C’è un momento, nella storia della musica, in cui il suono smette di voler essere consolazione o intrattenimento e diventa una lingua altra, un linguaggio di sopravvivenza, un codice segreto scritto nelle pieghe della notte.
È in uno di quei momenti che nascono i Tuxedomoon, collettivo di San Francisco sbucato dalle rovine del punk e dalle allucinazioni dell’avanguardia elettronica, figli bastardi di un’epoca che aveva perso la fede nella melodia e cercava nuove forme per dire la stessa vertigine.
Desire, pubblicato nel 1981, è il loro disco più enigmatico, il più carnale e insieme il più cerebrale, una mappa del desiderio disegnata con strumenti rotti, voci deformate, violini che sanguinano e sintetizzatori che suonano come eco di città immaginarie.
È un album che vive nel confine, tra eros e alienazione, tra pulsione e astrazione, come se la carne e la mente si sfiorassero per un istante soltanto, prima di perdersi di nuovo.
La storia di Desire comincia lontano, sulle macerie della scena post-punk californiana, in quel territorio di nessuno dove il punk aveva lasciato solo schegge e silenzi. Steven Brown, Blaine L. Reininger, Peter Principle e Winston Tong erano già fantasmi urbani prima ancora di essere un gruppo: artisti di strada, performer, cineasti, visionari con un piede nell’arte concettuale e l’altro nella musica come rituale.
Non appartenevano a nessuna scena, non erano new wave, non erano elettronici, non erano jazz: erano tutto questo e il suo contrario.
Vivevano in una città, San Francisco, che stava cambiando pelle, che aveva visto il sogno psichedelico trasformarsi in paranoia, la controcultura mutarsi in estetica decadente.
E in mezzo a tutto questo, loro registravano suoni come se stessero documentando l’apocalisse, come se il mondo fosse già finito e restasse solo da catturarne l’eco.
Desire è un disco di fantasmi.
Lo si sente fin dal primo brano, East/Jinx/…/Music #1, che si apre con un ritmo meccanico e un sax che pare un animale ferito, mentre la voce di Brown sussurra e urla, invoca e deride.
È un inizio che somiglia a un rito: non c’è una melodia che accoglie, ma una spirale che trascina, un movimento ossessivo che sembra voler scorticare il linguaggio stesso della canzone. Il desiderio, in questo disco, non è una forma di piacere ma una malattia, un virus che infetta tutto. È l’impulso che muove le città, le relazioni, i corpi, ma sempre in direzione del baratro. “You have to break everything you love before it breaks you”, sembra suggerire ogni nota.
In Desire, i Tuxedomoon costruiscono un universo in cui ogni strumento è un attore, ogni suono ha una funzione teatrale. La loro musica non procede per armonie, ma per collisioni: il violino di Reininger e il basso di Principle non si accompagnano, si combattono; il sax di Brown non accompagna la voce, la sfida; le tastiere non disegnano paesaggi, ma lampi, fratture, sogni.
C’è un senso di urgenza, di disfacimento controllato, come se il gruppo fosse consapevole che la forma-canzone sta morendo e volesse accompagnarla nel suo ultimo respiro con eleganza e crudeltà. Eppure, nel cuore di questo disordine, c’è una bellezza ipnotica, un lirismo distorto, una sensualità che trapela dai frammenti come un profumo da una stanza chiusa.
No Tears, il loro singolo del 1978, aveva già mostrato la potenza ambigua del gruppo: un urlo disperato e sensuale allo stesso tempo, una danza per cyborg e poeti.
Ma in Desire tutto si complica, tutto si fa più introspettivo, più delirante.
Non c’è più spazio per l’ironia o la rabbia giovanile: c’è la consapevolezza di vivere in un mondo in decomposizione, dove il desiderio è l’ultima forma di resistenza, ma anche la più autodistruttiva.
In Incubus (Blue Suit) la voce si fa teatrale, quasi cabarettistica, mentre il ritmo si piega come in un valzer ubriaco. In Again il sax disegna linee malinconiche sopra un basso che pulsa come un battito cardiaco, mentre la voce parla d’amore come si parlerebbe di un crimine.
Desire è un disco che non appartiene al suo tempo: è troppo intellettuale per il punk, troppo fisico per l’avanguardia, troppo dissonante per la new wave, troppo emotivo per l’elettronica.
È, in una parola, libero.
Forse per questo, ascoltandolo oggi, suona più vivo che mai.
Mentre molti dischi dell’epoca sono invecchiati come fotografie sbiadite, Desire mantiene intatta la sua aura di mistero, la sua sensualità obliqua. È un album che non si lascia ridurre a estetica: resta un gesto, un’esperienza, una ferita. Le parole non bastano, perché ciò che i Tuxedomoon mettono in scena è un teatro dell’anima, una coreografia dell’angoscia. È come se avessero compreso che l’unico modo per dire la verità fosse travestirla, renderla spettacolo, farla passare attraverso la finzione. In questo senso, Desire è anche un album profondamente politico: non nel contenuto, ma nella forma.
Rifiuta la linearità, la chiarezza, l’ordine.
È un atto di sabotaggio estetico, una dichiarazione d’indipendenza dal sistema percettivo dominante.
Ci sono momenti in cui il disco sembra anticipare ciò che sarebbe venuto dopo: le ossessioni ritmiche dei Bauhaus, l’uso del sax nella no wave newyorkese, la teatralità glaciale dei Virgin Prunes, persino certe soluzioni che anni dopo ritroveremo nei Radiohead più sperimentali o nei Liars.
