a supporre fosse afflitto dallo stesso male. Hot Wax (2009), inaugurato dall’irresistibile rock and roll à la Patti Smith Group di You’re The Reflection Of The Moon On The Water, riaprì vecchie ferite e ciò nonostante recò probanti testimonianze, per quanto mi riguarda più e meglio dell’ultimo The Argument (2013), concept influenzato da John Milton, bello sebbene troppo ambizioso per reggere senza tentennamenti la mole di un doppio album, di un’ispirazione ancora viva, dinamica e incisiva.
Per Grant Hart, per l’autore stupefacente di Don’t Want To Know If You Are Lonely e Sorry Somehow, e per gli Hüsker Dü, cantori epilettici della «teenage wasteland» più eccitante e scorticata messa su vinile dai tempi degli Who, anticipatori della parossistica alternanza tra esplosioni di aggressività e bolle di quiete destinata a diventare un marchio di fabbrica per Pixies e Nirvana; per questi musicisti enormi continua a restare valido il titolo del libro (indispensabile) di Michael Azerrad sul rock alternativo degli anni ’80, Our Band Could Be Your Life (da una canzone dei Minutemen), «la nostra band può essere la tua vita»: la può rispecchiare, in diretta, e la può far sentire meno confusa e sola tramite la partecipazione a un progetto, a un’estetica, a una scena.
Grant Hart ha fatto parte della mia vita, e continuerà a farlo. È per questo motivo che, prima di riascoltare per l’ennesima volta e a tutto volume Diane o Sorry Somehow, ho trovato giusto dedicargli queste righe per riconoscere quanto dovuto a chi ha saputo essere in anticipo sul suo tempo. Consentitemi di raccontare infine in quali circostanze avvenne il mio incontro con Grant, anche per far meglio comprendere chi era. Era il 1990 e all’epoca lavoravo alla vendita per una casa discografica che distribuiva in Italia i dischi della SST Records per la quale Grant aveva da poco pubblicato il suo primo bellissimo album Intolerance.
Conoscendo e amando già gli Husker Du, feci una pubblicità tremenda al disco, rompendo le scatole a tutti i clienti i quali, a fronte di tale entusiasmo, si lasciarono contagiare, acquistandolo. A distanza di poche settimane, la notizia bomba. Grant Hart sarebbe stato presente come ospite d’onore alla finale del Napoli Rock Contest. Ovviamente, alla serata finale erano presenti tutti i ragazzi ai quali avevo rotto le scatole e che, ascoltato attentamente il disco lo avevano, come me, trovato splendido. Quindi, pubblico delle grandi occasioni, e mentre sono anche io in attesa del concerto, vengo invitato a portarmi nel retro palco e poi nei camerini. Cuore a mille…e me lo trovo davanti. La cosa che ricorderò sempre di lui era il suo sorriso, davvero disarmante, come quello di un bambino felice di fare quello che più gli piace. Poche parole, una birra, risate e sale sul palco, regalandoci una manciata di canzoni, davanti a un pubblico che lo guarda estasiato e che non vuole lasciarlo andare via, anche perché il livello dei partecipanti al cosiddetto Rock Contest è davvero ridicolo per non dire altro. Beh, tornato nei camerini, Grant è una furia. Non tanto per sé, ma per il fatto di non aver potuto dare al pubblico quello che chiedevano a gran voce. Ecco, questo era Grant Hart e lui mi perdonerà sicuramente se, per salutarlo, userò il verso di una canzone del suo amico/nemico Bob Mould, Ice Cold Ice, contenuta in Warehouse: songs and stories.
“We sit and pray together that they might change the weather My love for you will never die If I sound distant, that's because You shouldn't see me crying ice cold ice”.
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