lunedì 26 gennaio 2026

Lemmings

 

Avete mai sentito parlare dei lemmings?
I lemmings sono piccoli roditori che vivono nelle regioni fredde del Nord Europa e del Nord America e che sono noti soprattutto per le improvvise variazioni della loro popolazione: in alcuni periodi il loro numero cresce rapidamente, fino a superare le risorse disponibili, e questo li costringe a spostamenti di massa alla ricerca di nuovi territori. 
Durante queste migrazioni, che avvengono senza una vera capacità di orientamento su larga scala, molti animali finiscono per morire attraversando fiumi, cadendo da dirupi o affrontando ambienti ostili, dando origine al celebre mito del suicidio collettivo. 
In realtà i lemmings non cercano la morte, ma seguono un comportamento istintivo legato alla sopravvivenza immediata, e le morti di massa sono un effetto collaterale di dinamiche naturali che non prevedono consapevolezza, memoria storica o capacità di previsione. 
Eppure proprio questo mito, pur essendo inesatto, continua a esercitare un forte fascino sull’immaginario umano perché offre un’immagine semplice e brutale di ciò che accade quando un gruppo si muove compatto senza interrogarsi sulla direzione. È qui che il paragone con l’umanità diventa inevitabile, non perché l’uomo si comporti come un lemming, ma perché, a differenza di esso, sembra spesso scegliere di ignorare ciò che sa. 
Se si osserva la storia umana recente, appare evidente come intere società abbiano continuato a imboccare strade che portavano a guerre devastanti, stermini pianificati e distruzione dell’ambiente pur disponendo di informazioni chiare sulle conseguenze di quelle scelte. Dal punto di vista storico e politico, l’autodistruzione umana non è il risultato di un impulso cieco, ma di decisioni prese all’interno di sistemi organizzati che trasformano la violenza e il sacrificio in strumenti normali di governo. 
Stati, imperi e ideologie hanno costruito la propria legittimità chiedendo ai singoli di accettare la morte propria o altrui come prezzo inevitabile della sicurezza, dell’identità o del progresso, creando un meccanismo nel quale il danno collettivo viene sempre rimandato a un futuro astratto. L’antropologia mostra come questa disponibilità al sacrificio non nasca dal caos, ma da narrazioni condivise che dividono il mondo in amici e nemici, civili e barbari, degni e indegni, rendendo possibile una violenza sistematica senza che essa venga percepita come autodistruttiva. 


A differenza dei lemmings, che non costruiscono spiegazioni per le proprie migrazioni, l’uomo eccelle nel giustificare ogni passo verso il limite, raccontando a se stesso che non esistono alternative o che il disastro finale sarà compensato da benefici superiori. 
Guerre mondiali, genocidi e disastri ambientali non appaiono così come incidenti della storia, ma come esiti coerenti di modelli politici ed economici che premiano la crescita, la competizione e il dominio anche quando questi minano le basi stesse della vita. 
Nel corso del Novecento, l’umanità ha dimostrato di poter convivere con livelli di distruzione prima impensabili, normalizzandoli e integrandoli nel funzionamento ordinario delle società, fino a rendere la catastrofe una presenza costante ma tollerabile. Oggi, mentre il degrado ambientale e le crisi globali sono ampiamente riconosciuti, il comportamento collettivo continua a somigliare a una marcia ostinata verso un limite noto, come se la consapevolezza non producesse cambiamento ma rassegnazione. 
In questo senso, il vero paradosso non è che l’uomo si comporti come un lemming, ma che, pur potendo fermarsi, rallentare o cambiare direzione, continui a muoversi come se fosse privo di scelta, trasformando l’autodistruzione in un processo lento, distribuito e socialmente accettato.
Nel corso della storia, uno dei principali meccanismi che ha reso possibile l’autodistruzione umana è stato il legame stretto tra guerra e identità collettiva, un legame che ha trasformato il sacrificio di massa da tragedia in dovere.
Le società umane hanno imparato molto presto che per spingere grandi numeri di individui ad accettare la morte era necessario inserirla in una narrazione più ampia, capace di darle un senso che andasse oltre la perdita individuale. Così la guerra è diventata non solo uno scontro armato, ma un rito politico e culturale, un momento in cui la comunità si definisce attraverso l’opposizione a un nemico e attraverso la disponibilità a pagare un prezzo altissimo pur di affermare la propria esistenza. 
Dal punto di vista antropologico, questo meccanismo è sorprendentemente efficace perché sposta l’attenzione dalla sopravvivenza concreta delle persone alla sopravvivenza simbolica del gruppo, rendendo accettabile ciò che, a livello individuale, sarebbe inaccettabile. Gli Stati moderni hanno perfezionato questa logica, organizzando la violenza su scala industriale e presentandola come difesa, prevenzione o necessità storica, creando eserciti di massa e apparati burocratici in grado di gestire la morte come una risorsa amministrabile. 


