lunedì 2 febbraio 2026

Il Crepuscolo degli Dei


Negli Stati Uniti sta maturando una trasformazione silenziosa e per questo più pericolosa, una metamorfosi che non si annuncia con proclami ufficiali ma si insinua nelle pratiche quotidiane del potere, nei gesti ripetuti, nel linguaggio che plasma la realtà prima ancora delle leggi, e al centro di questa mutazione si staglia l’ICE, un’agenzia che sembra progressivamente smettere i panni dell’amministrazione per indossare quelli, ben più inquietanti, di una forza di coercizione ideologica, un corpo che non si limita più a far rispettare norme ma che appare sempre più come il braccio armato di una visione politica fondata sul conflitto permanente e sulla divisione interna. 
Non è necessario immaginare complotti o ordini segreti per cogliere il senso di ciò che sta accadendo, perché il cambiamento avviene alla luce del sole, nella normalizzazione dell’eccezione, nell’assuefazione collettiva a un uso della forza sempre più spregiudicato e selettivo, nella trasformazione del migrante, del dissidente, del diverso nella figura sacrale del nemico, necessaria a giustificare l’espansione di un potere che si legittima attraverso la paura. 
Donald Trump ha interpretato la presidenza non come custodia temporanea di un ordine costituzionale, ma come incarnazione di una volontà popolare indivisa, e in questo schema l’ICE assume un ruolo cruciale, perché è lo strumento attraverso cui questa astrazione della sovranità si traduce in azione concreta, visibile, spesso violenta, una forza che entra nelle città, nelle case, nelle piazze, e che comunica un messaggio semplice e terribile: lo Stato vede, lo Stato colpisce, lo Stato non chiede permesso. 


Quando un’agenzia federale viene costantemente celebrata dal leader politico come baluardo contro il caos e l’invasione, quando viene difesa a prescindere da abusi e opacità, quando il suo operato diventa terreno di identità e appartenenza, essa smette di essere uno strumento e diventa un simbolo, e i simboli, nella storia, sono sempre stati più potenti e più distruttivi delle leggi. 
L’ICE che emerge da questo processo non è semplicemente più dura, è più sicura della propria impunità, più convinta di agire in nome di una missione superiore, e questa convinzione è il seme di ogni milizia, perché la milizia non nasce quando si spezza formalmente la catena di comando, ma quando si spezza il legame morale con l’idea di neutralità dello Stato. 
In questo senso parlare di una “milizia personale” non è una forzatura retorica, ma una diagnosi di tendenza: una forza che interiorizza la volontà del leader, che ne condivide la visione apocalittica del presente, che riconosce amici e nemici secondo categorie politiche e culturali prima ancora che giuridiche, e che viene premiata non per la sua adesione alla legge, ma per la sua capacità di intimidire e dividere. 
È in questo clima che l’ipotesi di una guerra civile americana smette di appartenere alla fantapolitica e assume i contorni di una profezia oscura, non nel senso di un conflitto frontale tra eserciti regolari, ma come dissoluzione progressiva del patto civile, come sommatoria di violenze sparse, di scontri localizzati, di atti di forza che trovano giustificazione nella convinzione, sempre più diffusa, che l’altro non sia un avversario, ma una minaccia da neutralizzare. 
Una società in cui una parte della popolazione acclama le forze federali come strumento di punizione contro i propri concittadini e un’altra parte le teme come occupanti ostili è una società che ha già imboccato la strada della disgregazione, e l’ICE, in questo scenario, rischia di diventare il volto quotidiano di uno Stato che non cerca più consenso, ma obbedienza. 


La storia insegna che le democrazie non muoiono solo per colpi di stato, ma per lenti slittamenti, per accumulo di eccezioni, per la convinzione crescente che la forza sia una scorciatoia legittima rispetto al diritto, e quando questo slittamento coinvolge le agenzie armate, il punto di non ritorno può essere più vicino di quanto si creda. 
Gli Stati Uniti portano già dentro di sé tutti gli elementi di una possibile implosione: polarizzazione estrema, culto del leader, diffusione delle armi, sfiducia nelle istituzioni, mitologia della violenza redentrice, e in questo terreno l’ICE agisce come catalizzatore, accelerando processi che altrimenti sarebbero più lenti e forse governabili. 
Il futuro che si profila non è necessariamente fatto di barricate e secessioni formali, ma di un crepuscolo dell’Unione, in cui la legge viene applicata in modo sempre più selettivo, la forza diventa linguaggio politico e la fedeltà personale prende il posto della cittadinanza, e quando questo accade la guerra civile non è più un evento improvviso, ma una condizione strisciante, un rumore di fondo che accompagna la vita quotidiana fino a renderla irriconoscibile. 
In questo senso l’ICE non è solo un’agenzia, ma un presagio, il segno concreto di come una repubblica possa scivolare verso una forma di autorità armata che non ha più bisogno di dichiararsi tale, perché agisce già come se il conflitto fosse inevitabile, e forse, proprio per questo, contribuisce a renderlo reale.




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