Ian Fraser Kilmister, per il mondo semplicemente Lemmy, non è stato soltanto una delle ultime icone del rock ma una delle sue definizioni più pure, una figura che ha incarnato come pochissimi altri l’idea del musicista come individuo radicalmente libero, refrattario alle mode, impermeabile alle aspettative e ostinatamente fedele a una visione personale del suono, della vita e dell’etica artistica.
Nato nel 1945 a Stoke-on-Trent e cresciuto tra Inghilterra e Galles, Lemmy portò con sé fin dall’infanzia un senso di sradicamento che si sarebbe trasformato col tempo in una feroce indipendenza emotiva e intellettuale, una qualità che lo rese incapace di adattarsi a qualunque struttura che non fosse modellata sulle sue regole.
Prima di diventare il frontman e il motore dei Motörhead, Lemmy attraversò la controcultura britannica degli anni Sessanta come una presenza silenziosa ma assorbente, lavorando come roadie per Jimi Hendrix, esperienza che lo segnò profondamente sia dal punto di vista musicale sia da quello umano, perché Hendrix rappresentava l’idea del musicista come forza primordiale, capace di piegare la tecnica a un’urgenza espressiva assoluta.
Negli Hawkwind Lemmy trovò una prima vera piattaforma creativa, contribuendo in modo decisivo al suono ipnotico e ossessivo della band, ma anche in quel contesto emersero presto le tensioni tra disciplina collettiva e individualismo, culminate in un allontanamento che fu al tempo stesso una sconfitta e una liberazione.
È da quel momento che nasce l’embrione dei Motörhead, inizialmente concepiti come un gruppo di rock’n’roll estremo, più veloce, più sporco, più rumoroso di qualsiasi cosa stesse circolando all’epoca, una reazione viscerale tanto al progressivo intellettualizzato quanto al rock da classifica.
Il primo album Motörhead, pubblicato nel 1977, è già una dichiarazione di guerra: un suono grezzo, quasi live, dominato dal basso distorto di Lemmy, che non accompagna ma guida, occupando uno spazio tradizionalmente riservato alla chitarra, mentre la sua voce roca e abrasiva sembra sputare ogni parola con un misto di sarcasmo e fatalismo.
L’album non è soltanto il primo capitolo discografico della band ma l’atto di nascita di un linguaggio musicale nuovo, brutale e in anticipo sui tempi, un disco che suona come una collisione frontale tra il rock’n’roll più primitivo, l’urgenza punk che stava esplodendo in quegli anni e una violenza sonora che avrebbe aperto la strada a sviluppi futuri dell’heavy metal estremo. Registrato rapidamente e con mezzi limitati, il disco conserva una tensione quasi fisica, come se ogni brano fosse stato inciso sull’orlo del collasso, senza alcun tentativo di ammorbidire gli spigoli o rendere il suono più accessibile; Lemmy volle fin dall’inizio che il basso fosse il vero motore del gruppo, uno strumento distorto, amplificato oltre ogni buon senso, suonato come una chitarra ritmica impazzita che non accompagna ma comanda, mentre la chitarra di “Fast” Eddie Clarke taglia lo spazio con riff essenziali e la batteria di Phil “Philthy Animal” Taylor spinge tutto in avanti con un ritmo incessante, sporco, quasi tribale.
La title track “Motörhead” è un manifesto immediato e feroce, una dichiarazione di identità che racconta una vita vissuta al limite tra strada, velocità, dipendenza e fatalismo, mentre brani come “Iron Horse / Born to Lose” fissano uno dei nuclei tematici più profondi della poetica di Lemmy, l’idea che nascere per perdere non significhi arrendersi ma accettare il destino come sfida permanente, trasformando la sconfitta in stile di vita e la marginalità in orgoglio.
“White Line Fever”, “The Watcher” e “Keep Us on the Road” mostrano già una sorprendente varietà interna, alternando accelerazioni furiose a momenti più cupi e ossessivi, senza mai rinunciare a quell’immediatezza ruvida che rende il disco così diretto e onesto. Anche l’estetica visiva introdotta con questo album, in particolare il celebre emblema animalesco e militaresco che diventerà sinonimo stesso dei Motörhead, contribuisce a definire un immaginario coerente, feroce e inconfondibile, lontano tanto dall’eleganza rock quanto dall’ironia punk.
Pur non ottenendo inizialmente un successo di massa, Motörhead getta le fondamenta di tutto ciò che verrà dopo, anticipando per attitudine e velocità sviluppi che esploderanno pienamente solo negli anni successivi, e dimostrando come Lemmy avesse già chiarissima la propria visione: niente virtuosismi inutili, niente compromessi commerciali, solo volume, velocità e verità.
Riascoltato oggi, l’album di debutto conserva intatta la sua forza destabilizzante perché non nasce come prodotto del suo tempo ma come dichiarazione di guerra permanente contro l’idea stessa di normalità musicale, rendendo evidente fin dall’inizio che i Motörhead non erano destinati a seguire una scena, ma a crearne una nuova.
Con Overkill e Bomber, entrambi del 1979, i Motörhead trovano una forma più definita senza perdere brutalità, dando vita a un trittico iniziale che stabilisce le coordinate fondamentali del loro linguaggio: velocità implacabile, riff essenziali, ritmiche martellanti e testi che parlano di eccesso, guerra, strada e autodistruzione senza alcuna compiacenza morale.
