lunedì 17 novembre 2025

Looking back 12: Massive Attack - Mezzanine (1998)



Ci sono dischi che non appartengono a un’epoca ma a un’atmosfera, a un buio, a una tensione sospesa. Mezzanine dei Massive Attack è uno di questi. 
Pubblicato nel 1998, è il punto in cui la notte del secolo breve s’incontra con l’alba incerta del nuovo millennio, e nel mezzo, in quella terra intermedia, quel piano sospeso che dà il titolo all’album, si consuma una metamorfosi. 
È come se la musica, fino ad allora veicolo di evasione, si accorgesse improvvisamente di essere diventata specchio deformante di un mondo in frantumi. 
L’era del computer, delle guerre umanitarie, delle connessioni invisibili e della solitudine iperconnessa cominciava a farsi sentire nelle viscere del suono. Bristol era stata la culla del trip-hop, una musica di confine, sensuale e decadente, ma con Mezzanine il suono si decompone, si contamina, diventa materia oscura, riflesso della paura e del desiderio. È un disco che sembra respirare in un sotterraneo, in un parcheggio abbandonato, tra fili elettrici e neon che sfarfallano, dove ogni nota è un passo nel buio.
Angel apre il viaggio come un rituale.
Il basso rimbalza e cresce, la voce di Horace Andy emerge dal nulla e sembra un canto di resistenza. È un brano che accumula tensione senza esplodere mai del tutto, una minaccia costante che diventa ipnosi. La lentezza diventa linguaggio, il ritmo è una ferita che pulsa. È qui che il suono dei Massive Attack abbandona la carezza per trasformarsi in artiglio. 
La loro idea di musica è cinematografica, ma di un cinema che non racconta storie, piuttosto evoca presenze. Ogni suono è un dettaglio visivo, un’immagine mentale. Risingson affonda in un’atmosfera viscosa e paranoica, piena di echi, frammenti, respiri. 
Il linguaggio del campionamento diventa un linguaggio dell’inconscio: frammenti di altri mondi cuciti insieme in un collage che non vuole essere perfetto ma vero, disturbante, inquieto.


E poi arriva Teardrop, l’unico momento in cui la luce filtra dalle crepe. 
La voce di Elizabeth Fraser è un’apparizione, qualcosa di troppo fragile per appartenere alla realtà. È un canto sull’amore e sulla perdita, ma è anche un sussurro sull’impossibilità della purezza. La sua voce fluttua su un battito che sembra il suono stesso del cuore, e per tre minuti l’oscurità si apre in un sogno, solo per richiudersi subito dopo. 
Inertia Creeps riporta tutto nel mondo fisico, con le sue percussioni tribali, il suo ritmo ipnotico, quella sensazione di claustrofobia che diventa quasi erotica. È un brano che parla di desiderio e di immobilità, di movimento costante dentro una gabbia invisibile, come se la modernità fosse una danza lenta e inevitabile verso la dissoluzione.
Dissolved Girl, cantata da Sarah Jay Hawley, è l’altra faccia di Teardrop: se quella era una preghiera, questa è una confessione. “Nothing’s real, love is gone”, canta, e tutto il brano è costruito come una caduta. La voce è trascinata giù da una corrente di suoni, un naufragio in tempo reale. È un momento di vulnerabilità pura, ma anche di consapevolezza. 
È qui che il disco diventa umano, dolorosamente umano, nella sua confessione di colpa e di perdita. Man Next Door, ancora con Horace Andy, recupera il filo del reggae, ma lo fa in modo spettrale, come se quel ritmo venisse da un altro tempo, filtrato da muri di cemento e interferenze radio. È un brano che parla di convivenza impossibile, di vicinato tossico, di paure domestiche. Il reggae diventa qui un’eco di un passato ormai irraggiungibile, come se l’anima nera del suono avesse perso il suo sole.
Il disco si chiude con Group Four e (Exchange), due brani che sembrano dissolvere il linguaggio stesso del gruppo. Group Four, con Liz Fraser e 3D, è una progressione lenta e dolorosa, quasi post-rock, dove il canto diventa urlo e poi si spegne in un’eco infinita. È come un tentativo di liberazione che fallisce, un volo interrotto. 
(Exchange) chiude tutto con un’atmosfera sospesa, quasi a voler dire che non c’è catarsi, solo continuità. È il ritorno al punto di partenza, ma con la consapevolezza che nulla è più come prima.


