Novembre non è soltanto il mese dei chiaroscuri e dei silenzi, il tempo in cui i suoni sembrano ritirarsi, come animali feriti nella nebbia. E' anche un periodo in cui le crepe diventano più visibili. Accanto ai suoni che si dissolvono nella nebbia ce ne sono altri che graffiano la superficie, che riportano al corpo, alla terra, al rumore delle cose reali. Questa playlist tiene insieme entrambi i poli: l’introspezione che sfiora il sacro e la materia grezza che pulsa sotto i piedi. C’è la liturgia pagana e c’è l’asfalto bagnato, il coro che sale e il ronzio di un amplificatore che non concede tregua.
Un viaggio dentro un mese irrisolto, in cui l’autunno non consola ma rivela, e ogni suono, sia esso un sussurro o un pugno chiuso, trova il suo spazio nell’ombra.
Un viaggio nel cuore dell’autunno, quando anche il silenzio ha il suo suono e la notte, finalmente, parla.
DISCO DEL MESE
Anna Von Hausswolf - Iconoclasts
Con questo album Anna Von Hausswolff torna a erigere cattedrali sonore solo per il gusto di incendiarle. L’album è un rito di distruzione consapevole: un attraversamento di paesaggi sacri in cui l’elemento liturgico — organi, cori, riverberi da navata — viene costantemente sabotato da tensioni più carnali, da rumori che sembrano provenire dal ventre della terra. La sua voce, mai così spettrale e intensa, non guida ma invoca, come se ogni brano fosse una seduta spiritica interrotta da forze imprevedibili.
I brani si muovono tra lente ascensioni e improvvise fratture, creando un equilibrio instabile in cui la bellezza non è mai consolatoria: è un bagliore che taglia, un lampo che rivela macerie e icone infrante. L’impianto sonoro è denso, stratificato, ma sempre al servizio di un’urgenza narrativa: raccontare un mondo in cui il sacro non è più un rifugio, ma un campo di battaglia.
Iconoclasts è uno dei lavori più radicali di Anna Von Hausswolff: un disco che non vuole piacere, vuole scuotere. Un’opera che ti guarda negli occhi mentre demolisce i suoi stessi simboli, e ti invita, senza pietà, a fare lo stesso.
Altri ascolti
chat pile/hayden pedigo - in the earth again
L’incontro tra Chat Pile e Hayden Pedigo su In the Earth Again è uno di quei cortocircuiti creativi destinati a lasciare cicatrici. Da una parte la brutalità fangosa dei Chat Pile, fatta di riff pesanti come macerie industriali e di una disperazione quasi fisica; dall’altra la chitarra di Pedigo, che da anni reinventa l’Americana come un paesaggio interiore, fragile e malinconico. Il risultato è un disco che non cerca la sintesi: preferisce lo scontro, la contaminazione, la tensione irrisolta.
Qui l’America non è mitologia ma ferita aperta. I suoni aspri dei Chat Pile fanno da contrappunto ai passaggi più lirici di Pedigo, che a loro volta sembrano chiedere tregua a una brutalità che non arriva mai davvero. C’è polvere, ruggine, calore secco: un senso di viaggio interrotto, di strada che porta sempre a un altrove inquieto. Le strutture dei brani oscillano tra contemplazione e impatto frontale, come se il disco stesso non sapesse se inginocchiarsi o colpire.
In the Earth Again è un’opera disturbante e magnetica: un dialogo tra due anime incompatibili che, proprio nella loro incompatibilità, trovano un territorio nuovo. Un’America sotterranea, crepata, dove la bellezza è un miraggio e il rumore è l’unica forma di verità rimasta.
teho teardo - plays twin peaks and other infinitives
Teho Teardo affronta l’universo di Twin Peaks come si entra in una stanza già abitata dai fantasmi: in punta di piedi, ma con la consapevolezza che nulla va toccato senza trasformarlo. L'album non è una semplice reinterpretazione: è un attraversamento emotivo, un dialogo intimo con l’immaginario lynchiano, filtrato attraverso la sensibilità cinematica e minimale che da sempre contraddistingue il compositore italiano.
