lunedì 31 marzo 2025

Looking back 3: Joy Division "Unknown Pleasures" (1979)


La storia del rock è costellata di finali disordinati, stupidi e tragici per inizi promettenti: incidenti aerei, overdose, spari, ma la morte di Ian Curtis è ancora impressionante. Nella mattinata del 18 maggio 1980, Ian Curtis, all'età di 23 anni, guardò il film Stroszek di Werner Herzog, ascoltò l'album The Idiot di Iggy Pop e poi si impiccò in cucina.
È facile dire, a posteriori, che la gente avrebbe dovuto prevederlo. Il suo matrimonio stava andando a rotoli, la sua epilessia stava peggiorando e, nei momenti più edificanti, i testi della sua band stabilivano nuovi parametri di riferimento per il melodramma, la paranoia e la depressione. 
"This is the way, step inside", intona Curtis all'inizio di Closer, album postumo del gruppo, un titolo il cui doppio significato sta quasi ad attestare il fatto che, nella traccia principale, "Atrocity Exhibition" Ian Curtis sembra già cantare dall'oltretomba.
D'altro canto, la popolarità dei Joy Division era in forte ascesa. Il gruppo stava per imbarcarsi in un tour negli Stati Uniti con i Buzzcocks. 
Un mese dopo la morte di Curtis, "Love Will Tear Us Apart" sarebbe diventata la prima hit del gruppo. E a differenza di predecessori morti prima del tempo come Nick Drake, Ian Curtis era una vera e propria star in divenire il cui impatto si stava già facendo sentire in tutto l'underground.
Nel giugno del 1979, mentre l’Inghilterra si muoveva tra il declino industriale e il fervore post-punk, una band di Manchester irruppe sulla scena con un’opera destinata a scolpire per sempre la storia della musica. 
Unknown Pleasures, album di debutto dei Joy Division, non è soltanto un disco: è un’esperienza sonora alienante e claustrofobica, una discesa nei meandri dell’inquietudine giovanile, il manifesto di una generazione senza certezze.


In quegli anni Manchester è una città in piena crisi. Il declino delle industrie tessili e manifatturiere ha lasciato dietro di sé un panorama desolato di fabbriche abbandonate, disoccupazione crescente e un senso di alienazione diffuso tra i giovani. La musica, come spesso accade nei momenti di maggiore tensione sociale, diventa un rifugio e una potente forma di espressione.
Il punk, con la sua energia ribelle e distruttiva, aveva già scosso le fondamenta della cultura musicale britannica. Ma l’onda d’urto del ‘77 lascia spazio a una nuova fase, più riflessiva e oscura: il post-punk. Se il punk urlava rabbia e protesta, il post-punk si immerge nell’introspezione, nell’angoscia esistenziale, nella ricerca di nuove sonorità capaci di raccontare il malessere contemporaneo. I Joy Division emergono in questo contesto, distanziandosi dal caos del punk e costruendo un sound più stratificato e inquietante, una fusione di primitivismo tribale e sofisticato art-rock che, pur avvicinandosi alla fredda claustrofobia di The Idiot di Iggy Pop o di Low di David Bowie, se ne differenzia decisamente sin dalle prime note dell'opening "Disorder",  esibendo sonorità quasi aliene quanto l'iconica copertina.

È uno degli abbinamenti più perfetti tra artista e produttore nella storia del rock, ma questo non dovrebbe sminuire il contributo della band. I musicisti, plasmati e spinti da Martin Hannett (la leggenda vuole che il produtore avrebbe abbassato la temperatura in studio abbastanza da permettere a tutti di vedere il loro respiro), il gruppo ha abbracciato lo spazio, l'atmosfera e un'imponente austerità. È degno di nota quante canzoni di Unknown Pleasures sembrano emergere dalle ombre. 
Capolavoro assoluto del disco e dell’intera musica dark, "New Dawn Fades" tocca gli abissi più profondi e impenetrabili dell’uomo. Dopo le prime e già intense note di basso, la chitarra inanella due riff memorabili, taglienti come mai. Una semplicità assoluta, poche note, ripetute implacabilmente, che distruggono ogni resistenza, come gocce d’acqua che nella loro caduta inesorabile e sempre uguale intaccano ogni materia, corrodendola.