Il titolo Mezzanine non è casuale. 
È un piano intermedio, una zona liminale. Non è inferno né paradiso, ma uno spazio di passaggio. È il luogo in cui la coscienza si risveglia a metà, dove l’umanità resta impigliata tra ciò che era e ciò che sta diventando. L’album è pieno di simboli di metamorfosi: la copertina con l’insetto nero, metà bellezza e metà mostro, è la rappresentazione visiva di un suono che si trasforma, che si contorce, che cerca una nuova forma. È l’immagine del corpo che muta, della mente che si adatta a un ambiente che cambia più velocemente di quanto possa comprendere.
La forza di Mezzanine sta nella sua capacità di essere pop e sperimentale allo stesso tempo. È un disco che ha avuto successo commerciale, ma non ha ceduto a nessuna concessione. È un lavoro di rottura, figlio di tensioni interne alla band, di litigi, di ossessioni. Robert Del Naja, Grant Marshall e Andrew Vowles hanno costruito questo suono come si costruisce un edificio sull’orlo del collasso. Ogni traccia è stata rielaborata decine di volte, distrutta e ricostruita. È un disco che nasce dal conflitto, e forse per questo è così vivo.
Ogni suono porta con sé una ferita, ogni scelta estetica è una battaglia vinta o persa.
La chitarra, elemento insolito nel trip-hop, entra qui come un corpo estraneo, ma necessario. Non è mai protagonista, ma è sempre lì, a graffiare il margine del suono. È la chitarra che porta dentro Mezzanine il fantasma del post-punk, dei Joy Division, dei Cure, dei Bauhaus, quella malinconia industriale che nel 1998 sembrava un ricordo ma che i Massive Attack riescono a rendere di nuovo attuale. 
È un ponte tra epoche, tra linguaggi, tra sensibilità. L’elettronica diventa carne, il basso diventa ossessione, la voce diventa spirito. È un disco in cui tutto vibra, ma niente esplode: è una tensione costante, come la corda di un arco tesa fino al limite.
Ascoltato oggi, Mezzanine non è invecchiato. 
Anzi, sembra appartenere perfettamente a questo tempo. Il suo mondo di luci fredde, di tecnologia che isola, di emozioni compresse e violenze silenziose, è il nostro mondo. I suoi ritmi rallentati sono quelli dell’attenzione dispersa, della fatica di sentire. Le sue voci frammentate sono le nostre identità digitali, moltiplicate e confuse. È un disco che parla di alienazione con un linguaggio che non ha bisogno di parole: il suono stesso è alienato, distorto, ossessivo. È una profezia che si è avverata, ma anche una meditazione sulla bellezza che resiste. Perché dentro tutto questo buio, Mezzanine è pieno di momenti di grazia.


C’è una sensualità nell’oscurità del disco, una bellezza che non ha paura del dolore. È la bellezza delle cose imperfette, delle città di notte, delle persone che non si arrendono ma neppure si salvano. È una bellezza che non consola, ma accompagna. 
È per questo che Mezzanine continua a parlare, a distanza di anni. Non perché sia un capolavoro tecnico — e lo è — ma perché è un ritratto emotivo, un autoritratto collettivo. 
È il suono dell’umanità che si guarda allo specchio e non si riconosce più.

I Massive Attack hanno sempre rifiutato le definizioni. Non volevano essere una band, non volevano appartenere a un genere e Mezzanine è la loro dichiarazione di libertà. È la dimostrazione che la musica può essere politica senza slogan, può essere ribelle senza urlare, può essere profonda senza diventare pretenziosa. È un disco che insegna l’arte del silenzio e della sottrazione. Ogni suono è necessario, ogni pausa ha un significato. È come se il gruppo avesse capito che per descrivere il caos bisogna imparare a rallentare, a osservare, a respirare dentro la vertigine.
La sua eredità è immensa. Ha influenzato il pop, l’elettronica, il cinema, la moda, la pubblicità, ma nessuno è riuscito davvero a replicarne il mistero. Perché Mezzanine non è solo un disco: è un’atmosfera, un modo di percepire il mondo. È il momento in cui la musica smette di essere intrattenimento e diventa esperienza sensoriale, totale. 
È un suono che non si ascolta: si attraversa.
Mezzanine è un disco che va vissuto come una lunga immersione, una notte da cui non si esce indenni. È, in fondo, il perfetto ritratto del nostro presente: bello e spaventoso, umano e disumano, lucido e allucinato. 
È il mezzanino su cui ci muoviamo ogni giorno, in bilico tra crollo e rinascita, mentre la musica, ancora una volta, ci insegna a respirare.

Nessun commento:

Posta un commento

2025 Musical box

Quello che sta per finire è stato un anno in cui la musica ha mostrato una tensione sotterranea verso l’ambiguità emotiva. Dopo stagioni imp...

Archivio