Teardo non replica l’atmosfera di Badalamenti: la smonta, l’asciuga, la sospende. Gli arrangiamenti si muovono tra archi feriti, pulsazioni elettroniche sottili e silenzi che sembrano più importanti delle note stesse. Ne emerge un mondo sonoro che mantiene l’ambiguità di Twin Peaks, ma la restituisce come un ricordo sfocato, qualcosa che non può più essere ciò che era, e proprio per questo fa ancora più male.
La seconda parte del disco, dedicata agli “altri infiniti”, amplia il campo: micro-narrazioni strumentali che sembrano frammenti di film mai girati, piccoli esercizi di tensione e grazia sospesa. Ogni brano funziona come un’immagine che non arriva mai completamente a fuoco, un desiderio che non si risolve.
Teho Teardo plays Twin Peaks and Other Infinitives è un lavoro raffinato, inquieto, profondamente elegante: un omaggio che non idolatra, ma ascolta. Un disco che cattura il mistero di ciò che sta dietro il sipario — e ci lascia lì, ad aspettare una rivelazione che forse non arriverà mai.
Praed orchestra! - the dictionary of lost meanings
Con The Dictionary of Lost Meanings, la Praed Orchestra! costruisce un’opera che è al tempo stesso celebrazione e detonazione dei linguaggi musicali del Mediterraneo e del Medio Oriente. Il collettivo guidato da Raed Yassin e Paed Conca prosegue la propria esplorazione della cosiddetta “Arab psychedelia” ampliandola a dimensioni orchestrali, dove ogni strato sonoro sembra sul punto di collassare ma, miracolosamente, non lo fa. Il risultato è un vortice ipnotico in cui tradizione e avanguardia non convivono: si inseguono, si mordono, si consumano.
Le linee di clarinetto e synth si avvolgono come serpenti elettrici, le percussioni pulsano con un’urgenza quasi tribale, mentre fiati e strumenti a corda aprono squarci melodici improvvisi — brevi istanti di bellezza che emergono dal caos per poi scomparire di nuovo. È un lessico sonoro fatto di parole dimenticate, di significati che scivolano tra le mani: un dizionario in cui ogni voce è una metamorfosi.
La forza dell’album sta nella sua capacità di non offrire punti fermi. Ogni brano è un territorio mobile, un luogo in cui i confini culturali si dissolvono a favore di una continua reinvenzione. È musica rituale e al tempo stesso politica, perché smonta l’idea stessa di identità fissa e ricompone un mondo in cui il movimento è l’unica certezza.
The Dictionary of Lost Meanings è un’esperienza totalizzante: un viaggio psichedelico che non cerca la fuga, ma l’immersione. Un’opera che parla la lingua del disordine creativo, e che trova il suo senso proprio lì dove i significati sembrano perdersi.
penelope trappes - a requiem: aeternum
Con A Requiem: Aeternum, Penelope Trappes firma un capitolo ancora più profondo e ascetico della sua personale indagine sul lutto. Se il suo linguaggio musicale è sempre stato fatto di ombre, sospiri e riverberi che sembrano provenire da camere interiori, qui quell’estetica si fa definitivamente rituale: un requiem senza ornamenti, senza catarsi, senza promessa di redenzione. Solo la persistenza del ricordo, che nella sua immobilità diventa feroce e luminoso.
L’album è costruito come una lunga meditazione, dove ogni suono ha il peso di un gesto consapevole. Pianoforti distillati in poche note, droni che sembrano espandersi all’infinito, texture elettroniche ridotte all’essenziale: tutto converge verso un’idea di eternità intesa non come durata, ma come presenza. La voce di Trappes , trasparente, quasi smaterializzata, emerge a tratti come un lamento trattenuto, più spirito che corpo. È il filo che guida l’ascoltatore nell’attraversamento, una guida che non consola ma accoglie.
A Requiem: Aeternum è un disco che non racconta la perdita, la abita. Un lavoro che chiede silenzio e offre un tempo sospeso, un luogo in cui il dolore non è qualcosa da superare ma una forma di memoria che continua a espandersi. Trappes compone un requiem che non vuole chiudere nulla: vuole ricordare all’infinito.
Un’opera fragile e inesorabile allo stesso tempo, che trasforma il lutto in una dimensione sonora che sembra, davvero, eterna.






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