venerdì 28 novembre 2025

L'uomo che ingannò l'America


Nella notte del 30 ottobre 1938, un giovane di appena ventitré anni con la voce profonda e ipnotica di un attore consumato mise in ginocchio l’America. 
Il suo nome era Orson Welles, e la trasmissione che condusse per la CBS, un adattamento radiofonico de La guerra dei mondi di H.G. Wells, divenne il primo, straordinario atto di quella che sarebbe stata una delle carriere più geniali e tormentate della storia del cinema. 
L’episodio è noto: l’annuncio di un’invasione marziana, presentato con il linguaggio freddo e documentaristico dei bollettini di guerra, provocò un’ondata di panico collettivo. Intere famiglie lasciarono le case, alcuni cercarono rifugio nelle chiese, altri si armarono per difendersi dagli alieni. Ma non fu l’America ad essere ingannata: fu il mondo intero, che da quella notte imparò che la verità può essere fabbricata con la stessa perizia di un sogno. 
Welles capì in quell’istante che il potere dell’arte non consiste nel raccontare la realtà, ma nel simularla fino a renderla indistinguibile. Quella sera la radio non fu soltanto un mezzo di comunicazione: fu una macchina per la creazione del reale. Il giovane Orson, genio precoce cresciuto tra l’ombra di un padre inventore e una madre pianista, non aveva soltanto realizzato una burla; aveva svelato l’anima segreta del Novecento, secolo della propaganda e dell’immagine, della paura e della credulità. La verità, in Welles, diventa fin da allora una questione estetica, e la menzogna un atto poetico. 
Tutta la sua opera, dal teatro di Macbeth ambientato ad Haiti alle sperimentazioni radiofoniche fino ai film, sarà dominata da questa idea: l’arte è un gioco di specchi dove la realtà si riflette deformata, moltiplicata, resa più vera del vero. 


Quando approda a Hollywood, Welles porta con sé un’idea di cinema come atto totale, un’arte che unisce le parole di Shakespeare, la luce di Rembrandt e la potenza della macchina da presa. Ma Hollywood, fabbrica di sogni e menzogne, non tollera chi osa manovrare i propri ingranaggi. La parabola di Welles è quella di un illusionista che conosce troppo bene i trucchi del mestiere e decide di smascherarli davanti al pubblico. La sua estetica nasce dalla consapevolezza che ogni immagine è un inganno e che solo riconoscendo l’inganno possiamo accedere a una forma superiore di verità. In questo senso, Welles è insieme il più moderno e il più classico dei cineasti: moderno perché decostruisce il linguaggio stesso del cinema, classico perché crede ancora nella forza mitica della narrazione. La sua poetica è un continuo gioco di rivelazione e occultamento, un labirinto in cui lo spettatore si perde volontariamente, attratto dalla magia della finzione. 
Nel 1941, a soli ventisei anni, Welles firma Citizen Kane (Quarto Potere), il film che cambierà per sempre la grammatica cinematografica. Ogni fotogramma, ogni movimento di macchina, ogni taglio di luce è una rivoluzione. Welles, con la complicità del direttore della fotografia Gregg Toland, inventa la profondità di campo come linguaggio, utilizza l’ombra come strumento psicologico, frammenta la narrazione in una molteplicità di punti di vista. 
Citizen Kane non è solo la storia di un magnate della stampa, Charles Foster Kane, ma la dissezione spietata del potere, della fama e dell’illusione di controllo. Il film comincia con la morte del protagonista e il mistero di una parola – “Rosebud” – che racchiude l’enigma della sua esistenza. Tutta la pellicola è una ricerca impossibile: scoprire chi fosse veramente Kane, attraverso le testimonianze contraddittorie di chi lo ha conosciuto. Welles ci mostra che l’identità è un mosaico incompleto, che nessuna verità è definitiva, che ogni racconto è una maschera. 
Ma il film è anche, segretamente, l’autoritratto di Welles stesso: il giovane genio che raggiunge un potere immenso e ne viene schiacciato, l’artista che gioca con l’illusione fino a diventarne prigioniero. Non è un caso che il film sia stato accolto con ostilità dall’industria e osteggiato da William Randolph Hearst, il vero magnate cui si ispirava il personaggio. 


