Il libro dell’altrove è un’opera che si presenta fin da subito come un oggetto narrativo anomalo, un testo che non chiede soltanto di essere letto ma di essere attraversato, abitato, interrogato, come se ogni pagina fosse una soglia e ogni frase un varco verso una regione instabile dell’immaginazione.
Nella collaborazione tra Keanu Reeves e China Mielville si avverte una tensione costante tra racconto e riflessione, tra impulso mitopoietico e consapevolezza metaletteraria, come se la storia narrata fosse solo una delle molte possibili superfici attraverso cui il libro parla di sé, del suo statuto e del rapporto che intrattiene con chi legge. Al centro della narrazione si colloca la figura di un guerriero immortale, noto come Unute, condannato a vivere attraverso i secoli senza poter morire, costretto a reincarnarsi continuamente in contesti storici e geografici differenti, portando con sé il peso della memoria di tutte le vite precedenti e l’impossibilità di trovare una conclusione, una fine che dia senso all’inizio.
Questa condizione di eterna sopravvivenza non è presentata come un dono ma come una ferita ontologica, una condanna che isola Unute dal resto dell’umanità e lo rende al tempo stesso testimone e prigioniero del tempo. La storia segue Unute attraverso una serie di episodi frammentari, che lo vedono combattere in guerre antiche e moderne, attraversare civiltà scomparse e metropoli future, stringere legami destinati a spezzarsi e affrontare antagonisti che spesso sembrano incarnazioni di idee più che semplici nemici fisici.
Tra questi emerge una figura ricorrente, una sorta di controparte speculare che incarna il desiderio di controllo, di dominio sul flusso caotico dell’esistenza, e che vede nell’immortalità non una maledizione ma uno strumento per imporre un ordine definitivo al mondo. La narrazione non procede in modo lineare ma per accumulo e risonanza: ogni episodio aggiunge un frammento alla comprensione della condizione di Unute, senza mai offrire una sintesi definitiva. In uno dei nuclei centrali del libro, Unute viene a conoscenza dell’esistenza di un luogo metafisico, l’Altrove, uno spazio che non appartiene a nessun tempo né a nessun luogo preciso, una sorta di interstizio tra le possibilità del reale, dove tutte le versioni del mondo e dell’identità coesistono.
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| Keanu Reeves & China Mielville |
L’Altrove non è semplicemente un mondo parallelo, ma una dimensione che riflette la struttura stessa della narrazione e della coscienza: un archivio vivente di possibilità, memorie e storie non realizzate. Attraverso l’accesso a questo spazio, Unute inizia a comprendere che la sua immortalità non è solo una condanna individuale, ma il sintomo di una frattura più ampia nella trama dell’esistenza, una discontinuità che riguarda il rapporto tra tempo, identità e narrazione. La breve ricostruzione della storia, tuttavia, non esaurisce il senso dell’opera, perché Il libro dell’Altrove utilizza la vicenda di Unute come un dispositivo simbolico per interrogare questioni più ampie.
L’immortalità diventa metafora della memoria che non può essere cancellata, dell’esperienza che si accumula fino a diventare peso insostenibile, ma anche della letteratura stessa, che sopravvive ai suoi autori e ai suoi lettori, continuando a generare significati attraverso epoche e interpretazioni diverse. La struttura frammentaria del racconto riflette questa concezione: ogni episodio è come un libro all’interno di una biblioteca infinita, un volume che contiene una storia parziale ma che rimanda costantemente ad altre storie, ad altri mondi possibili.
In questo senso la narrazione di Reeves e Mielville dialoga implicitamente con l’idea di una biblioteca totale, un luogo in cui tutte le narrazioni esistono simultaneamente e in cui il senso non è dato una volta per tutte ma emerge dall’atto stesso della lettura. La scrittura è densa, stratificata, spesso aspra, e alterna momenti di azione brutale a passaggi di intensa riflessione interiore, in cui Unute si interroga sul valore della propria esistenza e sul significato del continuare a vivere quando ogni legame è destinato a dissolversi. La violenza, presente in modo esplicito, non è mai fine a sé stessa ma funziona come manifestazione esterna di un conflitto più profondo, quello tra il desiderio di appartenere e l’impossibilità di farlo pienamente.
L’Altrove, come concetto e come luogo narrativo, si configura allora come lo spazio in cui questa tensione trova una forma simbolica: è il luogo di ciò che non può essere risolto, di ciò che resta sospeso tra possibilità incompatibili.
Il lettore, seguendo Unute in questo viaggio, è chiamato a confrontarsi con una narrazione che rifiuta soluzioni semplici e finali consolatori. Anche quando la storia sembra avvicinarsi a una possibile conclusione, a una scelta definitiva che potrebbe porre fine alla condanna dell’immortalità, il testo si sottrae deliberatamente alla chiusura, suggerendo che ogni fine è solo un’altra soglia, un altro inizio mascherato.
In questo modo Il libro dell’altrove diventa una riflessione sulla natura stessa del raccontare: raccontare come atto di resistenza contro l’oblio, ma anche come perpetuazione di una ferita aperta. La collaborazione tra Reeves e Mielville produce un ibrido narrativo che mescola elementi del fumetto, del mito, della fantascienza e della filosofia, dando vita a un’opera che sfida le categorie e invita a una lettura lenta, meditativa, disposta ad accettare l’ambiguità come valore.
Inserito idealmente nella nostra Biblioteca di babele, questo libro appare come uno dei volumi impossibili di quella biblioteca infinita, un testo che parla di infiniti testi, una storia che contiene in sé il riflesso di tutte le storie non raccontate.
La breve ricostruzione della vicenda di Unute, con il suo eterno vagare tra epoche e mondi, non è che la superficie di un’opera che scava molto più a fondo, interrogando il lettore sul proprio rapporto con il tempo, con la memoria e con il desiderio di trovare un senso ultimo.
Il libro dell’altrove non offre risposte definitive, ma pone domande che continuano a risuonare anche dopo la fine della lettura, come se l’Altrove non fosse un luogo da visitare una sola volta, ma una condizione mentale a cui tornare, ancora e ancora, ogni volta che ci si interroga su chi siamo e su quali storie ci tengono in vita.



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