Ace of Spades, uscito nel 1980, è il punto di non ritorno, l’album che trasforma Lemmy in un’icona globale e che cristallizza la sua estetica sonora e lirica in una forma praticamente perfetta; la title track diventa un inno transgenerazionale, una celebrazione del rischio e del vivere senza rete che travalica i confini del metal e penetra nell’immaginario collettivo come manifesto esistenziale. In quegli anni Lemmy dimostra anche una straordinaria lucidità artistica, riuscendo a mantenere l’identità dei Motörhead pur attraversando cambi di formazione, problemi di salute, tensioni con le etichette e un’industria musicale sempre più orientata al compromesso.
A completare e rendere definitiva la portata rivoluzionaria dei primi anni dei Motörhead arriva No Sleep ’til Hammersmith, il live pubblicato nel 1981 che non solo documenta la band nel pieno della sua potenza ma ne cristallizza l’essenza meglio di qualunque album in studio, diventando per molti versi la vera opera capitale della carriera di Lemmy.
Registrato durante una serie di concerti incandescenti nel periodo di massimo slancio creativo seguito ad Ace of Spades, il disco cattura i Motörhead come una macchina da guerra lanciata a tutta velocità, senza freni né compromessi, restituendo su vinile l’esperienza fisica, assordante e quasi violenta dei loro spettacoli dal vivo. Qui i brani dell’album di esordio e dei dischi successivi acquistano una nuova dimensione, più rapida, più sporca, più aggressiva, come se fossero stati finalmente liberati da ogni residuo di controllo. “Motörhead”, “Iron Horse / Born to Lose” e “Overkill” diventano manifesti sonori definitivi, mentre il basso di Lemmy domina lo spazio acustico con una presenza monolitica che annulla la distinzione tra sezione ritmica e chitarra.
No Sleep ’til Hammersmith dimostra in modo inequivocabile che i Motörhead non erano una band da studio ma una forza primordiale concepita per il palco, un gruppo che trovava nella dimensione live la sua forma più pura e onesta, dove l’imprecisione diventava energia e il volume diventava linguaggio. Il successo travolgente del disco, arrivato fino al vertice delle classifiche britanniche, sancì paradossalmente il trionfo commerciale di una band che aveva sempre rifiutato di inseguire il successo, confermando Lemmy come figura centrale di un rock che non chiedeva permesso e non cercava legittimazione.
Ancora oggi No Sleep ’til Hammersmith resta uno dei più grandi album live della storia del rock perché non documenta semplicemente un concerto, ma cattura un momento irripetibile in cui musica, attitudine e destino coincidono perfettamente, mostrando Lemmy e i Motörhead non come intrattenitori ma come incarnazione sonora di un’idea di libertà totale, rumorosa e irrevocabile.
Album successivi come Iron Fist, Another Perfect Day e Orgasmatron mostrano ancora di più un artista che rifiuta la ripetizione sterile e sperimenta sottili variazioni di atmosfera e produzione senza mai tradire il nucleo del proprio suono.
Negli anni Novanta, quando molti coetanei vengono archiviati come reliquie del passato, Lemmy e i Motörhead trovano una seconda giovinezza grazie a dischi come Bastards, Sacrifice e Overnight Sensation, che recuperano una ferocia quasi punk e parlano a una nuova generazione di ascoltatori cresciuta tra thrash, hardcore e metal estremo, tutti generi profondamente debitori della lezione motörheadiana.
Lemmy diventa così una sorta di patriarca laico del rock duro, rispettato e venerato non solo per la musica ma per la coerenza assoluta con cui ha sempre vissuto, rifiutando di edulcorare il proprio passato o di reinventarsi in modo artificiale. Il suo stile di vita, fatto di notti infinite, sigarette, whisky e anfetamine, non è mai stato presentato come esempio virtuoso ma come semplice conseguenza di una scelta di libertà totale, accettata fino in fondo anche nelle sue conseguenze più dure.
Sul piano lirico Lemmy si distingue per una scrittura asciutta, colta ma mai ostentata, capace di evocare scenari storici, metafore belliche e riflessioni sul destino con un linguaggio diretto, quasi parlato, che rifugge la poesia tradizionale per abbracciare una forma di realismo brutale; canzoni come 1916, Love Me Like a Reptile o Killed by Death mostrano una gamma emotiva sorprendentemente ampia, che va dalla malinconia alla provocazione ironica senza mai scivolare nella caricatura. Negli ultimi anni della sua vita Lemmy continua a incidere e a suonare dal vivo nonostante condizioni di salute sempre più precarie, firmando lavori come Inferno e Bad Magic che, pur non cercando di reinventare la formula, confermano una vitalità artistica rara e una dedizione assoluta al pubblico e alla musica.
La sua morte, avvenuta il 28 dicembre 2015 assume immediatamente un valore simbolico enorme, perché con Lemmy scompare uno degli ultimi testimoni autentici di un’epoca in cui il rock non era solo intrattenimento ma identità, rischio e presa di posizione esistenziale.
Oggi Lemmy sopravvive non come monumento nostalgico ma come riferimento attivo, una figura che continua a parlare a chiunque cerchi nella musica non una consolazione ma una forma di verità, dura, rumorosa e intransigente, capace di ricordarci che l’integrità, anche quando costa caro, è forse l’unico vero lusso che un artista possa permettersi.

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