Ma i Tuxedomoon non appartengono a nessuna genealogia precisa: sono un’isola. E quell’isola, nel 1981, si trovava in Belgio. Perché nel frattempo il gruppo aveva lasciato San Francisco e si era rifugiato a Bruxelles, attratto dal clima più libero e meno mercificato della scena europea.
Lì trovarono la Crammed Discs, etichetta aperta a tutto ciò che sfuggiva alle etichette, e un ambiente che li accolse come profeti di una modernità inquieta. In Europa, i Tuxedomoon diventarono leggenda, culto sotterraneo, gruppo di riferimento per chi cercava una musica capace di unire corpo e mente, arte e istinto, filosofia e groove.
In Desire si sente questa tensione europea: un senso di eleganza malata, di decadenza cosmopolita. I suoni sembrano provenire da un club sotterraneo di Berlino Est, da una stanza d’albergo parigina, da un porto abbandonato di Anversa.
È la colonna sonora di un’Europa che ha perso la fede nei suoi miti, ma ancora balla sulle rovine. E in questa danza ci sono il desiderio e la morte, intrecciati come amanti. Ogni brano è un frammento di questo racconto: Holiday for Plywood è un incubo cinematografico che sembra uscito da un film di David Lynch; Desire è un mantra sensuale e ipnotico, una preghiera laica per anime irrequiete; In the Name of Talent (Italian Western Two) è una parodia e un omaggio al tempo stesso, un duello sonoro tra violino e basso che cita Morricone e lo distrugge; Again è il cuore pulsante del disco, la confessione più intima, un sussurro tra il desiderio e la memoria.
Ma ciò che rende davvero unico Desire è la sua capacità di evocare immagini, di trasformare il suono in visione.
Non è un album da ascoltare: è un film da vedere a occhi chiusi.
Ogni suono è un’inquadratura, ogni pausa è un montaggio. Non a caso, molti membri del gruppo avevano esperienze nel cinema sperimentale e nel teatro. La loro musica è una performance, una rappresentazione del sé come frammento, come identità in fuga. In questo senso, Desire è anche un disco sulla perdita: perdita del centro, dell’identità, del linguaggio.
Ma in questa perdita c’è una strana forma di libertà.
Nel 1981, mentre il mondo della musica cercava nuove formule commerciali per gestire l’eredità del punk, i Tuxedomoon costruivano una contro-narrazione. Non volevano piacere, volevano disturbare. Non volevano comunicare, volevano evocare. Non cercavano il consenso, ma la vertigine. Il loro desiderio era un atto di resistenza contro la banalità, contro la linearità imposta. In questo senso, Desire può essere letto come un manifesto: il desiderio come disordine, come forza che rompe le strutture, che crea spazio per il diverso, per il possibile. È una musica che non guarisce ma apre ferite, che non consola ma risveglia.
Oggi, a distanza di più di quarant’anni, Desire suona ancora come un enigma.
È un corpo sonoro che pulsa e si trasforma, che seduce e respinge. In un’epoca in cui tutto tende a essere definito, catalogato, semplificato, Desire resta un mistero necessario, una zona grigia dove il pensiero e il piacere si incontrano.
È un album che ricorda che l’arte, quando è vera, non si lascia mai addomesticare.
Ascoltarlo oggi significa immergersi in una materia viva, dove ogni nota è una domanda e ogni silenzio è una risposta che non arriva. Significa accettare di non capire, di perdersi, di lasciarsi sedurre e ferire. Significa, in fondo, riconoscere che il desiderio non è qualcosa da soddisfare, ma da custodire: una tensione che ci tiene vivi, una mancanza che ci definisce.
Forse è questo il senso ultimo del disco: il desiderio come condizione esistenziale, come motore del linguaggio e della musica. In un mondo che tende a neutralizzare tutto, i Tuxedomoon ci ricordano che la vera arte è sempre eccedenza, sempre rischio, sempre sconfitta.
Desire è la testimonianza di un momento in cui la musica era ancora capace di mettere in crisi, di scompaginare, di far tremare la superficie liscia del reale.
È un disco che non offre risposte ma pone domande, e in questo resta radicalmente contemporaneo.
Se oggi un ascoltatore giovane si avvicinasse a Desire, forse resterebbe spiazzato. Non troverebbe canzoni, non troverebbe ritornelli, non troverebbe conforto. Troverebbe invece un labirinto, una città sonora dove ogni vicolo conduce altrove, dove ogni eco è un richiamo. Ma chi deciderà di restarci dentro, di abitare questo labirinto, scoprirà che dietro ogni dissonanza c’è una verità, dietro ogni rumore una carezza, dietro ogni voce deformata un’anima che cerca di farsi sentire. È il suono del desiderio stesso: qualcosa che non si può afferrare, ma che continua a chiamare.
In un tempo di algoritmi e previsioni, Desire resta un’opera imprevedibile, umana, profondamente fragile. È la prova che la musica può ancora essere linguaggio dell’invisibile, che può ancora contenere ciò che sfugge alla parola. È un disco che non vuole spiegare, ma suggerire. Che non vuole convincere, ma inquietare. E forse è proprio questo il suo fascino eterno: il fatto di non poter essere posseduto. Il desiderio, dopotutto, vive solo finché non si realizza.
Ascoltando Desire, si ha la sensazione che i Tuxedomoon abbiano inciso non solo un disco, ma una confessione collettiva, un rituale condiviso per esorcizzare la paura del vuoto.
È un viaggio che parte dal corpo e finisce nel pensiero, o forse il contrario.
È un’esperienza che ancora oggi ci ricorda quanto sia sottile la linea che separa l’estasi dall’angoscia, l’amore dalla follia, la bellezza dal disastro.
È, in definitiva, un disco che non smette di desiderare, e di farci desiderare.





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