lunedì 19 gennaio 2026

La Biblioteca di Babele : Ágota Kristóf - Trilogia della città di K. (1998)




La Trilogia della città di K. di Ágota Kristóf è un’opera che colpisce per la sua forza essenziale e per la capacità di raccontare esperienze estreme senza ricorrere a enfasi o abbellimenti stilistici, lasciando che siano i fatti, le azioni e le parole ridotte all’osso a costruire un mondo narrativo duro, coerente e difficilmente dimenticabile, ed è proprio questa scelta di rigore a rendere il romanzo così efficace e così distante da molte narrazioni contemporanee sulla guerra, sull’infanzia e sulla memoria. 
Composta da tre racconti, Il grande quaderno, La prova e La terza menzogna, la trilogia può essere letta come un’unica storia che si sviluppa per spostamenti e fratture, perché ogni volume rielabora quanto è stato detto prima, modifica il punto di vista e mette in discussione ciò che sembrava acquisito, costringendo il lettore a un continuo lavoro di ripensamento. 
Nel primo racconto, Il grande quaderno, due gemelli vengono mandati a vivere dalla nonna in una città di frontiera durante la guerra, in un ambiente povero, violento e ostile, dove l’infanzia viene rapidamente sacrificata alla necessità di sopravvivere. I due bambini decidono di tenere un quaderno in cui annotano tutto ciò che accade, ma stabiliscono una regola precisa: scrivere solo fatti verificabili, senza commenti e senza parole che esprimano sentimenti. 
Questa decisione dà origine a una lingua estremamente semplice, spoglia e diretta, che racconta eventi durissimi con una freddezza quasi disumana, creando un forte contrasto tra ciò che viene narrato e il modo in cui viene narrato. La violenza, la fame, l’umiliazione e la crudeltà degli adulti entrano nel testo senza mediazioni, e proprio l’assenza di giudizi morali o di spiegazioni emotive rende la lettura più perturbante, perché il lettore non viene accompagnato o protetto, ma lasciato solo davanti ai fatti. 

Ágota Kristóf

Il quaderno diventa per i gemelli uno strumento di controllo, un modo per esercitarsi a resistere al dolore e a non cedere alla debolezza, ma allo stesso tempo segna una trasformazione profonda, perché nel tentativo di eliminare il sentimento finiscono per indurirsi e adattarsi a un mondo che premia solo la forza. La scrittura, in questo primo libro, non è un atto creativo ma una disciplina, un esercizio di sopravvivenza che riflette la logica brutale della realtà in cui i personaggi sono immersi. 
Nel secondo racconto, La prova, il quadro cambia in modo significativo. La guerra sembra essersi trasformata, i gemelli non sono più insieme e la narrazione perde la compattezza assoluta del primo libro. Il tono diventa più incerto, la struttura più aperta, e il mondo appare meno regolato da regole rigide e più attraversato da ambiguità. La separazione dei gemelli introduce una frattura non solo affettiva ma anche narrativa, perché l’identità che nel primo libro sembrava unitaria e compatta si rivela fragile e instabile.
I personaggi si confrontano con il mondo degli adulti, con il lavoro, con le relazioni e con le conseguenze delle scelte fatte in precedenza, e la scrittura riflette questa complessità crescente, pur mantenendo una grande sobrietà. Anche qui Ágota Kristóf evita ogni sentimentalismo, lasciando emergere una tensione più sottile, legata al senso di perdita, alla difficoltà di trovare un posto nel mondo e al peso dei ricordi. 
Nel terzo racconto, La terza menzogna, il romanzo compie un ulteriore scarto, perché la questione centrale diventa quella della verità. La narrazione mette apertamente in discussione quanto è stato raccontato prima, introducendo dubbi, contraddizioni e versioni alternative degli eventi. Il lettore è costretto a chiedersi cosa sia realmente accaduto e fino a che punto le storie precedenti possano essere considerate affidabili. 
La memoria appare come qualcosa di instabile, continuamente riscritta, e la menzogna non è più solo un atto consapevole, ma una strategia di difesa, un modo per rendere il passato sopportabile. Questo terzo racconto non offre soluzioni chiare né una verità definitiva, ma lascia il lettore in una zona di incertezza che è coerente con l’esperienza dei personaggi e con il senso complessivo dell’opera. 