"Shadowplay" è rabbiosa, mentre "Wilderness", con il basso strascicato e pulsante di Hook e l’irruenta "Interzone" che richiama il combat-rock dei Clash, portano verso l’ultimo capolavoro del disco "I Remember Nothing"
Lenta e pesantissima, la canzone si sviluppa in sei minuti che rappresentano il tassello finale di questo percorso iniziatico alla musica dark. La batteria costruisce il tappeto ritmico su pochi, inesorabili colpi; il basso è di una cupezza insostenibile con singole note pesantissime. I tempi dilatati e le sovraincisioni permettono a Curtis di esprimere l’angoscia interiore rincorrendo la propria stessa voce. Il tappeto di tastiere crea una permanente tensione da thriller che non riesce a trovare sfogo e in questo impasto sonoro cupo, l’infrangersi improvviso di oggetti provoca sussulti alla coscienza di chi ascolta. 
E sono vere frustate esistenziali che lasciano nell'animo ferite che resteranno aperte, per sempre.
Quello di Ian Curtis è l’ultimo grido, disperato, verso una realtà dalla quale egli andrà in pochi mesi inesorabilmente allontanandosi.


Il 18 maggio 1980 Ian si suicida impiccandosi ad una rastrelliera nella sua cucina, lasciando una lettera indirizzata alla giornalista Annik Honorè, in cui esprimeva l'amore per sua moglie e per la figlia, ma anche il desiderio della fine. 

“Cara Annik, so che io mi sono intromesso nella tua vita, non tu nella mia.  All’inizio avevo avuto l’impressione che le cose stessero diventando più chiare, ma ora tutto sta franando davanti ai miei occhi.  Sto pagando a caro prezzo i miei sbagli. Mai avrei immaginato che un errore di quattro o cinque anni fa, potesse farmi sentire in questo modo.  
Lotto tra quello che so essere giusto. E una verità distorta.  La verità vista con gli occhi degli altri, che non hanno cuore e che comunque non possono vedere la differenza.
Ho visto Apocalypse Now al cinema, non riuscivo a staccare gli occhi dallo schermo. C’è Marlon Brando che legge Gli Uomini Vuoti, la lotta tra mente e cuore nell’uomo, finchè poi le cose si spingono troppo avanti,  sfuggono di mano e non si possono più riparare. Ma alla fine, è davvero tutto così inutile? C’è qualcos’altro, al di là? Che c’è? E che ci rimane da portare avanti? 
Ho l’impressione che la mia epilessia peggiorerà. Mi spaventa. 
E’ una bugia dire: non ho più paura.  I medici non possono fare altro che provare pillole su pillole. Ho sentito che te lo dovevo dire, anche se questo potrebbe far cambiare quello che senti per me.  Non faccio che pensarti. Ho cercato di razionalizzare la nostra situazione, pensando a quello che abbiamo vissuto.  Immagini e pensieri mi spappolano la mente, mi ballano davanti agli occhi, giorno e notte, sempre.  E mentre certe cose vanno al di là di ogni mia comprensione, so che ti amo e che ti amerò all’infinito. Fino alla prossima volta che ci vedremo. Mi manchi in fondo al cuore. Con tutto me stesso.”

Oggi, Unknown Pleasures è considerato uno degli album più influenti della storia della musica moderna. La sua copertina iconica, un diagramma di onde radio emesse da un pulsar, è diventata un simbolo culturale, riprodotto su innumerevoli magliette, poster e oggetti di culto.
Ma al di là della sua estetica, il vero lascito dell'album è la sua capacità di raccontare il disagio, l’alienazione e il senso di smarrimento che attraversano le generazioni. 
Un disco che non invecchia, perché le emozioni che trasmette restano universali e senza tempo.
Come la voce di Ian Curtis.

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