venerdì 5 dicembre 2025

La Vittoria maledetta: dal trionfo del ’67 all’assedio di Gaza.

 

Nel libro La vittoria maledetta, Ahron Bregman compie un’operazione tanto lucida quanto dolorosa: racconta la storia di Israele dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967 non come una serie di conquiste territoriali e di successi militari, ma come la nascita di un paradosso morale e politico destinato a divorare se stesso. Da quella vittoria rapida e apparentemente decisiva — sei giorni per sconfiggere gli eserciti di Egitto, Siria e Giordania, conquistando Sinai, Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme Est e le alture del Golan — nasce infatti l’occupazione che ancora oggi condiziona ogni gesto, ogni paura e ogni speranza di pace in Medio Oriente. Bregman, storico israeliano di origini militari, non scrive un libro ideologico: scrive una cronaca spietata di una trasformazione. 
In poche centinaia di pagine, con uno stile asciutto e una meticolosa attenzione alle fonti, mostra come Israele, da vittima assediata, sia diventato potenza occupante, e come quella che fu percepita come la guerra della sopravvivenza si sia tramutata nel seme di un conflitto senza fine. Il titolo originale, Cursed Victory, contiene già tutta la chiave interpretativa: la vittoria non è solo maledetta perché ha generato dolore e divisione, ma perché ha rovesciato la morale stessa su cui Israele aveva costruito la propria identità, trasformando il principio della difesa in logica di dominio. 
La grandezza di questo libro sta nella capacità di unire il rigore dello storico alla coscienza del cittadino. Bregman, che ha servito nell’esercito israeliano e che poi ha scelto l’esilio accademico in Inghilterra, racconta l’occupazione non solo come fatto militare o giuridico, ma come tragedia morale collettiva. Attraverso archivi, testimonianze e verbali dei consigli di gabinetto, emerge un quadro impressionante: fin dal 1967, i leader israeliani sapevano che l’occupazione avrebbe avuto un costo altissimo. La conquista di territori popolati da milioni di palestinesi, privi di diritti politici, implicava una scelta: o concedere la cittadinanza, rinunciando così al carattere ebraico dello Stato, o mantenere il controllo militare perpetuo, rinunciando al carattere democratico. Nessuna delle due opzioni era accettabile, eppure Israele decise di non decidere, lasciando che la realtà si consolidasse nel tempo. 
Da qui nasce la “vittoria maledetta”: non un errore momentaneo, ma una condanna storica, un lento logoramento della coscienza civile. A più di cinquant’anni di distanza, i fatti sembrano confermare la diagnosi di Bregman. 

Ahron Bregman

L’occupazione si è istituzionalizzata. Gli insediamenti in Cisgiordania sono diventati città vere e proprie, con strade riservate, servizi pubblici e un sistema di leggi parallele. Gaza, isolata e impoverita, è diventata una prigione a cielo aperto. La promessa di due Stati, che per un breve momento sembrò realizzabile dopo gli Accordi di Oslo, è oggi un relitto linguistico, un fantasma che si agita nei comunicati diplomatici. L’idea che l’occupazione fosse temporanea si è dissolta nel tempo, sostituita da un senso di inevitabilità e da una struttura di potere che trae da quella situazione la propria legittimità. Bregman non risparmia nessuno. 
Mostra come la leadership israeliana, da Golda Meir a Begin, da Rabin a Netanyahu, abbia alternato fasi di negoziato e di chiusura, ma senza mai mettere realmente in discussione il controllo sui territori. 
La diplomazia, scrive, è stata usata come anestetico, non come cura. 
Ogni concessione, ogni piano di pace, era subordinato a una logica di sicurezza che giustificava la prosecuzione dello status quo. L’occupazione è diventata così un sistema complesso di controllo, in cui burocrazia, diritto e tecnologia servono a gestire una popolazione sotto sorveglianza costante. Ma ciò che rende La vittoria maledetta più attuale che mai è la sua capacità di risuonare con ciò che accade oggi nella Striscia di Gaza. 
Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la conseguente risposta militare israeliana, che ha devastato Gaza causando decine di migliaia di vittime civili e un disastro umanitario di proporzioni storiche, il libro di Bregman sembra tornare a parlarci direttamente dal passato. È come se avesse previsto tutto: l’impossibilità di una vittoria definitiva, la ciclicità della violenza, la trasformazione dell’occupazione in un meccanismo autoalimentato di paura e ritorsione. Gaza, oggi, è la materializzazione estrema della “vittoria maledetta”. È il luogo in cui l’illusione di sicurezza si è trasformata nel suo contrario: una vulnerabilità permanente. Israele, pur avendo una supremazia militare assoluta, non riesce a sentirsi al sicuro. Ogni operazione che promette di “eliminare la minaccia” genera solo una nuova generazione di disperati, e ogni tregua si rivela solo una pausa prima della prossima esplosione. Bregman ci aveva avvertiti: un’occupazione prolungata non solo distrugge chi la subisce, ma corrompe anche chi la esercita. 
La storia di Israele dopo il 1967, dice, è la storia di un popolo che ha progressivamente sostituito la paura dell’annientamento con la paura del cambiamento. È la storia di una società che, pur consapevole del prezzo morale dell’occupazione, ha scelto di non affrontarlo. 
Leggere questo libro oggi significa anche misurarsi con il silenzio dell'occidente. 
Dopo il 2023, mentre le bombe cadevano su Gaza e le Nazioni Unite parlavano di “catastrofe umanitaria senza precedenti”, le cancellerie occidentali si rifugiavano nei soliti equivoci diplomatici: “diritto all’autodifesa”, “reazioni proporzionate”, “necessità di colpire Hamas, non i civili”
Ma Bregman ci spiega che proprio in questa ambiguità, cioè l’incapacità di distinguere fra difesa e dominio, sta la maledizione di Israele. Il confine fra sicurezza e vendetta, fra protezione e punizione, si è dissolto. E così ogni risposta militare, per quanto legittimata dal dolore, finisce per rafforzare il ciclo della violenza. 