La trilogia, nel suo insieme, non è quindi solo un racconto di guerra o di formazione, ma una riflessione narrativa sul modo in cui le storie vengono costruite, tramandate e modificate nel tempo. Uno degli aspetti più forti del romanzo è la scelta stilistica di Ágota Kristóf, che utilizza una lingua ridotta all’essenziale, fatta di frasi semplici e di una sintassi lineare, capace però di sostenere una grande intensità emotiva senza mai dichiararla apertamente. 
Questa scrittura non cerca di commuovere il lettore, ma lo costringe a partecipare, a colmare i vuoti, a confrontarsi con ciò che non viene detto. È una lingua che sembra povera solo in apparenza, perché in realtà è estremamente controllata e precisa, e proprio per questo riesce a colpire con forza. 
La trilogia è anche un romanzo sull’identità, in particolare sull’identità doppia dei gemelli, che all’inizio appaiono come un’unica entità e che progressivamente si separano, mostrando quanto il senso di sé sia fragile e dipendente dalle relazioni, dalle circostanze e dalla memoria. La loro storia mette in scena il modo in cui le esperienze estreme possono plasmare le persone, costringendole a diventare qualcosa che forse non avrebbero scelto di essere, e il lettore assiste a questo processo senza filtri, senza spiegazioni rassicuranti. La questione della verità attraversa tutta l’opera e diventa centrale nell’ultimo libro, dove la distinzione tra vero e falso si fa sempre più sfumata e problematica. 
Ágota Kristóf non suggerisce che la verità non esista, ma mostra quanto sia difficile afferrarla e raccontarla senza deformarla, soprattutto quando è legata a eventi traumatici. Questo rende la trilogia un testo profondamente attuale, perché parla del rapporto tra memoria e narrazione, tra esperienza e racconto, in un modo che evita sia il moralismo sia il relativismo facile. A dare ulteriore profondità all’opera contribuisce anche la biografia dell’autrice. 
Ágota Kristóf nasce in Ungheria nel 1935 e vive un’infanzia segnata dalla guerra e dall’occupazione sovietica. Nel 1956, dopo la repressione della rivolta ungherese, è costretta a lasciare il paese e si rifugia in Svizzera, dove vive per il resto della sua vita. L’esilio rappresenta una frattura decisiva nella sua esistenza, non solo sul piano personale ma anche su quello linguistico, perché Kristóf si trova a scrivere in francese, una lingua che non è la sua lingua madre. 

Ungheria 1956

Questo distacco dalla lingua d’origine segna profondamente il suo stile, che diventa essenziale, controllato, privo di ornamenti superflui, come se ogni parola dovesse essere conquistata. Kristóf ha spesso raccontato la difficoltà di scrivere in una lingua appresa da adulta e il senso di perdita legato all’abbandono dell’ungherese, e questa esperienza di sradicamento si riflette chiaramente nei suoi libri, popolati da personaggi che vivono in territori di confine, che parlano lingue non sempre nominate e che faticano a trovare un luogo stabile a cui appartenere. 
La Trilogia della città di K. può essere letta anche alla luce di questa esperienza di esilio, come un’opera che nasce da una frattura e che fa della frattura il proprio principio narrativo. La scelta di una scrittura spoglia, quasi neutra, può essere vista come una risposta alla perdita, come un modo per costruire un linguaggio che non appartiene completamente a nessun luogo ma che proprio per questo riesce a raccontare l’esperienza universale dello sradicamento. La forza del romanzo sta anche nel fatto che, pur partendo da un contesto storico preciso, non si chiude mai in una dimensione puramente testimoniale, ma riesce a parlare a lettori molto diversi, perché tocca temi fondamentali come la sopravvivenza, la costruzione dell’identità, il rapporto con la memoria e la difficoltà di dire la verità. 
La trilogia non offre consolazioni né risposte semplici, ma lascia una traccia profonda, perché obbliga chi legge a confrontarsi con il lato più duro dell’esperienza umana senza rifugiarsi nella retorica o nella distanza emotiva. 
È un romanzo che continua a lavorare dentro il lettore anche dopo la fine, perché mette in discussione non solo ciò che viene raccontato, ma il modo stesso in cui siamo abituati a leggere, a credere alle storie e a usarle per dare un senso al passato.



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