Da allora, la carriera di Welles sarà una battaglia costante contro i poteri che aveva osato deridere. Dopo Citizen Kane, Welles si trova intrappolato nella gabbia del suo stesso mito. Hollywood, che lo aveva accolto come un profeta, lo trasforma in un paria. 
Il suo secondo film, The Magnificent Ambersons (L'orgoglio degli Amberson), viene mutilato dalla RKO mentre lui è in Sud America e il finale riscritto senza il suo consenso. Da quel momento, la sua carriera diventa una fuga, un pellegrinaggio artistico tra continenti e compromessi, tra illusioni e fallimenti. Ma proprio in questa condizione di esilio nasce il Welles più libero e sperimentale. Othello, girato in quattro anni tra mille interruzioni, è un poema visivo sulla gelosia e il potere, montato come un sogno spezzato. Touch of Evil (L'infernale Quinlan), capolavoro del noir, è un monumento alla decomposizione morale dell’America, un film che anticipa il disincanto del cinema degli anni Settanta. L’inquadratura iniziale, un piano-sequenza di tre minuti in cui una bomba attraversa il confine tra Messico e Stati Uniti, è una delle più audaci della storia del cinema, simbolo del caos morale che attraversa i confini della civiltà occidentale. 
Ma è con Chimes at Midnight (Falstaff) che Welles raggiunge forse la sua vetta più intima: un collage di testi shakespeariani costruito intorno alla figura di Falstaff, alter ego dell’autore, buffone e saggio, deriso e immortale. 
Nelle battute finali, quando Falstaff viene respinto dal principe Hal ormai re, Welles sembra salutare se stesso e la sua illusione di grandezza. È un film di un’umanità dolente, che parla di amicizia e tradimento, di potere e perdita, di come l’arte possa essere l’unico rifugio possibile contro la decadenza. Eppure, in questo lungo esilio, Welles non smette mai di credere nel cinema come arte totale. Lo si vede nei suoi progetti incompiuti, nei film girati con pochi mezzi ma con una libertà assoluta. The Trial (Il Processo), tratto da Kafka, è un incubo architettonico in cui Anthony Perkins vaga tra corridoi labirintici, come un’anima in pena condannata da un potere invisibile. 
F for Fake (F come Falso) (1973), invece, è l’ultimo grande gesto di magia del maestro: un saggio visivo sulla falsificazione, sull’autenticità dell’inganno, sull’arte come truffa sublime. È un film che anticipa il linguaggio del videoclip e del postmoderno, un autoritratto ironico e malinconico di un uomo che ha fatto dell’inganno una forma di verità.



“L’arte è una menzogna che ci fa comprendere la verità”, diceva Picasso, e Welles ne fa il proprio credo. Guardando oggi l’opera di Welles si ha la sensazione di trovarsi davanti a un continente sommerso. La sua influenza attraversa decenni di cinema, da Kubrick a Scorsese, da Coppola a Gilliam, fino a registi contemporanei come Paul Thomas Anderson o David Fincher. Tutti, in un modo o nell’altro, devono qualcosa alla sua visione. Ma ciò che rende Welles ancora vivo non è soltanto la sua maestria tecnica o la potenza visiva delle sue inquadrature: è la sua idea di arte come atto di libertà assoluta, come sfida permanente al potere e al conformismo. 
In un mondo sempre più dominato dall’immagine e dalla menzogna organizzata, la sua lezione risuona con una forza profetica. L’artista, per Welles, non è colui che riproduce la realtà, ma chi la reinventa; non colui che serve il potere, ma chi lo smaschera; non colui che racconta la verità, ma chi la costruisce attraverso la bellezza. 
La sua vita, come i suoi film, è un paradosso continuo: adorato e odiato, acclamato e dimenticato, Welles rimane un gigante solitario, un Prometeo incatenato alla sua stessa immaginazione. Morirà nel 1985, mentre tenta ancora di montare il suo ultimo film, The Other Side of the Wind, un’opera che racconta la decadenza di un vecchio regista in un’America ossessionata dall’immagine. È come se Welles avesse previsto il nostro tempo, l’epoca dei social, della manipolazione mediatica, della verità liquida. 
In fondo, tutto era già nella notte del 1938, quando la sua voce annunciò l’arrivo degli alieni e l’America si scoprì vulnerabile alla potenza del racconto. Orson Welles è stato il primo grande artista del secolo dell’inganno, ma anche il suo più lucido critico. Come un illusionista che mostra i fili del trucco, ci ha insegnato che la realtà è una rappresentazione e che la libertà consiste nel riconoscerlo. La sua opera non appartiene solo alla storia del cinema, ma alla storia del pensiero: è un inno alla disobbedienza dell’immaginazione, alla forza sovversiva del racconto, alla bellezza dell’illusione che, per un istante, riesce a sembrare più vera della verità. 
E in quella notte di ottobre del 1938, tra le onde della radio e il battito accelerato di milioni di cuori, nacque l’arte del Novecento: l’arte di Orson Welles, il mago che ci insegnò a non credere mai del tutto a ciò che vediamo, ma a non smettere mai di guardare.
 


 

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