In questo senso, il libro di Bregman è anche un atto di coraggio politico. Pochi storici israeliani hanno descritto con tanta chiarezza la continuità fra l’occupazione e la crisi morale dello Stato. Bregman non nega il diritto di Israele a esistere né sottovaluta la minaccia rappresentata dai gruppi armati palestinesi, ma insiste sul punto fondamentale: l’occupazione non è una difesa, è una dipendenza. 
Israele non può più farne a meno, perché il suo sistema politico e la sua economia si sono abituati a quell’eccezione permanente. Ciò che era nato come misura di emergenza è diventato parte dell’identità nazionale. E finché questa identità non verrà messa in discussione, nessuna pace sarà possibile. 
La lezione del libro è quindi duplice: da un lato la denuncia di un errore politico trasformato in dogma, dall’altro l’appello a riconoscere che non esiste vittoria senza riconciliazione. Oggi, quando i droni israeliani sorvolano Gaza e i carri armati entrano fra le macerie di Khan Yunis, quelle parole risuonano con un senso di urgenza quasi insopportabile. 
Ogni nuova offensiva, ogni dichiarazione che promette “la fine di Hamas”, sembra la ripetizione dello stesso copione. Si parla di sicurezza, ma ciò che si ottiene è solo devastazione. Si parla di deterrenza, ma ciò che si produce è solo disperazione. La maledizione della vittoria del ’67 è ancora lì, intatta. Bregman lo spiega bene quando analizza le origini degli insediamenti: furono creati non solo per motivi strategici, ma anche ideologici, come forma di possesso simbolico.
Col tempo, però, sono diventati anche un meccanismo economico e politico: milioni di israeliani hanno interessi diretti o indiretti legati all’occupazione — dalla costruzione alle infrastrutture, dalla sicurezza alle sovvenzioni statali. È per questo che, scrive Bregman, la fine dell’occupazione è così difficile: significherebbe smantellare non solo basi militari, ma un intero sistema di potere. Ecco perché ogni volta che si parla di “soluzione dei due Stati”, le parole restano sospese nel vuoto. Per Israele l’occupazione è diventata la normalità, e per i palestinesi la resistenza, in tutte le sue forme, è diventata la sola lingua possibile. In questo scenario, Gaza rappresenta l’estremizzazione di un modello di controllo e di punizione che si è consolidato nel tempo. Non si tratta più di occupazione diretta, ma di assedio. Israele controlla i confini, l’acqua, l’elettricità, le importazioni. Ogni aspetto della vita civile dipende da una decisione esterna.