In questo contesto, l’autodistruzione non appare come un fallimento, ma come un passaggio inevitabile, spesso persino glorificato, verso un futuro migliore che raramente si realizza nei termini promessi. Il Novecento ha mostrato in modo brutale fino a che punto questa dinamica possa spingersi: milioni di persone sono state mandate a morire non perché mancassero alternative, ma perché le alternative avrebbero messo in discussione equilibri di potere consolidati. 
Anche dopo le grandi tragedie, il linguaggio della politica ha continuato a usare gli stessi schemi, cambiando i nemici e le giustificazioni ma mantenendo intatta l’idea che la distruzione di vite umane sia un prezzo accettabile per preservare un certo ordine. 
Come nel mito dei lemmings, il movimento di massa diventa così potente da annullare la responsabilità individuale: ciascuno compie un passo perché tutti gli altri lo compiono, e il risultato finale appare come qualcosa che accade da solo, senza un vero colpevole. A rendere questo processo ancora più efficace è la distanza, fisica e morale, tra chi decide e chi subisce, una distanza che permette ai centri di potere di continuare a muoversi verso il limite senza percepirne direttamente le conseguenze. 
L’antropologia politica mostra come la figura del nemico sia centrale in questo schema, perché consente di canalizzare paure e frustrazioni verso un obiettivo esterno, evitando che vengano rivolte contro il sistema stesso. In questo modo, l’energia che potrebbe essere usata per cambiare direzione viene invece impiegata per accelerare la corsa, rafforzando la coesione interna mentre si erodono le condizioni materiali della sopravvivenza. 
Il paragone con i lemmings torna utile anche qui, perché evidenzia una differenza fondamentale: mentre l’animale non distingue tra chi guida e chi segue, l’essere umano vive all’interno di strutture gerarchiche che concentrano il potere decisionale, ma riesce comunque a percepire la distruzione come un destino condiviso e inevitabile. La ripetizione delle guerre, nonostante le promesse di “mai più”, suggerisce che l’umanità non apprende semplicemente dagli errori, ma li integra, adattandoli sempre a nuove condizioni e nuovi linguaggi. 
Così la violenza diventa meno visibile ma non meno efficace, spostandosi dal fronte militare a quello economico, ambientale e sociale, dove produce vittime senza bisogno di dichiarazioni formali o mobilitazioni di massa.
In questa fase, l’autodistruzione assume una forma ancora più simile a una migrazione cieca, perché procede per inerzia, sostenuta da abitudini, interessi e paure che rendono difficile immaginare un arresto improvviso. Se nella guerra tradizionale la morte è rapida e concentrata, nelle strutture contemporanee essa si distribuisce nel tempo, colpendo lentamente intere popolazioni e territori, fino a rendere il danno quasi invisibile. 
Come i lemmings che continuano a muoversi perché il gruppo si muove, l’umanità sembra incapace di fermarsi quando la logica del sacrificio è già stata accettata come normale, e proprio questa normalizzazione rappresenta uno dei segnali più chiari di un comportamento autodistruttivo consapevole ma collettivamente rimosso.


Negli ultimi decenni, l’impressione che i governanti del mondo considerino le popolazioni alla stregua dei lemmings è diventata sempre più diffusa, non tanto perché credano davvero che le persone siano incapaci di pensare, quanto perché agiscono come se la reazione collettiva fosse prevedibile, gestibile e sacrificabile. 
Le decisioni politiche che incidono su milioni di vite vengono spesso prese partendo dal presupposto che la maggioranza si adatterà, continuerà a muoversi nella direzione indicata e accetterà le conseguenze come inevitabili, anche quando queste conseguenze includono guerre prolungate, impoverimento, perdita di diritti e deterioramento delle condizioni di vita. 
Dal punto di vista del potere, le società appaiono come masse in movimento, simili a branchi, più che come insiemi di individui dotati di volontà e giudizio, e questo rende possibile una gestione cinica del rischio umano, in cui la sofferenza diventa una variabile statistica. 
Come per i lemmings, non è necessario spingere fisicamente la popolazione verso il precipizio, basta orientarne il movimento attraverso la paura, l’urgenza e la semplificazione del discorso pubblico, creando un clima in cui ogni alternativa appare irrealistica o pericolosa. 
Le crisi contemporanee mostrano con chiarezza questo meccanismo: di fronte a conflitti armati, disastri ambientali o emergenze economiche, i governi tendono a chiedere sacrifici diffusi senza mettere realmente in discussione le strutture che producono quelle crisi, come se la perdita di vite, stabilità e futuro fosse un prezzo naturale da pagare. 
Quando una leadership smette di vedere i cittadini come soggetti e inizia a trattarli come flussi, numeri o risorse, il passaggio all’autodistruzione collettiva diventa più facile, perché la responsabilità morale si dissolve nella complessità dei sistemi decisionali. 
Le persone vengono invitate a continuare a consumare, lavorare e competere anche quando è evidente che questo modello sta erodendo l’ambiente e aumentando le disuguaglianze, come se il movimento stesso fosse più importante della direzione. In questo senso, i governanti non guidano verso una meta chiara, ma mantengono il moto, sapendo che fermarsi significherebbe affrontare cambiamenti profondi e potenzialmente destabilizzanti per gli equilibri di potere esistenti. 
La somiglianza con i lemmings diventa evidente nel modo in cui le popolazioni vengono rassicurate mentre si avvicinano al limite: promesse di crescita futura, soluzioni tecnologiche miracolose, nemici esterni su cui scaricare le colpe, tutti elementi che servono a impedire una riflessione collettiva sul percorso intrapreso. 


Anche quando i segnali di collasso sono chiari, dalle crisi climatiche alle tensioni sociali, la risposta politica tende a essere quella di adattarsi al disastro piuttosto che prevenirlo, normalizzando l’idea che peggiorare sia inevitabile. Questo atteggiamento suggerisce che, nella visione di chi governa, la popolazione assomigli a una massa che continuerà a muoversi finché non sarà costretta a fermarsi da un evento esterno, proprio come accade agli animali che seguono un impulso senza comprendere l’esito finale. 
La differenza fondamentale, ancora una volta, è che l’essere umano potrebbe fermarsi prima, ma viene disincentivato a farlo da un sistema che premia l’obbedienza, la rassegnazione e la delega totale delle decisioni. In questo quadro, l’autodistruzione non è il risultato di un piano esplicito, ma di una lunga serie di scelte che trattano la vita umana come una risorsa rinnovabile, sempre disponibile, sempre sostituibile. 
I governanti possono così procedere sapendo che, anche se una parte del gruppo cadrà, il resto continuerà a muoversi, rendendo il sistema apparentemente stabile fino al momento in cui il precipizio diventa impossibile da ignorare. È in questa gestione fredda e distante del movimento collettivo che l’umanità somiglia davvero ai lemmings del mito, non perché sia priva di intelligenza, ma perché viene guidata come se lo fosse, spinta a seguire un percorso che molti intuiscono essere pericoloso, ma che pochi riescono a mettere in discussione apertamente.
Il paragone tra i lemmings e l’umanità rivela tutta la sua forza non come descrizione letterale, ma come metafora politica e antropologica di un comportamento collettivo che si ripete nel tempo. 
I lemmings, nel mito, non scelgono il precipizio, semplicemente non lo vedono finché è troppo tardi; l’essere umano, invece, il precipizio lo studia, lo misura, lo rappresenta in grafici e previsioni, e tuttavia continua ad avanzare come se la conoscenza bastasse a salvarlo. La differenza decisiva non sta quindi nella presenza o assenza di razionalità, ma nell’uso che viene fatto di essa, perché la razionalità umana, inserita in strutture di potere rigide e autoreferenziali, può diventare uno strumento di giustificazione dell’inazione o, peggio, dell’accelerazione verso il disastro. 
La storia mostra che l’autodistruzione umana raramente assume la forma di un gesto improvviso e irrazionale, ma piuttosto quella di una serie di scelte considerate normali, responsabili o inevitabili nel momento in cui vengono prese, e giudicate folli solo a posteriori, quando le conseguenze non possono più essere ignorate. 


In questo senso, l’umanità non si comporta come un branco impazzito, ma come una collettività disciplinata, educata ad accettare sacrifici continui senza mai mettere in discussione la direzione complessiva del movimento. Il ruolo dei governanti, dei sistemi economici e delle narrazioni dominanti è centrale in questo processo, perché contribuisce a creare l’illusione che non esistano alternative praticabili, che fermarsi sia più pericoloso che continuare, che cambiare rotta significhi caos anziché sopravvivenza. 
Così l’autodistruzione viene diluita nel tempo, resa compatibile con la quotidianità, trasformata in uno sfondo costante che non suscita più reazioni forti, ma solo stanchezza e adattamento. A differenza dei lemmings reali, che seguono impulsi biologici ciechi, l’essere umano è intrappolato in impulsi sociali costruiti, mantenuti e difesi anche quando si rivelano chiaramente dannosi, e proprio questa costruzione rende più difficile interromperli. 
Il vero rischio non è quindi quello di un collasso improvviso, ma quello di una lunga marcia verso condizioni di vita sempre peggiori, accettate come normali perché distribuite in modo diseguale e graduale. Il mito dei lemmings continua a colpire l’immaginazione perché offre un’immagine semplice di una fine rapida e spettacolare, mentre la realtà umana è più scomoda: una fine lenta, frammentata, amministrata, nella quale nessuno sembra essere pienamente responsabile e tutti, allo stesso tempo, ne sono coinvolti. 
Riconoscere questa dinamica non significa accettarla come destino, ma smascherare l’idea che il movimento collettivo sia naturale e inevitabile, ricordando che, a differenza degli animali del mito, l’umanità possiede la capacità di fermarsi, discutere e cambiare direzione. La vera domanda, allora, non è se l’uomo sia simile ai lemmings, ma perché continui a tollerare sistemi che lo trattano come tale, e quanto ancora potrà farlo prima che il precipizio, da metafora, diventi esperienza concreta.



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