Quando Bregman scrive che “la vittoria del 1967 ha creato un mondo in cui Israele è prigioniero della sua stessa forza”, non parla per metafore. 
La prigione, oggi, è doppia: quella fisica di Gaza e quella morale di Israele. E la chiave, forse, è perduta. Ciò che colpisce nella lettura di La vittoria maledetta è la capacità dell’autore di non cedere mai al cinismo. 
Bregman non si rifugia nella condanna moralistica, né nella retorica dell’equidistanza. Mantiene una lucidità ferma, quasi clinica, ma dentro ogni pagina si avverte una tristezza profonda, il senso di una promessa tradita. Israele, dice, aveva l’occasione di trasformare la vittoria del 1967 in una pace duratura. 
Invece l’ha usata per consolidare la paura. 
Ha vinto la guerra, ma ha perso l’anima. 
E il mondo, come possiamo vedere oggi, ha lasciato che accadesse. 
Le reazioni occidentali all’ultima guerra di Gaza ne sono la prova. 
Gli stessi Paesi che nel 1967 avevano esaltato la “grande vittoria israeliana”, oggi si limitano a ripetere formule vuote di solidarietà e di allarme umanitario, senza mai affrontare la radice del problema: un’occupazione che dura da quasi sessant’anni e che ha reso impossibile la convivenza. La comunità internazionale, come Israele, vive intrappolata nella sua stessa ipocrisia. Tutti sanno che la pace non è possibile senza la fine dell’occupazione, ma nessuno ha il coraggio politico di dirlo apertamente. In questo senso, La vittoria maledetta è un libro che parla anche a noi. 
Parla all’Europa che si commuove davanti alle immagini dei bambini di Gaza ma continua a fornire armi e appalti militari. Parla agli Stati Uniti che proclamano il loro impegno per la pace ma bloccano ogni risoluzione ONU che chieda un cessate il fuoco. 
Parla a tutti coloro che preferiscono pensare che il conflitto sia frutto di un odio ancestrale, e non di una precisa scelta politica. La maledizione, suggerisce Bregman, non è solo di Israele: è di tutti noi che abbiamo accettato che l’occupazione diventasse un dato di fatto. In un passaggio cruciale del libro, l’autore racconta il momento in cui, dopo la guerra, Moshe Dayan disse: “Abbiamo preso una spada e non possiamo più deporla”. È la frase che riassume l’intero destino israeliano, e che oggi suona come una condanna collettiva. 
Ma cosa significa, oggi, rileggere Bregman mentre Gaza brucia? Significa riconoscere che la storia non è finita, che la guerra dei Sei Giorni non è mai davvero terminata, che ogni missile lanciato, ogni casa distrutta, ogni bambino morto sotto le macerie sono parte di quella stessa storia. Significa capire che la “vittoria maledetta” è ancora in corso. Israele, che nel 1967 voleva liberarsi dalla paura, è diventato prigioniero della paura. I palestinesi, che sognavano la libertà, vivono in un eterno stato d’assedio. E il mondo, che avrebbe potuto essere arbitro, è diventato spettatore. 
La grande intuizione di Bregman è che la storia dell’occupazione non è una semplice cronaca di fatti politici, ma una parabola morale sull’incapacità dell’uomo di liberarsi dal potere quando questo diventa identità. 
Israele, nel suo racconto, è uno specchio in cui si riflettono le contraddizioni del mondo moderno: la tecnologia senza etica, la sicurezza senza giustizia, la democrazia che si piega all’eccezione. È per questo che La vittoria maledetta non è solo un libro su Israele, ma un libro su di noi, sull’Occidente che ha costruito la propria pace sulle guerre degli altri. 
Eppure, nel buio, Bregman lascia intravedere uno spiraglio. Nelle ultime pagine, pur consapevole del fallimento delle trattative e della deriva nazionalista israeliana, scrive che “l’occupazione finirà non per scelta morale, ma per esaurimento”. È una previsione amara ma realistica. 
Nessun sistema di controllo può durare all’infinito. 
Prima o poi, la pressione sociale, demografica e internazionale diventerà insostenibile. Ma quanto sangue servirà ancora prima che accada? La risposta, purtroppo, la vediamo ogni giorno nei notiziari: a Gaza, dove intere famiglie sono scomparse sotto le bombe; in Cisgiordania, dove i coloni agiscono impuniti; nelle piazze israeliane, dove una parte della società civile continua a chiedere la fine dell’occupazione, accusata di tradimento da un’altra parte del paese.


La vittoria maledetta è anche un libro su questa frattura interna: quella tra Israele come Stato e Israele come coscienza. Bregman appartiene alla seconda, a quella minoranza di intellettuali e cittadini che rifiutano di accettare la menzogna rassicurante della “sicurezza totale”
Per questo la sua voce è così preziosa, e così scomoda. Leggere oggi la sua analisi, mentre l’attuale governo israeliano si sposta sempre più a destra e reprime ogni dissenso interno, è un atto di resistenza. È un modo per ricordare che dietro le mappe e i missili ci sono esseri umani, e che la storia non è un destino ma una scelta. La vittoria maledetta è, in definitiva, una cronaca del tradimento di un sogno. 
Il sogno di un Israele democratico, giusto e riconosciuto dai suoi vicini, si è infranto contro il muro dell’occupazione. Oggi, guardando Gaza ridotta in macerie, è difficile non pensare che quella maledizione continui a ripetersi, giorno dopo giorno, generazione dopo generazione. 
Bregman ci offre gli strumenti per capire come siamo arrivati fin qui, ma anche per comprendere che nessuna guerra potrà mai risolvere ciò che solo la giustizia può guarire. È questa la forza del suo libro: costringerci a vedere la vittoria non come un trionfo, ma come un fallimento travestito da successo. E se la lezione non è ancora stata imparata, è perché il mondo, come Israele, continua a preferire l’illusione della forza alla fatica della pace. 
Nel 1967 Israele conquistò territori. 
Nel 2025, continua a perdersi dentro di essi.
La vittoria, oggi come allora, resta maledetta.

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